Cefali TFF

Published on Novembre 26th, 2012 | by Mariangela

TFF30 – III giorno, 25 novembre 2012

MARIANGELA:

La sveglia alle 7.30 è inconciliabile con la domenica mattina. Mi alzo, mi lavo, mi vesto, caffè, preparo il pranzo per me e la mia beibi e scappo al Lux attraversando una Torino semi deserta e vuota che è bella a vedersi.

Primo film in programma è il documentario WHAT IS THIS FILM CALLED LOVE? di Mark Cousins.

 

 

 

Ok, a capire ti ho capito caro Mark. Apprezzarti fino in fondo è un’altra storia. Non che il documentario non abbia spunti, e messaggi, e scelte di montaggio interessanti, anzi. Il punto è che ad un tratto diventa fin troppo evidente che qualcosa, l’idea di fondo sostanzialmente del viaggio che viene documentato, dell’estasi o meglio dell’ex-stasi, sfugge di mano e si perde in un finale buttato lì, distaccato dal resto del film. Belle le passeggiate con l'”amigo” Sergei Eseinstein formato foto laminata e le chiacchierate sul significato del viaggio come uscita da se stessi. D’altronde per una che gira per il mondo con una foto di Cristina D’Avena in formato 1:1, scattando foto qua e là, è quasi normale non trovarla una pazzia.

 

Non ci concediamo i titoli di coda per non perderci il film successivo, SMETTERE DI FUMARE FUMANDO di Gipi, per il quale ci fa onore della sua presenza anche Manfre.

 

 

 

“Devo pensare solo alle cose che mi piacciono”. Beh, passare da mille sigarette al giorno a zero in una volta sola è un’impresa non da poco. Allora bisogna concentrarsi su altro, distrarsi magari dalle ossessioni che la mancanza di nicotina porta ad avere, come svegliarsi e pensare di avere il pene sottile, motivo che spedirebbe chiunque al primo tabacchino a comprare un pacchetto di camel blu. O guardare video su youtube di persone convinte di essere in contatto con gli alieni e interrogarsi sui loro 7.000 fan. O interpellare la benevolenza del dio “slow bear” per il sacrificio umano che gli si sta offrendo.

10 giorni senza nicotina. 10 giorni seguiti passo passo da una telecamera. 10 giorni in cui passare dalla fase di astinenza, a quella dei dolori alle ossa, alla pazzia, fino alla normalità per poi finalmente dire “puppami la fava” tabagismo.

Gipi è un personaggio sopra le righe e sopra le righe è anche la sua documentazione/manuale per abbandonare le malefiche sigarette. Lo adoro.

Fantastica la scena degli ippopotami.

 

Finito il film corro al Lux in cerca dei miei anelli perduti (no, non è il remake del Signore degli anelli) tra le poltrone del film mattutino. Nonostante la comica collaborazione delle maschere nella mia ricerca, esco vittoriosa mostrando loro il mio ritrovamento (mi avranno di sicuro perculata, ma vabbé). Io e Carla pranziamo sedute ai piedi del cavallo di piazza San Carlo e caffettiamo da quello che eleggerei mio barista preferito per quanto era dolce. Ci separiamo poi per il mio ARTHUR NEWMAN, esordio di Dante Ariola.

 

http://www.videodetective.com/movies/arthur-newman/554470

 

Le persone si incontrano per caso, senza aver bisogno di sapere davvero chi sono, a volte. Vogliono solo essere loro stesse, senza nomi, senza storie. Poi succede che sono le storie e i nomi a prendere il sopravvento e serve ben poco opporsi. È allora che ci si lascia coinvolgere, che ci si conosce senza quasi bisogno di raccontarsi. È la storia a parlare per noi, a costringerci quasi ad essere noi stessi perché da noi stessi, per quanto ci si provi, non ci si può nascondere. E nonostante il peso che ogni storia porta con sé e ci costringe a portare, solo lì, per la prima volta, ci ritroviamo ad essere nudi, e veri, e noi, finalmente. Non resta poi che cambiare rotta alla fuga, per tornare indietro, tornare a casa, qualunque essa sia, chiunque essa sia.

Detto questo, il prossimo che sento paragonare questo film a Ferro 3 – La casa vuota di Kim Ki Duk, lo stendo.

