Tichico, cochiti – Mariana Branca
L’opera Tichico, cochiti (Wojtek Edizioni, pp. 150, 17 euro) di Mariana Branca sfugge alle classificazioni tradizionali. In primis, Mariana Branca, fin dal suo esordio con Non nella enne, non nella a, ma nella esse, sempre pubblicato da Wojtek, si palesa come una voce; ed è infatti l’ammaestramento innovativo che adotta la scrittrice nei riguardi della lingua l’asse portante di entrambi i libri. Anche in questo caso è l’impasto semiotico-sensoriale ad avvilupparci in un universo marginale, selvatico, dolente, la cui vertigine dell’elencazione, topos stilistico dell’avellinese, è voragine dei temi di quest’opera: l’alienazione, la crisi del lavoro, il bisogno di fuga dalle strutture produttive e familiari, la ferinità, la povertà, il desiderio di sopravvivenza, costruendo un libro aspro e candido che converte una realtà periferica in materia letteraria di altissima densità letteraria.
Fin dalla prima pagina impone un idioma nuovo, impasto di dialetto, lemmi stranieri, oralità, lirismo poetico, accumulo, ripetizioni, variazioni lessicali; una partitura sintattica stratificata, ipnotica, sinuosamente inquietante e amniotica; un’andatura ritmica alla David Lynch, un doom drone che, all’orecchio di chi scrive, rammenta la colonna sonora di Henry Mancini per Sciarada insieme a quella di John Williams per Lo squalo, consentendo al lettore un totale coinvolgimento nello scavo linguistico fino allo spaesamento. Una lingua osteodermica che è fattore narrativo restituisce la disgregazione e la ricomposizione percettiva del protagonista, il suo tentativo di uscire dalle convenzioni sociali per arrivare a una forma più autentica di connessione con il mondo, in un panorama che radiografa una condizione peculiare della periferia anche italiana: abbandono educativo-culturale, fragilità familiare, mancanza di prospettive, senso di esclusione, aspirazione a un ruolo migliore in società, tanto che i paesaggi sono prolungamenti dello stato mentale di Tichico, il quale è chiamato a confrontarsi con il proprio passato. Per Mariana la lingua è anche corpo organico-politico, dalle sfumature ferreriane, filigrana dei corpi continuamente esposti nel romanzo: alla fame, alla sessualità precoce, alla stanchezza, alla ferocia. Il dolore interiore passa attraverso le ferite della carne; l’andatura del protagonista è base di una lotta ostinata per conservare un involucro inviolabile d’identità pura dentro un mondo che tende continuamente a cancellarla a favore dell’omologazione.
Nel panorama della letteratura contemporanea Tichico, cochiti si sedimenta come opera coraggiosa, scabra, genuina, una scrittura corporale performante che non solo racconta una realtà, ma la fa assorbire fisicamente al lettore.
Andrea Panico




