Zerocalcare, Nel nido dei serpenti: recensione tra Giorno dell’Onore, Europa e caso Maja T.
Questo non è “solo” un fumetto
Ci sono libri che arrivano come intrattenimento e libri che arrivano come necessità. Nel nido dei serpenti appartiene senza esitazioni alla seconda categoria, con una precisazione importante: non è un romanzo, non è un saggio, non è un reportage. È una graphic novel — e questa distinzione conta, perché qui il racconto non passa solo dalle parole ma da una grammatica fatta di linee, ritmo visivo e silenzi disegnati.
Il progetto nasce come raccolta delle tavole realizzate per Internazionale sul processo agli antifascisti del cosiddetto Budapest complex, affiancata da una lunga storia inedita. La struttura conta meno della sensazione complessiva: trovarsi davanti a un lavoro che non vuole spiegare il mondo, ma costringerci a guardarlo più a lungo di quanto siamo abituati a fare.
Zerocalcare resta dentro i suoi territori narrativi — memoria, identità, senso di responsabilità collettiva — ma qui la materia è più pesante, più europea, più difficile da archiviare con una risata. L’ironia resta, ma smette di essere rifugio e diventa uno strumento per reggere il peso del racconto.
Quando il disegno diventa linguaggio politico
In una graphic novel il disegno non accompagna il testo: lo anticipa, lo contraddice, lo completa. È una seconda voce narrativa che lavora in parallelo.
Qui il segno di Zerocalcare mantiene la familiarità che conosciamo — espressività caricata, ritmo comico, improvvise accelerazioni emotive — ma cambia peso specifico. Le tavole dedicate ai tribunali, alle udienze, alle celle e alle città europee diventano più immobili, più trattenute, come se anche il tratto fosse costretto a rallentare.
È il paradosso della graphic novel: la leggerezza del segno rende più sopportabile la durezza del contenuto e, allo stesso tempo, lo rende più difficile da ignorare.
L’immagine non descrive: mostra. E quando qualcosa viene mostrato smette di essere astratto.
Un viaggio che diventa memoria collettiva
La parte inedita racconta un viaggio in Germania che si trasforma lentamente in una discesa nella memoria recente dell’Europa: violenze neonaziste, connivenze, silenzi. Non la Storia ufficiale, ma quella che continua a scorrere sotto la superficie.
Il passato non è mai davvero passato: resta lì, pronto a riemergere quando meno ce lo aspettiamo.
Il libro lavora su questa sensazione persistente: quanto sia fragile la nostra idea di dopoguerra permanente.
La memoria europea appare come una promessa che continuiamo a fare a noi stessi e che poi dimentichiamo di mantenere.
Il Giorno dell’Onore e la routine dell’estremo
Per capire davvero Nel nido dei serpenti bisogna fermarsi su una parola che sembra innocua e invece è la più inquietante di tutte: normalità.
Perché il Giorno dell’Onore non è un incidente della storia né una stranezza marginale. È un appuntamento ricorrente, prevedibile, quasi rituale.
Ogni anno, nello stesso periodo, nello stesso luogo, persone provenienti da diversi Paesi europei si ritrovano per commemorare soldati del Terzo Reich e collaborazionisti locali. Non in segreto, non ai margini, ma alla luce del giorno.
La vertigine comincia quando qualcosa che dovrebbe apparire inconcepibile diventa calendarizzato. Non è il ritorno improvviso del passato: è la sua puntualità.
Negli anni la questione è arrivata fino alle istituzioni europee, che la osservano con una miscela di preoccupazione e impotenza. Interrogazioni, prese di posizione, discussioni. E poi la constatazione pratica: la gestione delle manifestazioni resta competenza degli Stati.
Tutti sanno, tutti parlano, nessuno interviene.
E l’evento continua a esistere, anno dopo anno, fino a diventare parte del paesaggio.
Qui si apre la frattura più difficile da ignorare. L’Europa ha costruito la propria identità sul rifiuto del fascismo e sulla promessa del “mai più”. E nello stesso spazio geografico continua a esistere una commemorazione pubblica dei soldati nazisti.
Due verità che convivono nello stesso continente.
Non serve che qualcosa venga accettato apertamente: basta che continui ad accadere senza produrre uno shock permanente.
La cosa più inquietante non è che il passato ritorni. È che impari a convivere con il presente.
