I segreti di Osage County

Regia: John Wells
Genere: Drammatico
Durata: 121′
Lingua originale: Inglese
Cast: Meryl Streep, Julia Roberts, Chris Cooper, Ewan McGregor, Margo Martindale, Sam Shepard, Demot Mulroney, Julianne Nicholson, Juliette Lewis, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch
Sceneggiatura: Tracy Letts
Soggetto: Tracy Letts
Fotografia: Adriano Goldman
Montaggio: Stephen Mirrione
Distribuzione: BiM
Uscita nelle sale: 30 gennaio 2014
Trama: Nelle grandi pianure dell’Oklahoma i due coniugi Violet e Beverly Weston convivono, una imbottendosi di pillole e l’altro annegando il proprio tormento nell’alcool. Quando lui scompare, dopo aver assunto una nativa chayenne per aiutare in casa la moglie malata di un tumore alla bocca e ormai caratterialmente ingestibile, le tre figlie e gli zii dovranno ritrovarsi sotto lo stesso tetto non tanto per una semplice cerimonia d’addio quanto per il fisiologico bisogno di confrontarsi, rischiando anche di riportare alla luce un passato che si rivelerà difficile da gestire per ognuno di loro, soprattutto se comparato al presente in cui tutti dimostrano di non riuscire a vivere.
Abbiamo fottuto gli indiani per questo?
La prima volta che ho sentito parlare di Osange County è stato inciampando per caso nella lista del cast e da lì ad eccitarsi il passo è stato breve, visto che avevo appena scoperto Tracy Letts e il suo Killer Joe (fatto detonare perfettamente da William Friedkin che, da lui, ha tratto anche Bug) ma non pensavo sarei andata incontro a uno dei film più delicatamente crudeli e lucidi degli ultimi anni.
Partendo da un testo geometrico e pulitissimo, il ‘televisivo’ (e si vede, per il rispetto nella costruzione dei tempi prima e nel rilascio graduale poi) John Wells dipinge immagini altrettanto matematiche e piene, rinforzando con la capacità visiva ogni scambio e svolta narrativa con l’interpretazione meno invadente e più sottile possibile.
Ogni aspetto della vita dei suoi figuranti, ogni snodo narrativo e scoperta di un qualcosa che è parte di una rivelazione più grande, avviene infatti sui confini di una stanza, sulla soglia delle porte, sotto le finestre o attraverso la sottigliezza delle pareti. I personaggi inseriti in campo e controcampo, magari in realtà non coinvolti nello scambio verbale in corso ma comunque legati a ciò che si sta dicendo, vengono tenuti sfocati, di profilo, esitanti e silenziosi eppure presenti e pieni come ingombri da ignorare. La tematica del film è poi la pulsione del rapporto umano all’interno del microcosmo più difficile e affascinante da gestire, la famiglia.
In un susseguirsi di situazioni in cui il malessere, il sentirsi soffocati (e non solo dal caldo), il sentirsi inferiori o fantasmi del proprio futuro diventano la cifra su cui gli scambi comportamentali si basano, Osage County si trasforma lentamente nel teatro di un incontro corpo a corpo, voce su voce, dove le interpretazioni magistrali (ecco il ritorno in piena forma di una dispersa Julia Roberts che nel gestire un personaggio di rabbia controllata a tratti eclissa la Streep) sono tutte calibrate con occhio chirurgico.
L’entrata in scena, il posizionarsi delle sorelle rispetto alla madre diventano schemi di comprensione (la figlia meno amata è la prima ad avvicinarsi in un momento di calma apparente e l’ultima a fare un tentativo quando la situazione richiede di agire, così come la Nicholson rimane nel mezzo tra il combattere e l’arrendersi, mentre la Roberts lotta sempre contro tutto e tutti) mentre l’utilizzo degli esterni è, a tratti, geniale. In un film costruito sugli spostamenti fisici in interni, con un testo che richiama continuamente alla storia americana attraverso l’evocazione quasi intimorita delle Grandi Pianure e con una nativa americana a fare da osservatrice impassibile sullo sfondo (è l’unica “superstite”), questi grandi e spaventosi spazi diventano un’entità pronta a inghiottire chiunque osi allontanarsi. Se tutto avviene in una casa isolata ecco che decidere di averne abbastanza e andarsene sembra quasi un’ammissione di non esistenza, se rapportata al microscopico dramma personale vissuto. L’unico personaggio di cui infatti seguiamo la scelta è anche l’unico che decide effettivamente qualcosa oltre al semplice tornare alla propria vita.
Lo spazio, come personaggio lontano e grondante di un’unicità epica eppure impalpabile, cioè qualcosa che non si vede tutti i giorni.
Un piccolo, perfetto spaccato emotivo di cui (forse) si parlerà poco (dopo la notte degli Oscar) ma che, da queste parti, è già un cult.
Angelica Milia
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