L’amore fin che dura – Non voglio che Clara

Se la tua casa è spazzata da un uragano non chiuderti dentro, ma apri porte e finestre e lascialo passare. (Paolo Cognetti)
Stavo leggendo Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti quando ho ascoltato per la prima volta il nuovo disco dei Non Voglio che Clara. Un ascolto che è partito in sordina ma che presto, senza neppure riuscire a spiegarmi il perché, è diventato fitto e appassionato. Un affare personale, una questione privata tra me e questo L’amore fin che dura: un rapporto da curare e da nutrire, da affrontare quando poi “resta la paura” (L’amore è fin che dura /poi resta la paura canta Fabio De Min ne Le mogli).
Ne L’amore fin che dura gioca ruolo centrale la figura di De Min, voce della band e autore di gran parte dei pezzi. Prodotto dallo stesso De Min in collaborazione con Giulio Ragno Favero (Il Teatro degli Orrori), l’album vede la presenza tra i suoi ospiti del violino di Rodrigo D’Erasmo, vera e propria garanzia qualitativa d’alta scuola.
I Non Voglio che Clara ci hanno abituato a testi e sonorità gustose e delicate. La loro capacità di scavare nell’animo umano, la loro naturale predisposizione all’introspezione è stata, finora, la loro cifra stilistica più tangibile. Sin dagli esordi, veri e propri gioielli come Hotel Tivoli hanno reso la band una delle più importanti della scena musicale italiana.
Ora – ed ecco che torna il proverbio orientale utilizzato da Cognetti – la poetica della band originaria di Belluno è come se si apra ed esploda in mille suoni e colori. Più che l’utilizzo dell’elettronica, già in precedenza sperimentata seppure in minima parte in Dei Cani, quello che più colpisce è questa maestria nell’utilizzo di un’ampia gamma di registri musicali da lasciare l’ascoltatore in uno stato di onirica beanza.
I Non Voglio Che Clara narrano gli Amori in tutte le loro sfaccettature. Riescono, con delicata destrezza, a declinare il più antico e banale dei sentimenti in tutti i suoi tempi, lasciando poi all’ascoltatore il compito di scegliere la via interpretativa da imbroccare tra gli infiniti snodi che si dipanano nei loro testi: un insieme di piccole, grandi storie che potremmo definire una raccolta di racconti sonori.
Già la cover dell’album si può definire un manifesto di intenti: i Non Voglio che Clara aprono un varco, dischiudono uno squarcio (dipende da come siamo fatti, da dove veniamo, da come siamo abituati a sentire e vedere) e ci portano dritti al centro di quel cuore che, terribile e maestoso, sovrasta qualsiasi altro organo e che tutto tiene e tutto spiega finché pulsa.
In un pezzo come La bonne heure sembra rivivere il meglio della commedia d’autore italiana, ne Gli acrobati rifioriscono gli amori impossibili e la malinconia agrodolce di un Piero Ciampi. In tutte le dieci tracce, nell’abilità con cui De Min schizza questi piccoli ritratti di felicità/infelicità, riecheggia quasi il minimalismo di Raymond Carver.
Ma al di là degli eventuali riferimenti, quello che più interessa e dà senso all’ascolto è che quest’album emoziona, coinvolge e chiama in causa. È un album che ti ammanta e ti denuda allo stesso tempo.
I titoli di coda sono tracciati da La caccia, una ballad che parte lenta per poi divampare nel ritornello in un senso di completa liberazione dove “il desiderio di fuggire/morire” più che una resa assume il colore di una scelta di campo, di un nuovo inizio che non può più essere eluso.
Niente è andato perso. Si riparte da qui.
Dario Cetta
TRACKLIST
Il complotto
Le mogli
Le anitre
Gli acrobati
La sera
L’escamotage
Lo zio
La bonne heure
I condomini
La caccia
Summary:



