Neogeografia. Claudio Metallo intervista l’autore Matteo Meschiari
Neogeografia. Per un nuovo immaginario terrestre di Matteo Meschiari (Milieu, 2019) è la nuova fatica dell’antropologo, geografo e professore universitario originario di Modena. Cosa è diventata la geografia nell’era dei satelliti, di Google earth o Google maps? Nella percezione comune la geografia è un accumulo di dati, di linee tracciate su una cartina che perde immediatamente la sua neutralità. Una disciplina coloniale che serviva ai regnanti europei per tracciare i confini dei loro nuovi imperi da sfruttare, e nuovi sudditi da schiavizzare. Basta dare un’occhiata a una cartina dell’Africa per capire che la geografia ha significato prendere un righello e una matita e creare una linea di divisione. Non è un caso che negli stessi anni in cui venivano tracciate nuove barriere, esisteva un nutrito gruppo di studiosi che vennero definiti in seguito geografi anarchici, di cui l’esponente più ricordato è sicuramente Elisée Reclus. Nel 1894, mentre ha inizio la conferenza di Berlino in cui Bismark, Leopoldo II e soci si spartirono l’Africa, Reclus pubblicò Nouvelle Géographie Universelle in 19 volumi, in cui inserì tutta una serie di notazioni politiche, come le condizioni sociali di vita degli abitanti. Non è un caso che tra i suoi collaboratori ci sia stato Petr Kropotkin, e non è sicuramente un caso che sia in Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica (Armillare, 2017) che in Neogeografia, Matteo Meschiari li citi in più di un’occasione.
Meschiari pone la geografia su un nuovo terreno, che in realtà egli stesso definisce una sorta di ritorno o una nuova consapevolezza.
Neogeografia è un libro che si legge come se fosse un letteratura di viaggio, pur essendo un saggio coltissimo. Ho intervistato l’autore per Una banda di cefali!
Cos’è la geografia e cos’è la neogeografia?
La geografia si occupa dello spazio terrestre e delle relazioni spaziali tra umani, animali e cose. È una disciplina accademica ma è anche un fascio di capacità cognitive proprie di ogni essere umano. Siamo tutti geografi, insomma. Tuttavia non ne siamo molto consapevoli. La neogeografia, puntando sull’immaginario come facoltà del pensiero, vuole riattivare questa consapevolezza.
Com’è cambiata la nostra percezione dei luoghi e dei viaggi (brevi o lunghi che siano) con i nuovi strumenti tecnologici?
È cambiato tutto. Per una ragione molto semplice. Demandiamo agli strumenti tecnologici non solo ciò che umanamente non siamo in grado di fare ma anche quello che sapremmo fare. Stiamo insomma delegando, stiamo perdendo un certo allenamento a vivere e pensare lo spazio in prima persona. La dimensione virtuale non solo è interessante ma è utile, tuttavia, ricorrendo massicciamente a essa, rinunciamo troppo spesso al corpo e al cervello, che sono i nostri migliori strumenti conoscitivi.
Nel tuo libro applichi la neogeografia alla letteratura, ad esempio a L’odore dell’India di Pasolini. Ci spieghi rapidamente questo caso studio?
Pasolini in India si interroga su come non scivolare nei facili cliché letterari dell’esotismo. Sceglie una via paradossale e straniante: per lui l’India è una metonimia dell’Italia, e viceversa. In altre parole, allestisce una lunga similitudine tra i paesaggi (naturali, architettonici, sociali) indiani e quelli italiani. L’effetto è duplice: da un lato abbiamo un’India fotografata nella sua dimensione più ordinaria, più domestica, dall’altro è l’Italia che si esotizza. Questo meccanismo, che ha radici cognitive e culturali molto lontane, è un esempio di ciò che la neogeografia intende studiare: i processi di addomesticamento spaziale attraverso l’immaginazione.
Viviamo nell’era dei post, ma perché scrivere un libro che parla di geografia nell’era di Google maps?
Perché la geografia non è solo mappe ed esplorazioni, nomi di fiumi e grafici demografici. La geografia è l’intreccio dinamico di uomini, animali e cose nello spazio, è lo spazio che scaturisce da questo intreccio, è un vissuto e un pensato permanente, che ospita e occupa ogni nostra azione fisica e mentale. La geografia è attuale e intramontabile quanto un corpo che cammina e un cervello che si immagina altrove.
Ho letto in una tua intervista che bisognerebbe fare geografia sul campo “dove il campo è l’immaginario collettivo”. Ci spieghi questo concetto?
La mente umana pensa attraverso le parole, i numeri e le immagini. Le immagini non sono slegate, ma formano galassie complesse: l’immaginario. A volte queste galassie sono condivise, esistono collettivamente grazie ad apporti di individui, gruppi, masse. Se, come diceva Bachelard, l’immagine è la spazializzazione di un’idea, lo studio di queste galassie di pensiero spazializzato sono a tutti gli effetti un terreno del geografo. Perché il geografo non si occupa solo del mondo, ma delle sue rappresentazioni.
Tu scrivi che la geografia nasce dall’immaginazione e al centro della neogeografia va collocata l’immagine. Ci spieghi cosa intendi?
Pensiamo a un cacciatore-raccoglitore di 500.000 anni fa. Per mangiare deve trovare gli animali, ma gli animali non sono fissi al terreno come una bacca o un frutto. Gli animali vanno via. Sono lontani. Sono invisibili. Per cercarli occorre immaginarli, immaginarli come entità e come presenze in un luogo. Immaginare luoghi e immaginare animali ha modellato il nostro cervello. Ma non è archeologia cognitiva. È il nostro passato attuale. Noi oggi siamo ancora quei cacciatori di 500.000 anni fa. Continuiamo a immaginare luoghi, oggetti, azioni per vivere la vita di tutti i giorni. Per me la (neo)geografia dovrebbe occuparsi (anche) di questo.
A cosa stai lavorando adesso?
Viviamo in un’epoca in cui il collasso del Sistema-Terra non è più una favola catastrofista. L’Antropocene (reale, percepito, immaginato) ha investito l’uomo come un meteorite. Questo sta provocando onde di ritorno nella cultura, nell’immaginario, nel pensiero. Con un collettivo di 50 scrittori e 50 artisti, che abbiamo battezzato TINA, Antonio Vena e io abbiamo avviato un progetto di mappatura dell’immaginario del collasso. Si intitola Antropocene Decadence e diventerà presto un libro.
Intervista a cura di Claudio Metallo



