Film

Published on Febbraio 19th, 2014 | by Angelica Milia

A proposito di Davis

A proposito di Davis, film di Joel & Ethan Coen

Titolo: A proposito di Davis

Regia: Ethan e Joel Coen

Genere: commedia drammatica

Durata: 105′

Lingua originale: Inglese

Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garrett Hedlund

Sceneggiatura: Joel e Ethan Coen

Soggetto: Joel e Ethan Coen

Fotografia: Bruno Delbonnel

Montaggio: Joel e Ethan Coen

Distribuzione: Lucky Red

Uscita nelle sale: 6 febbraio 2014

Trama: Llewyn Davis è un aspirante cantautore che vive saltando da un divano all’altro, non ha un cappotto nel cuore della gelida New York, deve gestire la fuga di un gatto di amici che diventerà il simbolo della sua vita e una donna che odia e ama allo stesso tempo. In una realtà sospesa ma concretissima, nel migliore stile Coen, lo sconfitto per antonomasia vagherà per lande beat e scivolate economiche, alla ricerca di un singolo, vero e irraggiungibile istante di tregua.

 

“Sono stanco. Sono così stanco. Pensavo di avere solo bisogno di una buona dormita, ma non è così.”

C’è un gatto rosso in questo film che è in realtà il co-protagonista dell’ottimo Isaac (spuntato fuori da Drive, un filmetto) e che, paradossalmente, ne spiega il significato senza tanti giri di parole. Mentre il protagonista razionale vive la propria vita, o perlomeno ci prova, barcamenandosi tra colpe non sue e un carattere a tratti ingestibile, persone che sembrano disprezzarlo per una sorta di automatismo e soldi che non entrano mai, il suo compagno di sventure (e le sue varie ‘incarnazioni’ se così vogliamo chiamarle) seguendolo ne tratteggiano in un qualche modo le scelte, il destino e l’ossessione.
Llewyn Davis altro non è che l’artista definitivo. Essere umano sempre al di sopra, o al di sotto, delle parti e mai livellato con chi lo circonda (quando vive pare stare sotto i piedi di tutti, quando canta li eclissa) avanza per tentativi, non imbroccandone mai una. Non viene mai capito, mai cercato, mai compreso o analizzato da chi dovrebbe amarlo o aiutarlo, ma solo espulso o battuto in continuazione come in una sorta di espiazione tremenda e necessaria per il suo dono. Perfino quando incontra un minimo di gentilezza questa è goffa e finisce per ferirlo, guarda caso proprio a casa dei padroni del suddetto gatto.
Ma è nel finale che capiamo come la vera differenza tra lui e chi poi la storia della musica l’ha effettivamente fatta, forse altro non è che un atto di fortuna legata forse a una certa dose di capacità di vendersi, cosa di cui lui sembra essere sprovvisto in toto. L’ennesima beffa sullo sfondo di una leggenda.
Llewyn Davis è la storia di un uomo che ci prova, alacremente e disperatamente, apparendo in realtà come uno che non si smuove mai da se stesso.
La discrepanza che si crea tra ciò che sembra essere veramente (e a noi spettatori è dato saperlo perché è di lui che si parla, è lui che seguiamo, ma come possiamo pensare che avendolo incontrato nella nostra di vita non l’avremmo trattato come tutti gli altri?) e ciò che mostra al di fuori esplode silenziosamente nel suo gesto di superare il cartello di una città. Il rapporto che Llewyn ha con il discorso figli è sbrigativo nelle sue battute e nei suoi gesti eppure gronda strazio e solitudine nella maggior parte dei suoi testi, come se non potesse fare altro che guardarli da lontano e cantarne per evitare di fare ulteriori danni, ma sempre da una distanza siderale insormontabile e insostenibile.
Ed è qua che i Coen sorprendono forse le frange più ostiche al loro cinema, al loro humor nero costellato di buio e sprazzi di ironia intenta a scacciare, per qualche istante, la bruttezza di questa vita. Ed è qui entra in gioco il gatto rosso.
Prima la fuga, poi la perdita, lo scambio, l’abbandono, la reincarnazione e infine la chiusa del cerchio. Un animale che veste perfettamente i panni dell’ossessione-passione di un uomo per ciò che vorrebbe fare della propria vita, ovvero campare di ciò che ama al di sopra di tutti e anche di se stesso e del proprio orgoglio, tornando sempre appunto nel luogo da cui sono partite tutte le sue disgrazie. Il gatto altro non diventa se non l’anima astratta di Llewyn, la sua purezza, il suo sognare, ciò che lo rende più umano di tutti gli altri e quindi più facile da distruggere.
Se tutto questo non bastasse, la sequenza con John Goodman è da antologia. Vedere per credere.
Intanto, fidatevi di me, sarebbe un mondo leggermente più insopportabile senza gente come Davis, o come i Coen che amano raccontarne le sfaccettature del cuore.

Angelica Milia

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Mangio film, faccio film.



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