Atlante geopolitico dell’acqua. Claudio Metallo intervista Emanuele Bompan.
Nel novembre del 2019 ho iniziato a girare una serie di tre minidocumentari per People for Planet sul tema dell’approvvigionamento idrico. La prima puntata inizia citando due modi dire dell’antico Egitto: il primo recita «Porsi sulle sue acque» e significa essere sinceri, leali; l’altro dice «Essere la sua acqua» e indica un nemico infido da combattere. In queste due frasi, come dico nella miniserie, è racchiuso il rapporto tra l’uomo e l’acqua.
Durante la lavorazione di quel progetto, ho scoperto Atlante geopolitico dell’acqua. Water grabbing, diritti, sicurezza alimentare ed energia, pubblicato da Hoepli nel 2019 e scritto da Emanuele Bompan, Federica Fragapane, Mariarosa Iannelli e Riccardo Pravettoni. Bompan è giornalista ambientale e geografo, Iannelli è presidente del Water Grabbing Observatory e progettista ambientale specializzata in cooperazione internazionale e water management; Pravettoni è geografo e cartografo e lavora per il Norwegian Center for Global Analyses (RHIPTO); Fragapane è Information designer e i suoi progetti sono stati pubblicati su Corriere della Sera – La Lettura, La Stampa, BBC Science Focus, Scientific American, Wired US ed El País.
Grazie alla professionalità degli autori, il saggio è uno strumento per comprendere l’attuale crisi idrica che il mondo sta vivendo. Ci sono i conflitti sotterranei che si combattono per l’acqua, le grandi privatizzazioni, le dighe che si costruiscono in varie parti dell’Asia e dell’Africa mettendo a repentaglio la vita di milioni di persone. Il libro è anche zeppo di dati raccolti scrupolosamente dai rapporti delle Nazioni Unite, che fotografano la maniera sciagurata in cui viene gestito un bene primario per l’uomo, quello da cui parte tutto e di cui non si può fare a meno. Tornando indietro, al tempo della civiltà egiziana, mi viene in mente che quel senso di rispetto profondo nei confronti dell’acqua si è perso, schiacciato dalla volontà dell’uomo di imbrigliare ogni fenomeno naturale stravolgendo gli ecosistemi e prosciugando sempre di più le risorse della nostra casa. Di seguito trovate la mia intervista a uno degli autori, Emanuele Bompan. Buona Lettura.
Ci inquadri l’attuale problema dell’approvvigionamento idrico.
Le Nazioni Unite certificano che viviamo in un pianeta in cui abitano sette miliardi e mezzo di persone e ci avviamo rapidamente ad essere nove miliardi e mezzo nel prossimo ventennio. Sempre più persone hanno possibilità di consumare carne, vestiti, oggetti, a spostarsi in macchina e quindi ognuno di noi ha un’impronta ambientale, nello specifico anche idrica, in aumento. Chi era ricco consuma sempre di più e chi sta entrando nella classe media globale inizia a consumare ad un ritmo crescente. L’acqua è sempre meno disponibile perché stiamo inquinando molte delle falde e dei fiumi, il che riduce sensibilmente questo bene per l’irrigazione o per l’uso domestico e, in qualche caso, anche per l’utilizzo industriale. E poi il cambiamento climatico sta alterando, in alcune aree del mondo, i regimi idrici. C’è un aumento di siccità e una piovosità che è sempre più intensa. La quantità di pioggia in certi casi è sempre la stessa, ma viene rilasciata in tempo sempre più ristretto non permettendo una ricarica costante delle falde. Diminuiscono i ghiacciai e quindi quello che era un approvvigionamento di acqua costante per tutta la stagione primaverile ed estiva si sta riducendo. Lo vediamo in Italia sulle Alpi, le Prealpi e in tutta la pianura padana senza dover andare in giro per il mondo.
Che rapporto c’è tra l’acqua e le guerre e i conflitti che si combattono in questo momento sul pianeta?
