Musica guccini

Published on Agosto 10th, 2026 | by Andrea Panico

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Guccini, o della Nostalgia come Metodo

Ci sono cantautori che hanno attraversato il proprio tempo e altri che hanno fatto del tempo stesso materia poetica. Francesco Guccini appartiene soprattutto alla seconda categoria. La sua canzone non è stata soltanto il luogo di confessione, né semplicemente il deposito di una generazione, ma piuttosto una forma di sedimentazione, un modo di lasciare che le parole raccolgano ciò che il tempo tende a disperdere. In Guccini il passato, e lo si evince anche dai romanzi scritti in collaborazione con Loriano Machiavelli, non è mai davvero passato, è rievocazione del tempo perduto: ritorna come paesaggio, come voce, come oggetto, volto, frase ascoltata in un’osteria, come foto ingiallita, come strada dell’Appennino che tanto ricorda alcuni film di Ermanno Olmi. La sua opera poetica nasce infatti da una particolare tensione tra due movimenti apparentemente opposti: il desiderio di narrare e la consapevolezza che ogni racconto arriva sempre dopo, quando ciò che vorremmo afferrare è già cristallizzato in memoria. È questa distanza a produrre la malinconia gucciniana, una malinconia che non è tristezza ma si rinfocola a ribellione contro le storture della società impreziosita da una componente ironica, affabulatoria, conviviale, una convivialità alla Rustico Filippi. Guccini è stato il poeta del tempo trascorso di cui non ha mai perso le radici, saldezza per resistere contro gli orrori della corruzione.


Nacque a Modena nel 1940 e trascorse una parte significativa dell’infanzia a Pavana, nell’Appennino tosco-emiliano, il paese della famiglia materna che diverrà uno dei luoghi mitologici della sua poetica. Pavana e Modena costituiranno fin dall’esordio due poli fondamentali: la città e il paese, la modernità e l’arcaico, la storia e la memoria, la trasformazione sociale e la persistenza del mondo contadino. Il paesaggio della Pavana diventa una vera macchina poetica: è il luogo nel quale il tempo sembra avere un’altra velocità, dove le generazioni possono ancora incontrarsi e dove gli oggetti possiedono memoria, quasi una Casarsa pasoliniana. Di questo luogo, Guccini ne determina le sue storie, soprattutto quelle editoriali, case, strade, montagne, osterie, stazioni, cortili e botteghe diventano depositi da cui attingere. Da qui nasce una delle sue peculiarità artistiche: la trasfigurazione del privato in memoria condivisa. Guccini racconta spesso di persone concrete, e attraverso esse racconta un’epoca. La figura del padre, della madre, dei nonni, degli amici, dei vecchi abitanti di Pavana, degli avventori di osteria, di viandanti non appartengono alla sfera privata, ma diventano frammento di una storia più grande. Guccini non ha mai avuto bisogno di essere universalmente astratto, come il siciliano Franco Battiato, ha cercato l’universale dentro il particolare affine alla linea di De André e dei suoi grandi amici Lucio Dalla e Francesco De Gregori.

La sua formazione avvenne nella Bologna anni ’50-’60, capoluogo destinato a diventare altro polo del suo immaginario. Bologna è per Guccini una città concreta, ma anche mentale: crocevia universitario, politico, letterario, musicale, luogo d’incontri e discussioni, di osterie e canzoni. Prima ancora del cantautore c’è l’apprendista scrittore. Guccini studia la letteratura con la stessa attenzione che dedica alla musica. La tradizione a cui appartiene è quella della canzone narrativa in cui convoglia il romanzo sociale, la poesia civile, il giornalismo, i canti orali popolari. In lui convivono il gusto dell’affabulazione e il bisogno dell’acuminato ragionamento. Una canzone può dunque procedere come una ballata, ma può anche essere un racconto breve, può avere una struttura di una confessione, ma anche di quella di una cronaca sospesa tra Fenoglio e Caproni. La parola è scavo, è cesello di riflessione. Guccini ricerca la parola capace di contenere la storia. In tal modo il suo verso può allungarsi, restringersi, correggersi, rientrare diventando oralità messa su foglio: sembra di ascoltare qualcuno seduto al tavolo di una locanda e, mentre narra, si interrompe per ricordare un particolare, aggiungere un’immagine. Per tale ragione Guccini è tanto paesano e popolare: perché riesce a far entrare nella canzone il gusto della conversazione. Gli anni Sessanta segnano l’ingresso di Guccini nel mondo musicale, scoperto nel 1966 da Caterina Caselli, nel decennio successivo raggiungerà la sua piena maturità artistica. È il periodo in cui la canzone italiana diventa baluardo civile e impronta storica. La sua canzone civile è una canzone sulla difficoltà di essere politici, sullo scarto tra ideali e realtà, sulle trasformazioni delle utopie, sulle sconfitte e sulle responsabilità individuali. Anche quando parla di storia, Guccini tende a riportarla nei binari umani. È il contrario della monumentalizzazione. La storia, nella sua opera, non è composta soltanto da grandi eventi, ma dalle persone che la subiscono, l’attraversano, la interpretano. Il fascismo, la Resistenza, il dopoguerra, il boom, il Sessantotto: tutto entra nelle sue canzoni attraverso la lente narrativa che restituisce alla Storia le sue vite minori. La sua è una storia vista dal basso e quindi fatta anche di esitazioni, menzogne, fallimenti, ambiguità. Guccini diffida delle certezze assolute. Persino quando la sua posizione politica è riconoscibile, il suo sguardo non smette di essere problematico. La sua poetica non costruisce eroi senza ombre, mediante l’ironia smussa, polemizza, non assume le posture minossiche di alcuni intellettuali italiani anni ’60-’90. Lui sa autocriticarsi. La voce che racconta non si colloca mai completamente fuori dalla storia che racconta. Guccini è abitante del suo mondo, ma al contempo lo osserva con distanza ironica. Accanto alla storia vi è il tempo individuale, quello che plasma i corpi, modifica i luoghi, cancella le persone, cambia il significato delle parole. Da questo punto di vista, il mondo contadino diventa quasi un mito di un’Arcadia devastata dall’edonismo del consumismo, un mondo che Guccini vuole salvaguardare e tutelare al pari della memoria: se viene meno la memoria, allora Dio è morto.

Nel suo stile, la lingua italiana diventa territorio: nelle sue canzoni convivono italiano letterario, parlato, dialetto, regionalismi, termini antiquati, citazioni colte, espressioni quotidiane. È una lingua che non è mai neutrale, è riassunto di ciò che il progresso vuole annientare. Il lemma porta con sé il luogo da cui proviene, un vocabolo dialettale è infanzia, comunità, classe sociale, linfa al pari di quello che pensava un Pavese o un Pasolini. Guccini utilizza la lingua come strumento dell’archeologia, scava dentro le parole per riportare alla luce mondi sepolti. La sua canzone è narrativa in potenza. Ma il racconto di Guccini non è mai individuale. Uno dei suoi grandi temi è la comunità. L’osteria, al pari del bar per Stefano Benni, è il suo laboratorio antropologico. È lo spazio dove può osservare l’Italia, dove la memoria diventa orale, dove gli individui smettono per un momento di essere soli. L’osteria gucciniana è una sorta di contro-istituzione. Non è la scuola, non è il Parlamento, non è l’università.

È uno spazio intermedio in cui si costruiscono racconti, identità, amicizie, conflitti. La cultura non viene trasmessa dall’alto, ma attraverso la conversazione. È qui che Guccini trova una delle sue forme poetiche più autentiche: il racconto condiviso. La sua nostalgia per l’osteria è dunque nostalgia per una socialità perduta. In tale ottica anche la figura del cantautore assume un ruolo inconsueto: non è il divo che occupa il centro della scena, quanto il raccoglitore di storie e di saperi, quando parla il suo IO, pur essendo marcatamente riconoscibile, non è mai narcisistico, ma è racconto di un NOI.

Raccontare la propria infanzia significa raccontare l’infanzia di un’Italia, raccontare i propri amici significa narrare una comunità, raccontare le proprie sconfitte significa testimoniare la fine di una certa idea di futuro. Quel mondo così ben riassunto da Ligabue nel film Radiofreccia (1997), dove Guccini ben si trova a recitare. La canzone diventa allora un archivio alternativo, di relitti che vengono riesumati e rimessi in circolazione per futura memoria. Questo modo di poetare lo avvicina non solo alla ballata irlandese, ma anche alla tradizione folk song di Bob Dylan e Leonard Cohen.

Con il passare degli anni il rapporto fra Guccini e il tempo assume un significato ancora più radicale: il giovane che cantava la Storia si trasforma nel vecchio che la guarda passare. La voce cambia, cambiano i corpi, cambiano i luoghi, cambia il rapporto con il pubblico, ma rimane la stessa esigenza: raccontare il tempo prima che il tempo cancelli ciò che si vuole narrare. La vecchiaia diventa la condizione in cui guardare retrospettivamente la sua opera e non un tempo aggiuntivo. Il tempo gucciniano infatti, come rimarca nei romanzi e nei racconti, è circolare. Si parte dall’infanzia, si lascia la campagna per la città e si ritorna alla Bassa, si passa attraverso la politica e si torna alla memoria, si attraversa la storia collettiva e si ritorna all’individuo. La biografia diventa una spirale. Per tale ragione la poetica di Guccini resterà sempre attuale: come si può resistere a valori morali in una società che muta verso la superficialità e il disagio rapidamente, per correre solo verso il Dio Denaro? La risposta di Guccini è meno ideologica di quella di De André, ma per questo più immersiva: narrare, narrare e narrare ancora, ma narrare condividendo con l’amico, con il barista.

Fra una strada ed Auschwitz, tra un’osteria e un delitto sull’Appennino, tra una fotografia e una recitazione nei film di Pieraccioni, Guccini edifica una delle forme più riconoscibili e innovative di cantautorato: una poesia narrativa e una narrazione poetica, civile e sentimentale che ha fatto del residuo non il motivo della cancellazione, ma la ragione per continuare a tramandare.

 

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