Il volo dell’occasione
Il volo dell’occasione di Filippo Tuena nell’edizione TerraRossa – in libreria dal 24 ottobre – mi ha ricordato quanto diceva Calvino a proposito dei classici, e ho pensato che forse potrà dirsi “classico” un libro che viene pubblicato per la terza volta (nel 1994 da Longanesi e nel 2004 da Fazi) e che, evidentemente, “non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.
È un pensiero che potrà apparire banale, in questi giorni di continui riferimenti a Calvino, e che suona poco azzardato, se non scontato, a quanti conoscono Tuena e il suo indiscusso talento letterario – tra gli altri riconoscimenti, l’autore ha vinto il Premio Grinzane Cavour con Tutti i sognatori (Fazi 1999), il Premio Bagutta con Le variazioni del Reinach (Rizzoli 2005, poi Neri Pozza 2015), il Premio Viareggio con Ultimo parallelo (Rizzoli 2007, poi Il Saggiatore 2021) ed è stato nella Cinquina finalista del Premio Campiello con In cerca di Pan (Nottetempo 2023). Ma la verità è che arrivo a leggere Filippo Tuena per la prima volta, con questo libro scritto trent’anni fa, che ha già una storia importante, e che mi è parso in un solo aggettivo: perfetto.
Mi hanno promesso una storia di fantasmi, e sono giunta all’ultima pagina allucinata per la bellezza dell’intreccio e l’eleganza dello stile, per la moltitudine delle suggestioni, per l’incanto delle apparizioni e il loro fascino. Mi sono persa tra le impressioni visive e gli odori, ho sentito le voci e i suoni muti, ho avvertito il tocco di spiriti ammaliatori, capaci di trascinare in una storia senza fine, che necessariamente deve ancora dire e che deve ripetersi, in un girotondo perfetto, per toccare nuovi lettori.
Ai fantasmi di questo romanzo, Filippo Tuena dà corpo e respiro, al punto da indurci a non dubitare della loro esistenza. Questi fantasmi, così profondamente credibili perché sofferenti, perché mossi da desideri palpabili e da disperazioni concrete e folli, questi fantasmi, così sbagliati e così irriducibili insieme da meritare un tempo eterno e da confondere gli altri personaggi che fantasmi non sono (e che pure anelano a diventarlo), questi fantasmi mi hanno accolta tra loro, sino a insinuare un dubbio sulla mia stessa natura, instillando il desiderio di tentare il “Gran viaggio” per finire nella storia e conquistare il centro del girotondo.
Un narratore anonimo, che ha il vizio di innamorarsi delle storie e di scappare dalla realtà, incontra a un’asta di antiquariato “un signore distinto, silenzioso, che perdeva forfora in piccole squame biancastre che si depositavano sul bavero del cappotto nero”. E che puzzava “di aglio francese e di Pernod francese”. Inizia così una storia che parte dai primi anni Novanta del secolo scorso, e poi torna indietro di quarantacinque anni, e però può andare molto avanti, vertiginosamente. Una storia che muove i personaggi dalla Rue Drouot, li attrae nei cortili di Rue des Saints-Pères, li fa risalire lungo Montmartre e li precipita nell’abisso del nulla, dove tempo e spazio perdono consistenza e si dissolvono in piccole squame biancastre e odori persistenti.
Facile identificarsi con il narratore affamato di storie, e quindi arrendersi al fascino di una dama bianca, che riempie della sua essenza lo spazio che attraversa, una donna tanto forte “da saper dimenticare quello che non vuole ricordare”, una donna che trasforma un sentore di muffa in profumo di passione, “una giovane donna, bella, fresca, e spietata”, che fa pensare a “una divinità scolpita in un candido marmo greco”.
Io la conoscevo. L’avevo sempre conosciuta, anche se era la prima volta che l’incontravo. La riconoscevo, come un’immagine déjà-vu. Qualcosa di lei apparteneva al mio passato.
E quindi, come resistere alla tentazione di cercare in quel passato? E, dopo averlo scoperto vuoto e ancora da realizzare, come astenersi dall’illusione di riempirlo di nuovi gesti e di cambiare il corso delle cose? Questa possibilità sembra darsi al narratore che ci guida nel cuore di Parigi, al centro di una storia che interessa un triangolo amoroso che culmina in un duplice delitto, e nel suicidio del più disperato dei fantasmi: un contrabbassista mite e solitario che non sa rinunciare a un amore inatteso.
Filippo Tuena tesse un intreccio perfetto, sulla cui trama si muovono in circolo personaggi solidi ma anche evanescenti, che il lettore tenta di acciuffare, penetrando lo sguardo umido, opaco e deciso di Re(ve)nant, o provando a sollevare la vestaglia di Blanche, che forse non nasconde che un ingenuo e puro amore per la bellezza, o scrutando il misterioso Altay, che pure era al nostro fianco, senza che ce ne accorgessimo, mentre cercavamo di dipanare il filo del tempo.
Ma il tempo può davvero aiutarci? E siamo così certi di poterne cambiare il corso quand’anche ci fosse data la possibilità di un salto all’indietro? La riflessione sull’argomento principe della nostra esistenza, in una storia sapientemente costruita e mai definitivamente compiuta, ci stimola a una infinita serie di considerazioni mentre ci distrae con dettagli avvincenti e particolari che confondono i sensi. Una storia che stuzzica con raffinata misura il nostro fiuto investigativo, ma poi ci dispone a indagare il mistero dell’animo umano più che quello di un omicidio, e ci travolge con una presa facile e irresistibile dentro la storia, nel cerchio incompleto e perfetto degli eventi.
Una lingua tesa e intelligente ci fa planare sulla vicenda, significando i luoghi, portandoci poi nelle zone ombreggiate e nei gesti sfumati, e ci fa sentire comodi dentro dialoghi che con linearità piena e limpida mescolano abitanti di mondi diversi, sino a illuminanti punti di contatto che sono vere “scoperte” per il lettore. Una scrittura che talvolta taglia l’incanto della storia, come una piccola scure che ci lascia al di qua dell’occasione, aggrappati a una lancetta che scorre inesorabile e che ci vedrà precipitare, gonfi delle nostre certezze.
Il volo dell’occasione è un romanzo destinato a funzionare sempre, un meccanismo che non si inceppa, è il cocktail che non può deludere e che il barman prepara per noi sapendo che finirà nella nostra storia, è il suono di un 78 giri che ci restituisce un amore perduto, è un orologio da tavolo art déco che continueremo a cercare tra oggetti polverosi nell’illusione di tornare indietro ma per andare comunque oltre, è l’incontro tra dimensioni diverse che si parlano, tra ciò che appare e ciò che è realmente, il punto di contatto tra ciò che teniamo in pugno – ma è destinato a sfuggirci – e il nostro desiderio inesaudito.
Lia Amen
«Si ricorda che è un fantasma? Ha bene chiaro in mente questo?»
«Sì.»
«Un fantasma. Una cosa che non esiste.»
«Lo so. Ma a me sembra la cosa più vera che ci sia qui a Parigi.»
«Anche i sogni sembrano veri.»
«I sogni sono veri.»
«Già. Come darle torto?»