 

Recupero la mia metà cinefila fuori al Massimo per THE INTERNATIONAL SIGN FOR CHOKING, di Zach Weintraub, regista e protagonista del film. Ovviamente Carla e la sua calamita sono sempre pronte ad attirare strambi personaggi da cui ormai ci svincoliamo con grande maestria e nonchalance (del tutto inutile se poi ci aspettano all’uscita dopo la proiezione fingendo addirittura di non sapere che film abbiamo appena visto e costringendo Carla a farmi quasi schiacciare una vecchietta pur di fuggire… la prossima volta impari a farti prestare un attimo il catalogo del festival da perfetti sconosciuti!). In sala è presente il giovanissimo regista, annata ’87, in piena “strizza” (grazie signora interprete per le tue splendide traduzioni) da pubblico e con un maglioncino favoloso.

 

 

 

Il film è incentrato su Josh, ragazzo prototipo del perfetto hipster, che si trasferisce a Buenos Aires, ma potrebbe essere un qualsiasi posto straniero, per un servizio fotografico e indaga sul suo essere fuori sincrono e fuori posto con la vita e con gli altri. Spaesato e sfuocato come le inquadrature del film, straniero più che nella città nella sua stessa vita presente. Un po’ stronzo aggiungeremmo io e la mia socia che, diciamolo, abbiamo commentato l’intero film come due tredicenni appassionandoci alla mal riuscita storia sentimentale con Anna e volendo fare un’unica domanda alla fine del film… “Tell me, Josh-Zach my dear, are you a complete asshole only in Buenos Aires or even in your real ife?”. Della serie, speriamo che non sia autobiografico.

 

Basta così, 4 film è la misura giusta per una giornata di festival. Mi merito una cena, una doccia, due chiacchiere sdraiata a letto e un vicino che non decida di staccare internet a mezzanotte come Cenerentola per una sera.

 

M.

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CARLA:

Oggi niente matrimoni, posso tornare al Torino Film Festival ma è stata una giornata abbastanza hardcore, lo devo ammettere…

Alle 7:30 la mia sveglia comincia a suonare: “I ain’t happy but, I’m feeling glad I got sunshine, in a bag…” ma io proprio non ce la faccio ad alzarmi dal letto, e ci riesco solo dopo una mezz’ora di tentennamenti. Mi lavo, mi vesto, prendo l’IPOD, mi sparo un bellissimo CD e mi avvio per le strade di Torino, che – giustamente, visto che è domenica mattina e sono solo le 8:40 – sono praticamente deserte. Uno spettacolo…
Arrivo al Lux, pronta per partire con il primo film che comincia alle 9:45: WHAT IS THIS FILM CALLED LOVE? di Mark Cousins.

“Il film è un documentario poetico sulla natura della felicità” avevo letto sul catalogo del TFF e questa cosa mi aveva molto incuriosita, perciò ero esaltatissima. Il risultato però è stato abbastanza deludente. La storia principale è quella di un soggiorno di 3 giorni del regista a Città del Messico, dove i suoi unici compagni sono la sua videocamera digitale e una fotografia laminata di Eisenstein che porta in giro per la città e con cui chiacchiera e racconta. La scelta di Eisenstein è stata molto divertente, anche io ho un “feticcio”: un disco di Cristina con la sua faccia gigante che porto spesso in giro (ma con cui – per adesso almeno – ancora non parlo).
Per il resto, come veniva spesso ribadito nel film, non c’era nessuna storia in particolare, soltanto una serie di associazioni, luoghi, storie, poesie… Il messaggio del film era una sorta di “è bello trovare la felicità nei luoghi che visitiamo, che ti cambiano, ti arricchiscono” ma secondo me il regista non è riuscito a sviluppare bene l’idea, dopo un po’ si è perso e dilungato troppo e la conclusione è stata davvero terribile. Ma è sempre una questione di gusti…

Concluso il film non abbiamo avuto neanche il tempo di vedere i titoli di coda (in questo caso non dico che sfortuna) che io e l’altra cefala siamo scappate al cinema Reposi per vedere SMETTERE DI FUMARE FUMANDO, del mitico Gipi.
E che spettacolo… Una storia semplice: un documentario dei primi 10 giorni del caro Gipi da non fumatore, girati con videocamera, cellulare, per filmare i deliri, le crisi e le allucinazioni dell’astinenza da nicotina. Un film autoironico, divertente, intelligente, in cui sicuramente molti di noi (fumatori o ex) potranno identificarsi, visto che i primi giorni di astinenza da nicotina sono sempre quelli più deliranti. Ho appena letto che Gipi è riuscito davvero a smettere, quasi quasi ci riprovo anche io e giro un film….

