Libri Palestina

Published on Dicembre 11th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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Un Natale per non voltarsi dall’altra parte: sei libri per ricordare la Palestina

C’è questa cosa — chiamiamola pure sindrome dell’attenzione intermittente — che capita sempre più spesso: una tragedia esplode davanti ai nostri occhi, ci assale con immagini e numeri troppo grandi per essere contenuti in un solo cervello, poi all’improvviso evapora. E non perché sia finita: semplicemente, ci siamo distratti. Siamo diventati così bravi a cambiare canale che quasi non ce ne accorgiamo più.

E così succede che, mentre qui ci abituiamo a tutto — alla stanchezza, al rumore di fondo, alla routine che ci assorbe — Gaza non smette. Non si mette in pausa. Non lascia l’intervallo pubblicitario. In Cisgiordania, quella terra che sulle mappe sembra ordinata e muta, come se “West Bank” fosse una dicitura neutrale, continuano incursioni, arresti, demolizioni: atti ripetuti, quotidiani, che per chi li subisce hanno smesso di essere eccezioni.

Intanto, dall’altra parte di questa geografia emotiva, al governo israeliano siedono Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich: due figure che sembrano uscite da un racconto distopico scritto con ironia nera. Ben-Gvir colleziona condanne come altri collezionano biglietti del cinema; Smotrich parla di popoli come se fossero errori di battitura da eliminare. È tutto talmente paradossale da non sembrare reale, e invece lo è.

E mentre qui l’Occidente si concede la tregua natalizia come si prende un analgesico — breve sollievo, effetto limitato, nessuna cura reale — altrove la tregua non è una possibilità. Non un obiettivo. Nemmeno un’idea. E da questo scarto, più che una morale, emerge un compito semplice: non distogliere lo sguardo.

C’è un pensiero che torna spesso quando si prova davvero a capire: i numeri non piangono; le storie sì. E allora questi sei libri non sono un elenco: sono fenditure da cui filtrano voci, ombre, domande.

Il suicidio di Israele – Anna Foa

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Anna Foa, Il suicidio di Israele, Laterza

Leggere Foa è come entrare in una stanza troppo illuminata: quella luce che ti costringe a strizzare gli occhi e, una volta superato il fastidio iniziale, ti rivela tutto ciò che la penombra nascondeva. Il suicidio di Israele non è un saggio “contro”, né un j’accuse travestito da analisi: è piuttosto un sopralluogo in un edificio che conosciamo per sentito dire e che, visto da vicino, mostra crepe profonde, stanze murate, scale che non portano più da nessuna parte.

Foa procede con una calma che inquieta. Non alza mai la voce, non indulge nell’indignazione, non cerca scorciatoie emotive. Scava. Toglie strati. Rimette ordine in una cronologia che, nelle narrazioni ufficiali, è stata più volte inclinata a favore della versione più rassicurante. E, pagina dopo pagina, mostra come uno Stato nato per essere un rifugio — un’idea quasi miracolosa alla luce della storia del Novecento — abbia progressivamente costruito, con scelte politiche e militari precise, un sistema che sottrae diritti invece di restituirli.

Il punto non è l’accusa. Il punto è il paradosso: uno Stato nato per salvare un popolo dal rischio di annientamento è diventato, in alcune sue forme, un apparato capace di infliggere a un altro popolo condizioni strutturalmente oppressive. Non per fatalità, ma per meccanismi che Foa ricostruisce con una lucidità quasi geologica.

C’è un’idea che attraversa il libro come un ronzio difficile da ignorare — e qui la rendo con parole mie: una democrazia non muore quando viene attaccata, ma quando decide chi può permettersi di farne parte. A quel punto smette di essere una casa e diventa una fortezza. E mentre lo leggi senti che non sta parlando solo di Israele.

Un dettaglio minore – Adania Shibli

Adania Shibli, Un dettaglio minore, La nave di Teseo

Shibli scrive come se maneggiasse un bisturi: taglia tutto ciò che non è essenziale. La prima metà del romanzo segue un plotone israeliano nel 1949 e, con una lingua quasi clinica, arriva al cuore del crimine — la violenza e l’uccisione di una ragazza beduina. Nessuna enfasi, nessuna guida emotiva: solo fatti che pulsano, trattenuti, e per questo ancora più dolorosi.

