Libri Appugrundrisse. Tornare a Napoli

Published on Novembre 28th, 2022 | by Lia Amen

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Appugrundrisse. Tornare a Napoli

Appugrundrisse. Tornare a Napoli

Paolo Mossetti, Appugrundrisse. Tornare a Napoli, Minimum fax. Pag. 278, € 16

A Milano, quelli con cui parlavo continuamente di Napoli, delle sue disgrazie, delle sue eccentricità e balordaggini, dicevano che il mio attaccamento era evidente, che pure se lì mi trovavo benissimo e mi ero fatto molti amici non me n’ero mai davvero andato, anche se io di quell’esaltazione non me ne accorgevo. Ma ricordo bene il turbamento dei miei primi ritorni, gli amici che ritrovavo ogni volta come in un pantano emotivo fatto di rassegnazione e scetticismo, i posti – sempre gli stessi – dove ci vedevamo a bere birra – sempre la stessa, le domande fatte con un misto di invidia e indiscrezione, e puntuale il mio desiderio di posticipare il ritorno a Milano di qualche giorno. Mi stavo riappropriando di un passato che avevo vissuto da comparsa, e sentivo di poter tornare indietro nel tempo e di poterlo modellare, come se questa ambizione potesse anche cambiare ciò che ero quando ero assente da Napoli.

Come si racconta una città di cui si è già detto tutto e il contrario di tutto, di cui sono noti i problemi e le contraddizioni, e innegabili la bellezza e la storia antichissima, la lingua, l’arte… Come si fa a gettare lo sguardo su una porzione di tempo recente nell’idea di offrire una visione compiuta e ordinata di una città se questa città è Napoli? Non è semplice, al massimo si procede per tentativi, e per esperimenti, come fa Paolo Mossetti, con il suo ultimo lavoro: Appugrundrisse. Tornare a Napoli, che già dal titolo indica la volontà di fondere insieme la più lucida analisi critica dell’economia politica e certi sentimenti che non possono essere repressi o ignorati, e che fanno parte essi stessi della nostra storia di osservatori speciali della realtà.
Paolo Mossetti, scrittore, giornalista, traduttore, collaboratore di riviste italiane e internazionali, esperto di antropologia economica, dopo la pubblicazione del saggio sul nazional-populismo italiano, Mil máscaras, pubblicato dalla casa editrice spagnola Akal, approda a minimum fax con un lavoro dedicato alla sua città di origine, dalla quale si era allontanato per ragioni di studio e lavoro, dove decide di tornare per impostare una nuova e più matura corrispondenza affettiva. Il titolo del saggio, che accompagna questo ritorno alle origini, fa riferimento alla parola napoletana “pucundria”o appucundria”, a indicare un sentimento di incompletezza doloroso fugace e pungente, e poi richiama quei Grundrisse o Lineamenti fondamentali della critica delleconomia politica, che mettono in relazione il giovane Marx dei Manoscritti economici-filosofici del 1844 e il Marx maturo de Il Capitale.
Mossetti racconta di aver lasciato Napoli nei primi anni Duemila e di non essersi mai distaccato del tutto dalla propria città, nonostante le fondamentali e necessarie esperienze, utili non soltanto alla sua formazione professionale, ma anche in direzione di una più compiuta idea della città partenopea. La riflessione si apre proprio intorno alla percezione che i napoletani hanno della propria città nel momento in cui la vivono e quando poi la lasciano e riescono a confrontarsi con realtà diverse, e magari si accorgono di essere ossessionati dal luogo di origine. Mossetti racconta dei primi rientri a Napoli come del ritorno alla cameretta abitata da adolescenti, dove ogni oggetto è rimasto al suo posto e dove persino il tempo sembra essersi fermato, ma probabilmente si tratta soltanto di un tempo più lento.


Vista dall’alto di una terrazza, la Napoli in lockdown era stupenda. Dal polmone verde di Capodimonte, con la dimora reale che un tempo veniva sfiorata dagli aeroplani, dalle stradine in basolato vesuviano che riflettono la luce del tramonto, su cui passeggiano cani impensieriti, la città sembrava stregata, in attesa della ricomparsa di spiriti antichi. All’inizio della chiusura di tutto, dentro questa enormità che ci ha lasciato senza parole e ha mandato molti abitanti dei bassi all’inferno, ti avviluppava l’odore del mare verde, dei boschi fuori le mura, dei limoneti privati, del detersivo che arrivava da finestre aperte su pavimenti strofinati ancora più energicamente del solito, dentro case fatte di tufo poroso.

