Carcere e Covid. Claudio Metallo intervista Sandra Berardi.

Sandra Berardi, Carcere e covid. Dalle fake news alle leggi emergenziali, Stampalternativa, Collana Strade Bianche, 2021 pp. 207.
Sandra Berardi è un’attivista politica di lungo corso. Ha collaborato e collabora con diversi spazi sociali di Cosenza, occupandosi dei temi più vari: dall’emergenza abitativa al proibizionismo. I suoi maggiori sforzi si sono sicuramente concentrati sulla questione delle carceri. È presidentessa dell’Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus attiva dal 2006. Nel 2021 ha pubblicato un agile libro che si occupa principalmente di quello che è successo in carcere (e sta ancora succedendo) a causa dell’emergenza Covid. S’intitola Carcere e Covid. Dalle fake news alle leggi emergenziali, (Stampalternativa, Collana Strade Bianche, 2021).
In pochi potranno facilmente dimenticare il periodo in cui il faccione di Giuseppe Conte, allora premier, appariva in televisione per annunciarci di restare nelle nostre case, di indossare guanti e mascherine. Il virus stava mietendo vittime soprattutto tra gli anziani e i più fragili. Non volevamo salvaguardare la vita di nostra madre, di nostro nonno o del nostro amico immunodepresso? La maggior parte della popolazione italiana viveva con grande preoccupazione il susseguirsi degli eventi.
Tanti volti televisivi e voci radiofoniche ci raccontavano che dovevamo stare attenti alla linea in questo periodo di forzata sedentarietà. Avremmo dovuto fare degli esercizi tutte e mattine, evitare di mangiare troppe schifezze e fare attenzione all’alcool. Contemporaneamente il bollettino di morti e malati veniva sciorinato tutti giorni alla stessa ora da altri faccioni, ora tornati nell’ombra. In mezzo a questo continuo rimbalzo tra rassicurazione e paura, immaginate la condizione di un detenuto in quei giorni. La preoccupazione di potersi ammalare, di infettare interi padiglioni, l’interruzioni dei colloqui con i familiari, il blocco dell’invio di pacchi, dei permessi, le restrizioni dell’ora d’aria o della possibilità di lavorare fuori dal carcere.
Le carceri italiane, sovraffollate, si infiammarono. Le rivolte vennero sedate nel sangue, con pestaggi, trasferimenti e almeno quattordici morti accertati. Tutti i media nazionali cominciarono a berciare che i detenuti erano stati usati come burattini dalla criminalità organizzata che, in questo paese, è da sempre il coperchio per molte pentole. I giornalisti immaginarono dei boss chiusi nelle loro celle, al sicuro, che davano ordini con un semplice gesto del capo o della mano. Insomma, una roba che neanche Tornatore nel film Il camorrista aveva pensato così esagerata. Carcere e Covid. Dalle fake news alle leggi emergenziali di Sandra Beradi ci racconta la condizione in carcere e il cruciale momento delle rivolte del 2020. La ringraziamo per averci concesso questa intervista.
Claudio Metallo: Sono anni che ti impegni sui problemi legati al carcere. Cosa fa esattamente l’associazione, Yairaiha Onlus, di cui sei presidente?
Sandra Berardi: L’associazione Yairaiha, nata nel 2006, si occupa della tutela dei diritti delle persone detenute. Da anni abbiamo una fitta corrispondenza costante con centinaia di loro. Riceviamo quotidianamente richieste di aiuto e supporto a far valere i propri diritti. La maggior parte delle richieste è correlata a violazioni del diritto alla salute, dei diritti dei lavoratori, abusi. In base alle richieste e alla documentazione sollecitiamo chi di competenza a intervenire. Quando possibile facciamo ispezioni nelle carceri con parlamentari sensibili, oramai sempre più rari. Inoltre organizziamo iniziative e dibattiti tesi a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema.
CM: Nel tuo libro racconti quello che è successo in carcere allo scoppio dell’emergenza Covid. Ci puoi fare un piccolo riassunto?