Poi il libro si spezza: entriamo nella vita di una donna palestinese contemporanea che, senza eroismi né proclami, tenta di ricostruire una storia che altri hanno cercato di cancellare. Cammina tra archivi incompleti e luoghi che sembrano ricordare più dei documenti. È una ricerca fatta di silenzi, omissioni, intuizioni — una mappa di ciò che resta quando il passato non passa.

La forza del romanzo sta proprio nella sua struttura: due metà che non combaciano, come se Shibli volesse mostrarci non la storia, ma la sua frattura. Un dettaglio minore non offre un messaggio: offre uno spazio vuoto. Quell’ombra in cui la memoria viene riscritta. Ed è lì che capisci il titolo: in Palestina, i dettagli non sono mai minori.

Quando il mondo dorme – Francesca Albanese

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Francesca Albanese, Quando il mondo dorme, Rizzoli

Le storie raccolte da Albanese sono dieci stanze di una casa che resiste al collasso: vite che cercano appigli quotidiani mentre tutto intorno tenta di cancellarle. La sua scrittura è asciutta, diretta, e restituisce la concretezza di un’esistenza che non ha più margini di protezione.

In parallelo, c’è la sua stessa vicenda: una relatrice ONU finita — anche per inesperienza nel maneggiare la comunicazione ad alta tensione — dentro un frullatore mediatico sproporzionato. Una frase interpretata male, una gaffe, e scatta la macchina dell’indignazione immediata. Con un paradosso evidente: ciò che ad altri viene perdonato (o premiato) a lei viene presentato come colpa grave.

Il punto più duro è quello materiale: conti congelati, pagamenti respinti, ostacoli burocratici che non hanno niente di simbolico. È qui, in questa sproporzione, che le storie del libro assumono un altro peso. Non sono solo testimonianze: sono ciò che accade quando la verità detta ad alta voce incontra meccanismi senza volto. Dopo averle lette, non si può più tornare al prima.

Ogni mattina a Jenin – Susan Abulhawa

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Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli

Ci sono libri che ti restano addosso come una cicatrice. Ogni mattina a Jenin fa questo: entra nella memoria con passo lento, ma determinato, e non ne esce più. Abulhawa racconta la storia della famiglia Abulheja attraversando generazioni, come se la vita fosse un filo che continua a tendersi anche quando tutto intorno cede.

All’inizio c’è Ein Hod, un villaggio di ulivi e stagioni prevedibili, raccontato con una nostalgia che non è mai zuccherosa: è una memoria precisa, concreta, quasi tattile. Poi arriva il 1948 — e nel romanzo “arriva” davvero, come un’onda che sfonda una porta. La famiglia viene sradicata, trascinata nell’esilio, costretta a ricominciare dove ricominciare non è un verbo, ma una condanna.

Il campo di Jenin non è descritto come un luogo di sola miseria: è una geografia della sopravvivenza, di comunità che si reinventano ogni giorno. Amal cresce dentro questo mondo ferito eppure vivo, e Abulhawa fa una cosa rara: non separa mai la tragedia dalla vita. Le perdite convivono con i legami, il dolore con il desiderio, la ferita con il gesto d’amore.

Restano immagini che non se ne vanno: un fratello che sparisce e riappare come un’ombra; un ulivo sradicato e ripiantato; una madre che canta per non crollare. E non perché l’autrice li enfatizzi, ma perché li lascia accadere.

Il romanzo diventa politico proprio così: senza proclami, senza tesi. Mostra. Testimonia. Costringe a vedere ciò che molti scompongono in grafici e numeri. Ogni mattina a Jenin restituisce una cosa semplice e radicale: la complessità di un popolo.

E quando lo chiudi — se davvero lo chiudi — scopri che la storia continua a scorrere dentro di te.

La pulizia etnica della Palestina – Ilan Pappé

Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore

Pappé non scrive come uno storico che vuole convincerti: scrive come qualcuno che ha pagato sulla propria pelle il prezzo di dire ciò che molti non volevano sentire. Perché, prima ancora del libro, c’è lui: accademico israeliano marginalizzato nelle università del suo Paese, accusato di tradimento, costretto quasi all’esilio per aver sostenuto la veridicità delle testimonianze dei sopravvissuti palestinesi e per aver denunciato — con una chiarezza che gli è costata tutto — le responsabilità della leadership sionista negli eventi del 1948.

Questa biografia non è un dettaglio decorativo: è la lente attraverso cui leggere La pulizia etnica della Palestina. Ci sono storici che inseguono le fonti. E poi c’è Pappé, che sembra inseguire l’ombra di una verità che continua a spostarsi ogni volta che qualcuno prova a nominarla.

