L’almanacco del giorno prima – Dente
Quante aspettative riponiamo in certi dischi, in certi cantanti, in certe canzoni. Sono solo canzonette, ci diciamo, o almeno dovrebbero, certo. Ma poi ti deludono ed è come se a deluderti fosse stato qualcuno nella vita reale. Almeno per me funziona così, visto il mio attaccamento alle cose, al loro presunto significato e, sì, ai ricordi, soprattutto quelli, a cui tutto è legato.
Dente torna con un nuovo disco dopo tre anni dal precedente Io tra di noi. Lo ascolto, lo riascolto, ci provo, mi sforzo ma niente e mi sento un po’ come se avesse tradito un’intera stagione, anzi due: quella dell’estate in cui mi innamorai di lui e di molte altre cose su cui è meglio tacere, quella sulla spiaggia rovente delle 3 del pomeriggio a schiacciare pisolini con le cuffie nelle orecchie, proprio quella; e quella dell’inverno in cui bastava un pomeriggio stupido a far niente, un ammazza caffè di troppo e una macchina fotografica per inventarsi coreografie che nemmeno Battiato, quella del giudica tu se il cielo sta venendo giù e con lui anche un’intera amicizia, proprio quella.
Che poi non che Almanacco del giorno prima sia un album brutto, solo, ahimè, noioso, il che probabilmente è anche peggio. La musica è quella leggera leggera che passava alla radio negli anni 70, e non è la prima volta che questa musica viene a racchiudere le canzoni di Giuseppe Peveri. L’orecchiabilità è sempre stata una sua prerogativa, l’orecchiabilità di una musica senza fronzoli, che fosse solo una chitarra a suonare o qualcosa di più arioso e orchestrale. Ma qui il problema, ciò che fa sì che l’album pecchi di eccessiva omogeneità, è quello di aver steso una specie di tappeto musicale ai piedi delle canzoni che rende tutto troppo uguale, tutto troppo piatto, a volte dissonante. Un esempio è Miracoli, che è una delle canzoni che preferisco e in cui la poetica mi sembra rimasta intatta dai suoi precedenti lavori discografici, va quasi a cozzare con le note, con lo spirito sonoro scelto. Mi viene in mente un Paolo Conte agli esordi con le sue canzoni malinconiche su musichette allegre che ad ascoltarle pensavi quasi “è così triste che mi viene da sorridere”. Ma erano altri tempi, era altra musica, era tutta un’altra storia.
E se nonostante gli ospiti d’eccezione come Enrico Gabrielli e Rodrigo D’Erasmo, il mio orecchio non pare trovare soddisfazione, cerco allora di correre ai ripari cominciando a estrapolare le canzoni dal loro guscio musicale. Dopotutto, Dente è sempre stato un bravo paroliere, furbizia o non furbizia, giochi di parole o meno, il suo cavallo di battaglia è il suo modo di scrivere, di citare e citarsi. Ma qui, a parte qualche raro caso, sembra aver perso il suo mordente, quel suo essere accattivante e ironico, come se ad ogni strofa ti strizzasse l’occhiolino con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi (anche se non abbiamo visto Genova).
Io tra di noi già rappresentava un mutamento rispetto alla freschezza di Anice in bocca o di L’amore non è bello, ma i cantautori crescono si sa, vivono la loro adolescenza artistica come le persone, e tutto era velato poi di una malinconia, di quel senso di perdita, della fine di un amore di cui non riusciamo a ridere costretti così a ridere di noi stessi. Insomma, va bene giocare con le parole finché il gioco viene naturale, perché le parole alla fine sono come un elastico che se lo tiri troppo si spezza. Poi certo, restano quelle canzoni alla Dente, costruite senza pecca sul suo stile di sempre, probabilmente le meno appariscenti dell’album, quelle che dovrebbero restare più in sordina e invece fanno un suono più bello della altre, come I miei pensieri e viceversa, Coniugati passeggiare o Invece tu.
Forse alla fine dei conti, e alla fine del disco, è che le stagioni fanno sempre un via vai disordinato, vanno, ritornano, alcune inspiegabilmente scompaiono come le colombe bianche nel cappello del prestigiatore. Magari un giorno scopriremo l’entrata per il doppio fondo del cilindro del tempo e ce le ritroveremo lì tutte ammucchiate, e allora le canzoni faranno un suono diverso e capiremo che bisognava solo aspettare il momento giusto per riconoscerle.
Per ora mi viene da cantare insieme a lui così: “Non l’avrei mai detto che a metà di un libro si potesse chiudere”.
Tracklist
1. Chiuso dall’interno
2. Invece tu
3. Miracoli
4. Fatti viva
5. Al Manahk
6. Un fiore sulla Luna
7. Coniugati passeggiare
8. Gita fuori luogo
9. Casa mia
10. Meglio degli dei
11. I miei pensieri e viceversa
12. Remedios Maria
Mariangela Napolitano
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