SB: Il libro narra sostanzialmente le condizioni carcerarie pre-Covid, l’arrivo del Covid, l’inadeguatezza delle misure messe in campo dal governo, la prevedibilità delle rivolte con una lente di ingrandimento sul ruolo giocato dalla stampa, attraverso fake news e facili dietrologismi, nella costruzione di una informazione falsata utile all’emanazione di nuove leggi emergenziali e, soprattutto, utile ad insabbiare l’ennesima strage di stato: 14 detenuti morti il cui certificato di morte è stato scritto nelle redazioni prima ancora che venisse eseguita l’autopsia. 14 morti e nessun colpevole.
CM: Dal carcere ci arrivano continuamente storie di persone molto malate che non vengono per nulla aiutate, sono ordinarie le vicende di malati di tumore lasciati morire in cella. La mia domanda può sembrare paradossale, ma perché durante la prima ondata di Covid in carcere non sono state salvaguardate le persone anziane e con patologie pregresse?
SB: La domanda corretta sarebbe “perché non sono state salvaguardate le persone detenute in generale”. Basta pensare che nel primo DPCM per i detenuti non era stato previsto assolutamente nulla. Solo in un secondo momento sono state inserite le carceri ed è stato fatto nella maniera più brutale possibile: la sospensione dei colloqui con i familiari e delle attività, mostrificando familiari e volontari quali possibili “untori”. Semplicemente i detenuti e le detenute generalmente non sono considerate persone detentrici di diritti al pari di tutti gli altri. E in particolare non lo sono state considerate dal governo in carica a marzo del 2020. Altrimenti non si spiega né la scarsa considerazione riservata loro in uno dei momenti più catastrofici della storia dell’umanità né, tanto meno, il bailamme mediatico e politico sollevato di fronte all’unico atto concreto emanato a tutela dei detenuti. Mi riferisco alla ormai “famigerata” circolare diramata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in cui veniva richiesto alle direzioni una ricognizione delle persone che presentavano particolari fragilità fisiche, per età e/o patologie; circolare che si basava sulle indicazioni fornite dall’OMS e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (CPT) per la gestione e la prevenzione del Covid all’interno del carcere. Adeguarsi alle indicazioni date dai due organismi internazionali era non solo doveroso per via dei vincoli costituzionali, ma diventava obbligatorio per via del sovraffollamento che si registrava in quel momento. Purtroppo come ben sappiamo, e come ci insegna la storia d’Italia, il nostro è un paese fondato sulle emergenze. Si è deciso di non tentare nessuna misura alternativa a quella della detenzione e in quel momento qualcuno ha ben pensato di soffiare sul fuoco perché l’emergenza Covid ne stava oscurando un’altra, quella della mafia, rischiando di far perdere rendite di posizione, considerate quasi sacre, che tante carriere, meritate o anche solo mediatiche, ha permesso di costruire. Si è alimentato lo spauracchio della criminalità organizzata in blocco nuovamente libera. Nei piani alti hanno avuto tutto il tempo di preparare il terreno all’archiviazione dei 13 morti.
CM: A che punto sono i processi sui pestaggi di Santa Maria Capua Vetere?
SB: Anche in questo processo, come in quello di San Gimignano, sempre per tortura, aperto nel 2018 grazie alla denuncia pubblica che la nostra associazione ha fatto attraverso le pagine de Il Dubbio (solo dopo di questa la procura aprì l’inchiesta), ci siamo costituiti parte civile al fianco dei detenuti assieme ad altre associazioni e ai garanti. Il prossimo 6 novembre prenderà avvio il processo a carico di 107 agenti della polizia penitenziaria per torture, lesioni, ecc. Nel frattempo altri 41 agenti sono stati identificati e la procura sta indagando per identificarli. Questo rimanda ad un’altra annosa questione che da Genova in poi è stata più volte oggetto di campagne: il numero identificativo su caschi e divise. Ormai dovrebbe essere chiaro che il casco, più che proteggere, garantisce impunità a queste piantagioni di mele marce. Molti di questi agenti sono ancora in servizio.
