La vita di Hans Christian Andersen raccontata in un fumetto
Tra le recenti pubblicazioni di Hoppìpolla, diventata lo scorso anno anche una casa editrice oltre che un brillante progetto di cultura indipendente per corrispondenza, c’è H. L’anatroccolo che voleva essere una sirena di Alessandro Ripane, al suo esordio fumettistico. Il libro racconta una parte della vita di Hans Christian Andersen, ma va ben oltre la biografia in senso stretto grazie a un taglio originale e allo stile molto interessante dell’artista, svelando il senso delle fiabe di Andersen e prendendo spunto dalla storia della sua vita per costruire un racconto originale.

Le fiabe di Andersen sono diventate dei veri e propri classici, al pari di quelle dei fratelli Grimm, ma legate in larga parte da un elemento comune che le ha rese delle vere e proprie fiabe d’autore, diverse dai racconti dei due linguisti e filologi tedeschi. Il trait d’union delle fiabe di Andersen (tra cui ricordiamo Il brutto anatroccolo, La sirenetta, Il soldatino di stagno) è la condizione del diverso, il senso di disagio di chi non è allineato al senso comune; e il fumetto di Alessandro Ripane ci mostra le ragioni di questo filo rosso che accomuna la poetica di Andersen.
Detto così, potrebbe sembrare un’opera per appassionati dello scrittore, ma in realtà la storia colpisce nel profondo anche chi sa poco e nulla della biografia del celebre autore: il libro a fumetti di Alessandro Ripane è, infatti, bellissimo nel suo essere universale e nel lasciare più alle sequenze che alle parole il compito di colpirci.
L’artista ci mostra, in poco più di cento pagine, il giovane Hans Chistian Andersen prima del suo successo, alle prese con il presente e con l’accettazione di sé: nato in una poverissima famiglia di Odense, un’area allora rurale della Danimarca, diventato orfano a soli 11 anni, lo scrittore si trasferisce in una Copenhagen che non lo capisce e lo rifiuta come artista. Sensibile e femmineo, il protagonista non riesce e non può allinearsi nei meccanismi oliati della gretta società dell’epoca, anche se vorrebbe.

Nel fumetto il passaggio tra passato e presente viene segnato dal cambio di tono delle pagine, che passano dalle tonalità fredde della vita a Copenhagen ai rossi dell’infanzia di Odense; anche il futuro dell’autore è espresso in toni caldi. In tutto il libro, l’espressività che Ripane dona al suo protagonista riesce a emozionare nel profondo, e ci fa venire voglia di leggere altro dell’autore, per godere ancora di questa promettente capacità di narrare per immagini.
Lungo tutto l’arco della storia, in poco più di cento pagine, soffriamo fisicamente per la condizione del giovane Hans, tutt’altro che antiquata bensì vividamente contemporanea. La sceneggiatura, particolarmente asciutta nelle sequenze più riflessive, ci permette di scivolare tra le pagine e sentire addosso ogni sensazione senza scadere nel pietismo, ma mantenendo sempre alta la tensione emotiva.
Lo scrittore, che assume le sembianze di un anatroccolo, viene tratteggiato da Ripane in tutta la sua emotività, e i disegni riescono a immergerci appieno nel mondo che il fumettista crea per noi. Oltre il biografismo, resta il messaggio: perché la storia di Hans Christian Andersen, come quella dei protagonisti delle sue fiabe, è la storia di chiunque sia diverso in una società che ci vuole tutti uguali, e che ci impedisce di vedere il cigno oltre l’anatroccolo.
Simona Di Rosa