Il suo lavoro è chirurgico: apre gli archivi, disseziona ordini operativi, ricompone mappe di espulsioni pianificate. E quello che emerge — senza retorica, senza enfasi — è una tesi semplice quanto devastante: la Nakba non fu il caos della guerra, ma un progetto consapevole di ingegneria demografica.

Il tono di Pappé non è incendiario; è clinico. È la calma di chi sa che la materia stessa dei documenti basta a far cedere i pilastri della narrazione dominante. E infatti non spinge sulla leva morale: procede per sottrazione. Lascia che siano le carte, le date, le firme a parlare.

Il punto non è trovare il colpevole, ma togliere l’alibi. Ed è questo, più di tutto, che rende il libro difficile da eludere: quando finisci l’ultima pagina non puoi più rifugiarti nell’idea che “non sapevamo”. Sei lì, davanti ai fatti. E quei fatti — una volta visti — non si possono più disvedere.: non si tratta di dare la colpa, ma di togliere l’alibi. E a quel punto, il lettore si trova solo con la verità.

Apeirogon – Colum McCann (Bonus Track)

Colum McCann, Apeirogon, Feltrinelli

Apeirogon è un romanzo che sembra costruito da un architetto ossessivo: frammenti, numerazioni, ritorni, deviazioni, l’equivalente narrativo di un enorme mobile smontato che puoi attraversare ma non possedere. McCann prende due uomini — Rami e Bassam — e invece di raccontarli come simboli, li racconta come persone che il dolore ha deformato e reso più lucide.

Rami è israeliano, Bassam palestinese. Le loro figlie sono morte in circostanze diverse ma simmetriche: è questa simmetria che McCann trasforma in un ponte. Ma non un ponte retorico — nessuna pace prefabbricata, nessuna riconciliazione da poster ONU. Piuttosto un ponte di un solo metro, quello che basta per vedere che l’altro, sotto la superficie del conflitto, è fatto della stessa materia emotiva.

McCann usa la frammentazione non come espediente stilistico, ma come lente: il dolore non si racconta in linea retta, perché non scorre così. È un insieme di punti, di ritorni improvvisi, di lampi che illuminano e subito dopo accecano. Il romanzo imita questo movimento: ti porta avanti e indietro nel tempo, su e giù nei pensieri, finché non sei più un lettore ma un testimone.

La cosa straordinaria è che McCann non cerca mai la morale: cerca l’istante. L’attimo minimo in cui due dolori estranei riescono a riconoscersi. È un istante fragile, reversibile, ma sufficiente a incrinare il muro. E quando un muro si incrina — anche di un solo centimetro — il mondo cambia geometria. Non in modo spettacolare. In modo umano. A volte basta quello.

Perché proprio a Natale?

Il Natale arriva ogni anno con la sua promessa di sospensione: fermati, respira, fai finta — almeno per oggi — che il mondo sia meno fratturato di com’è davvero. Ma basta spostare lo sguardo di pochissimo, appena oltre il bordo della nostra percezione, perché la promessa vacilli.

Gesù nasce a Betlemme come figlio di una famiglia strappata alla propria stabilità da un decreto imposto dall’alto. Nasce in una terra agitata, attraversata da tensioni che precedono e seguono la sua storia. È l’immagine di un bambino vulnerabile al potere. E torna, inevitabilmente, l’eco dei bambini di oggi, nella stessa terra, vulnerabili allo stesso potere.

A quel punto il Natale smette di essere decorazione: diventa una domanda. Una domanda che non riguarda la fede, ma lo sguardo. Non riguarda il rito, ma ciò che scegliamo di vedere.

Molti pensatori critici sostengono che il silenzio è una forma di assenso senza firma. E forse, nella storia che stiamo vivendo, il gesto più semplice — e più decente — è rifiutarsi di essere parte di quel silenzio.

Se dovessi immaginare un’ultima scena, sarebbe questa: una Betlemme notturna, l’albero acceso dopo due anni di buio, pochi bambini che guardano una stella che non indica più una culla, ma una domanda. Anzi, la domanda: che cosa resta della nostra umanità quando smettiamo di riconoscere quella degli altri?

Le tragedie non chiedono la nostra commozione. Chiedono solo questo: quando arriva il momento di guardare, non voltarsi dall’altra parte.

Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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