Sul sito di Napoli Monitor si può seguire il Diario dal bunker. Il processo per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere #1 – NapoliMONiTOR.
CM: Qual è la situazione attuale nelle carceri in questo post pandemia?
SB: Ad oggi contiamo 70 suicidi dall’inizio dell’anno di cui almeno 20 dai primi di agosto. Le presenze complessive al 30 settembre arrivavano a quasi 56.000 mentre oltre 120.000 persone si trovano attualmente in misure alternative o domiciliare, tra questi sono ricomprese anche le persone affidate alle Rems e quelle detenute in Casa lavoro.
CM: Viviamo in una società che tende tremendamente verso un giustizialismo cieco e violento. Molte persone, compresi alcuni magistrati che vengono considerati al pari di eroi, pensano che in carcere ci siano persone che meritano di stare lì perché hanno commesso dei reati. In un contesto del genere c’è spazio per un dibattito sull’abolizione degli istituti di pena?
SB: Beh, fintanto che si applaudirà trasversalmente al tintinnar di manette sarà difficile riuscire anche solo ad immaginare l’apertura di un dibattito abolizionista. Uno dei luoghi comuni da sfatare è proprio quello che “se sono in galera qualcosa avranno fatto”. Molte delle recenti operazioni spot delle procure si risolvono già al riesame. Tanti maxi processi partono con 300 arresti e 250 assoluzioni. I numeri dei risarcimenti per ingiusta detenzione stanno raggiungendo cifre da elenco telefonico, e in questo la Calabria è prima in classifica. C’è però un aspetto importante, spesso trascurato, che da un lato determina la mitizzazione di alcuni magistrati e dall’altro la mostrificazione dei tanti malcapitati di queste pesche a strascico: lo sbilanciamento mediatico che c’è tra il dare la notizia di reato e lo scarso rilievo che, invece, viene dato alle assoluzioni.
Per quanto riguarda l’apertura di un dibattito abolizionista credo che manchi ancora una presa di coscienza reale sulla brutalità e inutilità del carcere soprattutto tra gli attori principali della scena carceraria, quindi chi somministra la pena e chi la subisce, ma anche chi a questo sistema fa da stampella. E manca una presa di coscienza dell’intera società rispetto alla violenza dell’istituzione carceraria. Certo, tutti hanno visto le immagini violente di Santa Maria Capua Vetere lo scorso anno, ma si dimenticano i 13 morti durante le rivolte, non ci sono immagini. Ci sono però le testimonianze, alcune molto importanti. Oltre a quelle dei detenuti che hanno assistito a quelle violenze, c’è la testimonianza di un medico del 118 in servizio a Modena, che narra di aver visto lo stesso cadavere prima nudo, in mutande, con sangue ed ecchimosi dappertutto e il giorno dopo rivestito, con le tasche dei pantaloni piene di psicofarmaci. Ma il referto autoptico dei primi 13 morti è stato scritto dai giornali prima che venisse eseguita l’autopsia: “morti perlopiù di metadone”. Peccato che non tutti avevano un passato di dipendenze. Così come i media, ovviamente con una regia tutta politica, hanno distolto l’attenzione pubblica da questa strage lanciando la fake della regia mafiosa dietro le rivolte tese ad ottenere sconti di pena per i boss. Questo primo teorema è stato poi alimentato dalla suggestione della scarcerazione dei boss lanciata dalle pagine delle maggiori testate forcaiole per poi entrare nelle case degli italiani con Giletti.
CM: Com’è finita con questa fake news della regia mafiosa sulle rivolte?
SB: Chi conosce il carcere ha sconfessato subito queste tesi (lo faccio anch’io nel libro finito di stampare a novembre del 2020). Il governo, attraverso una commissione d’inchiesta interna guidata da funzionari del DAP, tra i quali erano presenti anche funzionari di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Modena nei giorni della strage, ha impiegato quasi due anni per arrivare a questa conclusione. E nel frattempo le morti sono state archiviate. Ennesima beffa.
Intervista a cura di Claudio Metallo



