Her
HER – RECENSIONE
Regia: Spike Jonze
Genere: commedia
Durata: 120 min.
Lingua Originale: inglese
Cast: Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde
Fotografia: Hoyte Van Hoytema
Montaggio: Eric Zumbrunnen, Jeff Buchanan, Steven Soderbergh
Musiche: Arcade Fire, Owen Pallett, Karen O
Distribuzione: BiM
Premi:
Uscita nelle sale: 13 marzo 2014
Trama: In un futuro prossimo in cui la tecnologia ha integrato la realtà, una nuova generazione di sistemi operativi, dotati di un’intelligenza artificiale quanto più simile a quella umana, viene messa sul mercato. Theodore comincia a sviluppare con una di esse, creata in base alla sua personalità e al suo modo esperienziale per venire incontro alle sue esigenze, Samantha, una relazione complessa oltre ogni immaginazione.
“Sometimes I think I have felt everything I’m ever gonna feel. And from here on out, I’m not gonna feel anything new. Just lesser versions of what I’ve already felt.”
Her è un film complesso, proprio come il sentimento che muove l’intera sceneggiatura diventandone il tema principale, l’attore protagonista fantasma, ciò che Spike Jonze cerca di indagare, di dipanare come una matassa. L’amore, fil rouge che avvolge e ingarbuglia.
Nel futuro immaginato dal regista, un futuro nemmeno poi così lontano, una sorta di presente alternativo potremmo quasi dire, ogni forma di sentimento arriva sotto forma di un’idea, come se amare non fosse altro che una creazione prettamente mentale, un sentire perché si crede di sentire, si pensa di sentire, che a dispetto però della labilità che un’idea può avere, non la rende meno reale.
Tecnologia e sistemi operativi, in questo presente coniugato al futuro dall’aspetto retrò color pastello, diventano sostituti di una socialità che a livello umano non viene assolutamente cancellata, ma solo integrata, un po’ come se qualcuno avesse aggiornato il software chiamato “realtà”. Le persone parlano con gli OS (sistemi operativi), vivono con queste che non sono “voci” robotiche fredde, ma quasi umane, quasi capaci di pensare, di provare emozioni in base a un elaboratissimo programma basato sull’intuizione.
Theodor Twombly, un magnifico e delicato Joaquin Phoenix, con la sua camicia rossa sembra una delle estremità di quel filo che si tenta di seguire, di ripercorrere per vedere dove conduce davvero. Scrive lettere per gli altri presso la Beautifulhandletters.com: correggere il tiro dell’incomunicabilità tra le persone è il suo lavoro, viene pagato per farlo e gli riesce talmente bene grazie all’empatia che crea, al tempo speso per conoscere le voci a cui si sostituisce, da poter essere considerato uno scrittore appassionato capace di commuovere. Un uomo malinconico Theodore, intristito da un divorzio a cui manca solo la firma per essere compiuto, come se bastasse mettere un’etichetta col nome sui propri fallimenti sentimentali per archiviarli e ricominciare da capo. Nel letto, stanco più che per la fatica fisica, per quella emotiva a cui il suo lavoro e la sua tristezza lo sottopongono quotidianamente, piange per la paura di aver già provato tutto quanto c’era da provare, per la paura che tutto da ora in poi sarebbe stato una replica, un’emozione doppione che mai avrebbe potuto dargli lo stesso brivido di quando l’ha provata per la prima volta.
Tutto questo lo racconta a Samantha, il suo personale sistema operativo, la voce senza corpo che diventa una sorta di raccoglitore dei suoi flussi di coscienza prima, sua compagna di vita poi, in un rapporto incorporeo, come la voce di Scarlett Johansson, in cui la realtà si mischia a un’idea di realtà che testardamente inseguiamo.
La tecnologia è parte integrante dei rapporti umani, non serve di certo un futuro immaginario per mostrarcelo se è diventato estremamente più facile che sia un social network a emozionarti piuttosto che il tuo migliore amico, o che possa risultare quasi più gratificante innamorarsi di un “utente”, di un avatar, piuttosto che della sua persona fisica una volta conosciuto.
Ognuno è chiuso nella sua bolla virtuale, ognuno si ritaglia un suo angolo di mondo immaginario in cui essere o credere di essere diverso: una specie di carnevale della virtualità in cui camuffarsi da doppelgänger di noi stessi.
Finché la realtà e il suo riflesso virtuale non si scontrano e non si scopre che entrambi hanno lo stesso e identico amaro sapore perché entrambi non sono altro che una specie di umana proiezione mentale: vediamo della realtà ciò che vogliamo vedere, la manipoliamo con i sentimenti che scegliamo di provare e creiamo un mondo virtuale a sua immagine e somiglianza.
Spike Jonze ha l’onestà, che non appartiene a ogni regista che si cimenta con un tale argomento, di non cercare l’emozione facile, l’immedesimazione quasi pilotata, e l’empatia irrimediabile che si crea non tanto con i personaggi in sé, ma quanto piuttosto con la storia che Jonze ci racconta è frutto del fatto che i sentimenti sono quanto di più umano possa esserci, e per quanto ci si sforzi a renderli o a rappresentarli artificialmente, tutti li proviamo secondo le nostre personalissime sfaccettature che qui e lì si sovrappongono, si eguagliano. Come Samantha che contemporaneamente comunica con 8.316 utenti contemporaneamnete ed è innamorata, o crede di essere innamorata, di 641 di loro.
Joaquin Phoenix è perfetto nel suo ruolo, bravissimo perché non si può essere che bravi a dover recitare con una presenza fantasma e riuscire a rendere tangibile ogni emozione come se la si potesse toccare, come se fosse reale, come se la sua controparte fosse davvero una presenza.
Scarlett Johansson riesce a sprigionare una sensualità e una vividezza con la sua sola voce che forse per intero con il suo corpo non riuscirebbe.
Amy Adams nella sua semplicità e bravura è bravissima a rappresentare quella che è la coscienza umana di Theodore, il suo rapporto più reale di tutti.
Cameo prezioso quello degli Arcade Fire che con la loro colonna sonora riescono a legare assieme la realtà e la sua idea e a raccontare emozioni e momenti laddove le immagini non possono.
Questo film è tagliente come solo le cose delicate e poetiche sanno essere a volte, perché ti mostra come i sentimenti spesso non esistono se non perché noi stessi crediamo che esistano, che l’amore è un’idea che ci facciamo forse per non sentirci così soli, per non avere paura, per essere a modo nostro felici o per averne solo un’idea.
Mariangela Napolitano
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