Film

Published on Aprile 14th, 2014 | by Angelica Milia

Grand Budapest Hotel

 

Titolo: The grand budapest hotel

Regia: Wes Anderson

Genere: Commedia

Durata: 100′

Lingua originale: Inglese

Cast: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Jude Law, F.Murray Abraham, Mathieu Amalric, Harvey Keitel, Edward Norton, Saoirse Ronan, Tilda Swinton, Tom Wilkinson

Sceneggiatura: Wes Anderson

Soggetto: Wes Anderson e Hugo Guinness

Fotografia: Robert D.Yeoman

Montaggio: Barney Pilling

Distribuzione: 20th Century Fox

Uscita nelle sale: 10 aprile 2014

Trama: Una storia comincia, anzi ne cominciano parecchie. Prima una ragazza che apre un libro, poi l’autore che ne racconta gli avvenimenti e infine il protagonista della vicenda narrata che, a sua volta, racconta la propria storia. Un sistema di matrioske geometricamente perfetto e divertentissimo che vede al suo centro un concierge, Gustave H., il suo assistente Zero Moustafa, un dipinto senza prezzo, una famiglia potentissima e un sicario dai tratti vampireschi.

“L’inizio della fine della fine dell’inizio… è iniziato.”

Se mai avessi potuto ipotizzare come sono fatti gli interni della mente di Wes Anderson, probabilmente sarebbero somigliati tanto al Grand Budapest Hotel. Non solo nella sua struttura così simmetrica, ortogonale e color pastello (ovvero del luogo architettonico in sé), quanto nella costruzione propria del film, del suo ritmo, del suo “realismo” incastrato a ciò che c’è di più stilizzato al mondo e, dulcis in fundo, nella sua magniloquente e straripante ironia. Perché sì, lui è quel maledetto hipster che fa arrivare i pantaloni dieci centimetri sopra la caviglia a ogni suo personaggio, che mette i baffetti e lavora solo di carrellate laterali e rotazioni di 90° sull’asse per mostrare l’uscita o l’entrata in scena di un personaggio. È quello strambo che parla di gente stramba che vive in un mondo strambo in cui tutti parlano lo “strambese”. Ma è anche, e soprattutto, uno degli autori più lucidi e coerenti della sua epoca, uno dei pochi registi ad avere il pieno controllo delle propie follie (e delle palette colori) e che, tramite il proprio linguaggio codificato e personalissimo, riesce a farsi capire da ampie platee senza mai venire meno a se stesso, o ai contenuti a lui più cari.

E, ovviamente, la sua ultima fatica non è da meno. Anzi, rincara la dose di una carriera che non si esagera a definire perfetta in ogni sua piega.

Citando chi era con me durante la proiezione “lui non mette mai nulla di superfluo, ma non perde mai l’occasione di buttarti lì delle chicche incredibili come se fosse naturale infilarcele” (parlando a proposito della gag nella splendida scena della Società delle Chiavi Incrociate). Un altro fattore destabilizzante, in senso buono, a questo giro è dato da come uno dei cast più ricchi e meglio assortiti della storia del cinema, venga disteso lungo tutta la durata del film, facendo la gioia di ogni cinefilo, con una naturalezza impressionante. Ma anche in questa piccolezza (là dove il gigantismo dell’opera wendersoniana è data proprio dalla cura maniacale data ai dettagli più insignificanti) c’è della testa. Il funzionalismo e la febbre da esteta vanno sempre a braccetto, così come la malinconia insita in ogni suo personaggio si sposa alla perfezione con la leggerezza degli scambi messi in scena o come, ribadiamolo, l’astrazione del suo stile non si tiri indietro dal mostrare violenza grafica o sesso esplicito, per quanto centellinati.

Grand Budapest Hotel è Wes Anderson nel suo più limpido dei momenti. La trama e i suoi risvolti mutano e crescono a ogni passo ma sono, paradossalmente, in secondo piano rispetto al prodotto finale, fatto e finito. Incredibile e geniale, l’ennesimo appuntamento che non potete mancare per sentirvi il cuore più leggero nell’assistere alle miserie della natura umana e alle altezze del suo intelletto. Col benestare di un “certo” Zweig.

Angelica Milia

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Summary:

4

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