La vicenda di Maja T. (mentre questa recensione viene scritta)
E poi succede quella cosa rarissima in cui il presente irrompe dentro il libro mentre stai ancora cercando le parole per raccontarlo.
Il 4 febbraio 2026 il tribunale di Budapest ha condannato Maja T. a otto anni di carcere. In aula è stata portata in manette e catene.
La cronaca non aspetta che la narrativa finisca di scrivere.
Il libro raccontava una storia in corso. La realtà ne ha pubblicato l’aggiornamento mentre il volume era ancora sugli scaffali.
Il libro non racconta più ciò che è successo: racconta ciò che sta succedendo.
Germania Est, AfD e la mappa che si allarga
Se si allarga lo sguardo, la traiettoria che parte da Budapest non si ferma ai confini ungheresi. Attraversa l’Europa centrale e arriva fino alla Germania orientale. Negli ultimi anni nei Länder dell’ex DDR l’AfD è cresciuta fino a diventare il primo partito in ampie aree del Paese, con percentuali che hanno superato un elettore su tre.
È una frattura che racconta molto del presente europeo: il muro è caduto, ma una linea invisibile continua a separare Est e Ovest, alimentando sfiducia nelle istituzioni, paura sociale e nostalgia identitaria. Non a caso proprio in Germania centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza negli ultimi anni contro l’estrema destra e contro progetti di deportazioni di massa emersi da incontri tra ambienti radicali.
Budapest, Jena, Dresda smettono così di sembrare luoghi lontani e diventano punti di una stessa mappa. Una rete europea in cui paure, retoriche e parole d’ordine viaggiano veloci, attraversano confini, cambiano lingua ma restano riconoscibili.
Il processo come racconto politico europeo
Uno degli aspetti più potenti della graphic novel è la trasformazione del processo in racconto politico. Non solo tribunale, ma simbolo. Non solo imputati, ma narrazioni contrapposte. E questa trasformazione non avviene dentro il fumetto: avviene prima, fuori, nella realtà.
Il cosiddetto Budapest complex ha smesso rapidamente di essere un fatto giudiziario locale per diventare una storia europea. Estradizioni contestate, immunità parlamentari, richieste diplomatiche, prese di posizione delle istituzioni comunitarie: il procedimento si è allargato fino a coinvolgere l’intero spazio politico del continente. È il momento in cui una vicenda giudiziaria smette di appartenere al diritto e inizia a circolare dentro la politica.
Quando succede, cambia il ritmo del racconto. Non si procede più per prove, testimonianze e perizie, ma per narrazioni, posizionamenti e parole chiave. Ed è qui che il linguaggio diventa il vero campo di battaglia.
Sicurezza. Terrorismo. Antifascismo. Ordine. Dissenso.
Parole che sembrano tecniche e neutre e che invece funzionano come personaggi. Parole che costruiscono scenari, definiscono ruoli, tracciano confini. Parole che smettono di descrivere e iniziano a produrre effetti reali.
Il processo diventa così qualcosa di più di un procedimento penale: diventa una trama che attraversa confini e istituzioni, con protagonisti, antagonisti, alleati e osservatori.
E qui emerge una delle intuizioni più forti della graphic novel: la giustizia contemporanea non si svolge più solo nelle aule di tribunale, ma nello spazio pubblico europeo.
Nei comunicati ufficiali.
Nei titoli dei giornali.
Nei dibattiti televisivi.
Nei post condivisi e commentati.
Il processo continua fuori dal tribunale, in una dimensione narrativa permanente. La vicenda di Maja T. finisce così per diventare il sintomo di una deriva europea: un virus che sembra partire dall’Ungheria ma che riguarda tutto il continente. Una malattia che credevamo archiviata nella memoria storica e che invece era rimasta latente, pronta a riemergere e a creare nuovi contagi.
Perché questa graphic novel ci riguarda davvero
Dopo l’ultima pagina resta una sensazione strana: non quella di aver finito una lettura, ma di aver interrotto una conversazione.
Il punto non è Budapest. Non è l’Ungheria.
Il punto è la distanza che ci raccontiamo tra “qui” e “lì”.
Il rischio non è solo che accadano cose gravi. Il rischio è la nostra capacità di assorbirle e trasformarle in normalità.
Quanto tempo passa tra l’eccezione e l’abitudine? Quanto è sottile la linea tra lo shock e lo scroll?
Questa graphic novel non voleva intrattenere. Voleva restare.
Fabio D’Angelo