I problemi che ho elencato prima comportano una scarsità crescente del bene acqua. Questo spinge attori politici, sociali ed economici ad accaparrarsi questo bene sia attraverso strategie finanziarie di privatizzazione, sia attraverso strategie politiche. Ad esempio con la costruzione di dighe, canali e altri impianti idrici che vanno a detrimento di soggetti deboli o di altri stati a cui viene sottratta l’acqua. Queste infrastrutture servono per lo più per scopi principalmente di sicurezza idrica o anche per motivi legati allo sviluppo industriale. Noi abbiamo usato dei documenti delle Nazioni Unite che certificano come questi conflitti siano in costante aumento. Sono praticamente triplicati nell’ultimo decennio.
L’acqua è già l’elemento centrale dei conflitti attuali, oppure è ancora presto per una lotta che riguarda solo questo bene?
Ci sono varie tipologie di conflitti dove l’acqua ha un ruolo centrale o, e altri dove essa è uno dei tanti elementi che va a costituire il conflitto, come ad esempio in Siria, dove una siccità prolungata ha contribuito ad accelerare una tensione politica tra etnie già esistente, esasperandola. In realtà le guerre nascoste sono guerre che già conosciamo. Si sviluppano su un periodo abbastanza lungo, basti pensare al Mekong che non è una vera e propria guerra con due attori statali che si fronteggiano, ma è un conflitto derivante dal fatto che il numero sempre crescente di dighe in Cina, Laos e Cambogia sta compromettendo il regime idrico e la sicurezza alimentare dell’area. Vietnam e Thailandia sono sempre più preoccupati per l’impatto di queste dighe. I due paesi stanno dando vita ad azioni diplomatiche sempre più stringenti con i paesi citati prima, i quali invece di trovare una soluzione continuano con il loro piano di sviluppo. Abbiamo tensioni dovute alle privatizzazioni in tanti paesi dell’Africa che spingono molte persone fuori dall’accesso idrico e che sono costrette a spostarsi creando tensioni tra tribù o villaggi, come ad esempio in Etiopia. La scarsità idrica può spingere la gente a entrare in gruppi terroristici, com’è successo sul lago Ciad. Nel libro raccontiamo come la scomparsa di questo lago, dovuto all’ipersfruttamento e ai cambiamenti climatici, abbia spinto moltissimi contadini, rimasti senza la possibilità di coltivare, nelle braccia di Boko Haram, il movimento terroristico d’ispirazione islamica che vessa la regione tra Niger, Nigeria, Ciad e Mali e che in dieci anni ha massacrato decine di migliaia di persone, sfruttando questa forza lavoro di gente rimasta senza mezzi di sostentamento. Purtroppo lo stress idrico è sempre più in aumento e questi fenomeni cresceranno sempre di più, se non si trovano delle soluzioni.
Tu sei un giornalista che si occupa di questi temi da diverso tempo e conosci profondamente l’argomento. Intravedi una soluzione al problema dell’approvvigionamento idrico?
Lo scenario dell’acqua e più in generale quello del clima è molto complesso e richiede soluzioni complesse e coraggiose che devono andare a toccare ogni aspetto del nostro modo di vivere e di produrre. Molti di noi non hanno le competenze neanche per capirli, questi problemi. Si fanno gli slogan, i decretini clima che non servono a niente e c’è ancora chi nega l’esistenza del cambiamento climatico. Parliamo anche di pletore di problemi che vanno dai trattati internazionali, ai quadri giuridici nazionali, alle tecnologie o al ruolo della società civile. Ci sono tante forze che hanno già le soluzioni in mano che, se applicate in maniera diffusa e coraggiosa, potrebbero facilmente risolvere questi problemi. Non siamo di fronte ad un asteroide che sta per colpire la terra e non abbiamo la tecnologia per farlo deviare dalla nostra orbita. Abbiamo tutti gli strumenti, ma manca una risposta politica globale e, forse, anche la conoscenza per operare e raggiungere l’obiettivo.
Intervista a cura di Claudio Metallo
P.s Claudio Metallo è anche autore di video inchieste sull’acqua. Potete vederle tutte qui.




