Film

Published on Novembre 24th, 2015 | by Angelica Milia

Hunger Games – Il Canto della rivolta (parte 2)

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Regia: Francis Lawrence                                                         Durata: 137′                                                                   Anno: 2015

Cast: Jennifer Lawrence, Donald Sutherland, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Sam Claflin, Jena Malone, Elizabeth Banks, Woody Harrelson, Natalie Dormer


‘Adesso ci troviamo in quello stupendo periodo in cui tutti  concordano che i nostri ultimi orrori non dovranno mai ripetersi. Ma di solito il pensiero collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la memoria corta e un gran talento per l’autodistruzione. Anche se…chissà, magari questa sarà la volta buona, Katniss.’

Sarebbe bellissimo se il messaggio di Suzanne Collins riuscisse ad essere letto per comprendere la realtà che ci circonda, ma difficilmente sarà così.

Come ha dimostrato il freddo cinismo del marketing nel chiamare i suoi fan ‘tributi’ (ricordiamolo, bambini mandati al massacro in diretta televisiva per chetare le masse), la percezione reale del forte discorso della scrittrice per ragazzi americana verrà lavata via dalla dimensione d’intrattenimento cinematografico moderno. E qui però casca l’asino. La critica sociale mossa da Hunger Games si mostra senza veli in questo capitolo finale. Se infatti dal primo episodio era centrale l’utilizzo premeditato dei media per manipolare e martellare le coscienze, qui ci si spinge oltre, mostrando la nascita di azioni che possono portare alla morte di innocenti per una ‘causa più grande’, la scelta matematica di immagini e parole come intenti di divisione netta tra persone fondamentalmente uguali (sono splendidi nella loro semplicità i discorsi in diretta dei due presidenti antagonisti, denudati della loro ipocrisia nel mostrare come nessuno sia mai dalla parte del bene nel mettere prima se stesso, si tratti di sete di potere o di vendetta) fino al tema delle ‘due facce della stessa medaglia’, che si erge come trave portante di un’intero sistema già morto prima di nascere.

Colpisce quindi come uno spettatore possa commuoversi e rimanere legato a personaggi che affrontano prove tanto reali e spaventosamente sovrapponibili al presente (alcuni passaggi sembrano prese di posizioni fatte apposta, ma sono in realtà talmente universali da spaventare per la loro attualità) uscendone però come uno spettatore di Capitol più che come un abitante del Distretto 12.

Più che nei suoi predecessori, da cui è però indivisibile per la costruzione di un percorso di de-schiavizzazione del presente, come dice giustamente Katniss ergendosi davanti al proprio nemico senza considerarlo mai tale, c’è in questo film un’intelligenza a tratti epocale per la semplicità con cui mette in scena l’ipocrisia della razza umana, e su come tenti continuamente di indulgere con frasi fatte sulla assurda complessità dello stato di guerra.

Non c’è mai il tempo di piangere i propri morti, soprattutto nella confusione etica di chi possa averli causati per primo, non c’è logica umana nel gioco delle torture o negli spostamenti politici che non smettono di avvenire davanti ma soprattutto dietro le riprese. Ci sono innanzitutto le scelte di Katniss, personaggio impossibile, che partendo da un impulso egoistico di pura sopravvivenza (e anche qui, un colpo nello stomaco nel negare una chiusa narrativa della Collins che non corrisponda a qualcosa di spaventosamente possibile nel reale), impara a mostrare una compassione pura che chiunque attorno a lei sembra incapace di poter eguagliare.

E forse sta proprio in questo l’amarezza ultima di questa storia, conclusasi con qualcosa di lontanissimo da un happy ending classico, dove i fantasmi delle vittime rimangono incastonati nelle anime dei suoi personaggi come una ‘condanna al vivere’, una ricerca spasmodica di una normalità quasi da favola, dove finalmente i colori tornano a scaldare e lo stato semplice a invadere la quotidianità tranquilla di una vita vissuta lontano dai conflitti, senza però dimenticarne il peso e la lezione imparata. Katniss fa la Storia incurante delle conseguenze che la inseguiranno, incurante soprattutto della propria vita e del proprio valore. In questo lei è l’unica vera finzione letteraria a cui però sarebbe bello se le nuove generazioni fossero in grado di guardare con ammirazione duratura, notando nel triangolo amoroso che potrebbe averle avvicinate in origine il fortissimo dualismo simbolico ricerca di pace / desiderio di conflitto.

Io vorrei crederci, ma ci vorranno anni per capire la portata reale di un avvenimento culturale così importante e quindi sottovalutato dai più.

Almeno la Collins ci ha provato. E io la ringrazio di cuore per questo.

Angelica Milia

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Hunger Games – Il Canto della rivolta (parte 2) Angelica Milia

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