Il buio a luci accese
“Il banditore è indifferente agli oggetti, quel che colleziona sono le storie che abitano le cose.”
Fin dal titolo, questa raccolta di racconti dell’autore irlandese David Hayden (edito da Safarà) mostra la sua cifra caratteristica: la contraddizione. È proprio negli ossimori della realtà (esistenziale e linguistica) che Hayden innesta la propria poetica. Storie che narrano di personaggi precari in un mondo del lavoro e degli affetti sempre più alieno, attraverso una scrittura straniante che fa del dettaglio parossistico la sua maggiore qualità. Le cose, gli oggetti si affastellano in lunghi elenchi descrittivi che mostrano, tramite veri e propri periodi caleidoscopici, i ricordi di un passato nebuloso, di un presente incerto, di un futuro che “dopotutto, non sembra poi durare così a lungo”. Non è un caso infatti che la critica riguardo a questo libro abbia fatto i nomi di autori come Borges e Beckett. Infatti, nella raccolta stile erudito e attenzione per la parola si coniugano con un atmosfere allucinate e assurde. La cifra contradditoria, si diceva, si mostra proprio in questo: una scrittura ricca e particolareggiata che tende però alla rappresentazione dell’annichilimento del senso, fino alla negazione della parola stessa. Quel silenzio a cui aspirava anche l’estrema produzione del più grande drammaturgo conterraneo di Hayden. Il buio a luci accese, infatti occhieggia a prose beckettiane come Compagnia ma risente, paradossalmente, contraddittoriamente (ma non è un caso), della letteratura anglosassone più recente con sconfinamenti che sfiorano il pulp, nel soffermarsi su particolari più scabrosi, le fragranze più nauseanti, fino a personaggi che collezionano escrementi.
In un contesto familiare (dall’ufficio alla casa, sempre occupata cortazarianamente) dove l’elemento fantastico e surreale è sempre in agguato, la scrittura realistica scivola in quella onirica con modalità che riecheggiano il miglior Murakami.
L’impianto della prosa dell’autore è prettamente cinematografico, l’occhio dello scrittore scandaglia i suoi personaggi mettendone a nudo idiosincrasie e perversioni non rinunciando al tocco surrealista che ricorda il Buñuel de Il fascino discreto della borghesia, basti pensare a un testo come Il pane spezzato dove si imbastisce una cena a base di cadavere. Ma la carica sovversiva della scrittura di Hayden non si abbatte soltanto sulle istituzioni professionali ma anche su quelle personali ed esistenziali come dimostra l’archetipo dell’uccisione del padre in Lackerdam mano d’oro o Dick, uomo dimezzato, semisepolto nella sabbia come i protagonisti di Giorni felici ancora di Beckett. Infine, persino la geografia dei luoghi è investita da questa onda straniante: l’autore ci accompagna in località senza nome, in cui si può intravedere la natura dell’Irlanda natia e la le città postindustriali della Gran Bretagna ove lo spaesamento è condizione imperante e i non luoghi come gli aeroporti non servono a collegare le esistenze fantasmatiche bensì a sottolinearne le distanze spezzate
Hayden distilla questi racconti come le lacrime degli operai di Fieno, allagando di curiosità e sbigottimento la mente del lettore che non può che restare abbagliata da Il buio al luci accese.
Giancarlo Marino