E così, a partire dai ricordi delle scorribande notturne con gli amici affascinati – come lui – dalla periferia, e dal nuovo modo di osservare i limiti non sempre invisibili di microcosmi posti a contatto, ci offre un racconto dei cambiamenti che hanno investito la città sotto il profilo politico, economico, antropologico. E così rievoca incontri con personalità che la storia locale e nazionale ha poi inglobato in sé, e piccoli fenomeni sociali e culturali, e poi osserva l’immagine che della città hanno dato diversi successi letterari che, esportando fuori regione un’idea precisa – circoscritta o fedele che sia – di una porzione di città, hanno di volta in volta spostato l’attenzione su una periferia difficile, e mentre ciò accadeva il centro di Napoli subiva nell’indifferenza generale i cambiamenti più radicali. E osservando la città da tempi diversi, dalla prospettiva di espatriato poco più che ventenne, e poi da uomo già più maturo tornato a casa in concomitanza di una pandemia che a casa riporta tutti, e tornando a periodi ancora più lontani che hanno inciso nettamente sul destino di Napoli, Mossetti ripercorre trent’anni di storia, offrendo una sua lettura dei significativi passaggi di Antonio Bassolino, Rosa Russo Ierevolino e Luigi De Magistris.
Mossetti descrive il processo di turistificazione del centro storico, mascherato dall’illusione di una conservazione dell’identità più autentica della città, e racconta dell’invasione delle attività destinate alla ristorazione, che sostanzialmente escludono tutte le altre, degli affari gestiti dai soliti furbi, delle dimore storiche sacrificate agli interessi degli stessi arraffoni, del ruolo svolto dai centri sociali e delle loro trasformazioni. Emerge, da questo intimo diario di osservazione, un vibrante ritratto di Materdei, rione tanto centrale quanto trascurato, quartiere d’origine dell’autore e, in certe pagine, “casa” per lo stesso lettore, che qui coglie i toni più accorati cui cede di tanto in tanto l’analisi, e proprio da qui pare possibile una ripartenza, perché qui avviene il vero ritorno, il riconoscimento di luoghi in perenne attesa, capaci di esprimere i cambiamenti e le trasfigurazioni apportate dagli anni e capaci allo stesso tempo di imprimere la giusta energia per inghiottire il passato e raggiungere il futuro.
Mossetti non risparmia nulla al lettore, offre una sua visione di una città contraddittoria, lenta e difficile, accende nuove riflessioni e smuove sentimenti contrastanti, che si addolciscono soltanto dinanzi a una irriducibile voglia di resistere e ripartire. La definizione che l’autore dà di sé stesso e di quelli che, come lui, dopo un lungo peregrinare e continui e necessari rientri, decidono di abbracciare il destino dei “ritornanti”, appare la nota più dolce di uno studio accurato, trasversale e spesso amaro.


Le strade mi sussurrano ancora antiche favole, e così immagino una forza che mi riporti indietro nel tempo di dieci, venti, trent’anni, lasciandomi con la consapevolezza di oggi ma la possibilità di fare scelte diverse, anzi di rifare tutto daccapo, con meno capricci e meno svolazzi, potendo rinunciare a una complessità frustrante di astrazioni che non approdano a niente. Per seguire un passo cadenzato e non la frenesia disperata di quando ci si accorge che ormai è tardi. Non un bisogno di fuga ma del suo opposto: di confini più netti dentro di me, di un più forte senso del limite e della misura. La possibilità di annullare il tempo sprecato, e iniziare con questo ritorno un rapporto diverso con chi mi vuol bene, con la realtà, con Napoli.

Con Appugrundrisse. Tornare a Napoli, Paolo Mossetti offre una sintesi dei cambiamenti di una città che si vuole pensare come ferma nel tempo e fuori dal tempo, ma che spostando continuamente il proprio baricentro attraversa il tempo e si offre a sempre nuove trasformazioni. Letture come questa ci impongono riflessioni profonde e pretendono grande onestà, possono infiammarci per una prospettiva non condivisa, ma ci obbligano a tenere alta l’attenzione su una realtà problematica e irresistibile. Una città che richiede attenzioni e occhi bene aperti.

Lia Amen

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