Dopo una breve pausa pranzo e una scorpacciata di mandarini e vitamina C per bloccare l’influenza che, ahimè, mi ha beccata, sono tornata al Reposi per vedere RUFUS STONE di Josh Appignanesi e SILENT YOUTH, di Diemo Kemmesies, entrambi incentrati sul tema dell’omosessualità.

Il primo, molto triste e della durata di 30 minuti, racconta la storia di un anziano scappato dal suo paese natale in Inghilterra 50 anni prima perché innamorato di un suo coetaneo. Un film breve ma pieno di spunti di riflessione…

Ma il film che volevo davvero vedere era SILENT YOUTH. Berlin was calling, e avevo davvero voglia di vedere un film in tedesco girato in Germania.

Trailer: http://silentyouth.com/#trailer

La storia è abbastanza scarna: due ragazzi si conoscono e si innamorano. Ma hanno paura.
Mi rendo conto che molti sono andati via dal cinema e capisco anche il perché, ma io ho trovato questo film bellissimo (anche se di azione ce n’era poca). Un film che si concentra soprattutto sui due protagonisti, bravissimi. Da ogni singolo gesto, sguardo, dalle loro parole traspare la paura di lasciarsi andare con l’altro, ma anche la forte attrazione tra loro. Paura in qualche modo comprensibile, anche perché non è ben chiaro se i due avessero avuto esperienze con altri uomini prima di allora – uno aveva una fidanzata, l’altro addirittura un bambino di 4 mesi.

Terminato questo film sono andata (finalmente con un po’ di calma) al cinema Massimo. Con Mariangela si parlava del fatto che non avevamo ancora attirato personaggi strani (sono conosciuta per la mia calamita) e neanche il tempo di dirlo che arriva il signore di turno…
Il film da vedere era THE INTERNATIONAL SIGN FOR CHOKING, di Zach Weintraub. Zach era presente in sala, un po’ hipster, ma davvero un bel fanciullo (sono gli ormoni che parlano).


La storia l’ha già raccontata la mia socia… Un film un po’ “tipico sperimentale americano low budget minimalista” ma non male… L’unico problema è stato il mio immedesimarmi continuamente nella storia sentimentale tra il protagonista Josh (interpretato dal regista) e un’americana Anna. Praticamente lei è innamorata di lui, ma lui è troppo insicuro e frustrato e la tratta proprio male. E quindi sono stata tutto il tempo a inveire contro Josh per come si comportava quella povera ragazza, perdutamente innamorata di lui, e credo di aver ripetuto le parole “Stronzo” “What the fuck” “Eh no, eh no” “Poverina” almeno una decina di volte. A un certo punto si è anche girato un signore e ha detto: shhhhhhh! Ma che ci posso fare? Io sono particolarmente sensibile a queste storie, anche perché mi sembrava di rivedere uno scenario che ho vissuto in prima persona non so quante volte. Sono rimasta a sentire qualche domanda fatta al regista, ma sono dovuta scappare subito al Reposi perché mi aspettava l’ultimo film del giorno.
Ho deciso di essere masochista e mi sono seduta vicino al caro Michael Pitt, pseudo critico cinematografico e faccia nota del Torino Film Festival. Naturalmente non ho dovuto fare grandi sforzi per origliare le sue conversazioni, visto che questo ragazzo ama urlare ai quattro venti le sue teorie e pseudocritiche cinematografiche rendendosi davvero odioso. Sono sicura che quasi tutti gli affezionati del Torino Film Festival l’avranno incontrato almeno una volta…

Il film che stava per cominciare era CHRISTMAS WITH THE DEAD diretto da T.L. Lankford, da un racconto di Joe Landsdale, uno scrittore che adoro! E sia Landsdale che Lankford erano presenti in sala a presentare il film.
Girato con un budget bassissimo (per citare Landsdale “we didn’t have a lot of money, but we had a lot of heart”) CHRISTMAS WITH THE DEAD era proprio quello che mi serviva per concludere questa giornata ricca di film impegnativi.

 

Durante la vigilia di Natale, arriva una tempesta che trasforma tutti gli abitanti di una cittadina in zombie. Pochi riusciranno a scampare a questa sorte.
Una storia di Natale poco convenzionale: splatter, piena di zombie ballerini, dove non manca neanche un pizzico di blasfemia. Non riuscivo a smettere di ridere, e come me anche buona parte delle persone in sala (Michael Pitt compreso)…

5 film e mezzo in un giorno sono tanti, ma ciononostante non vedo l’ora che venga domani per ricominciare….

Carla

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