Cefali live

Published on Giugno 23rd, 2014 | by Angelica Milia

Pearl Jam a San Siro – 20 giugno 2014

 

Ho sentito un boato.

Fino a pochi istanti prima osservavo piccole macchie nere salire ritmicamente lungo le torri di San Siro cercando di raggiungere i propri, lontanissimi posti, ed ero rapita dalla dimensione epica che possono dare così tante persone messe insieme solo perché attirate da cinque musicisti su un palco. Sono banalità del genere che non smettono mai di rimbalzarti per la testa mentre aspetti il giorno, l’ora, l’attimo preciso in cui il primo accordo viene rilasciato.

E infatti, subito dopo il boato, ho sentito la voce di Eddie Vedder dall’ingresso 8 intonare il suo mantra improvvisato in quella cantina di Seattle più di vent’anni fa, quella Release che ho cominciato a bofonchiare mentre correvo alla ricerca dell’ingresso giusto, della scala giusta, incitando il mio compagno di avventura di quella sera.

Ed è così che ho cominciato il mio primo, strepitoso concerto dei Pearl Jam, seguendo le note che strisciavano lungo i muri di uno dei più grandi e importanti templi della musica live di questo Paese, mentre la mia corsa veniva scandita dalle voci di 60.000 persone traboccanti di aspettative e affetto. Ed è così, con Nothingman, che mi sono ritrovata al loro cospetto, il fiato mozzato, il cuore a mille, un responsabile della sicurezza che mi diceva di mettermi al mio posto e, una volta fatto, la tensione che ho ignorato per giorni mi si è ribaltata dentro, permettendomi una lacrima di felicità perché l’incredulità era tale da impedirmi ogni razionalità e compostezza.

Ero al cospetto dei Pearl Jam, stavo ascoltando quella voce e quelle note come mai avrei più potuto fare nella mia vita respirando quell’aria. Ero lì, in quel momento, per quel motivo e ho cominciato a esserci veramente perché, nella mia limitata esperienza di vita, ho capito che il concerto è una di quelle poche dimensioni in cui ci si ritrova a sentirsi presenti in un’accezione più alta, in cui ogni goccia di sangue pompato dal cuore è percepita, in cui siamo pienamente consci che il nostro corpo e la nostra mente sono lì, impedendo a qualunque cosa di inquinare quello spazio di tempo.

Ed è in quel momento che Sirens è partita e in qualche modo la generazione che nel ’91 aveva comprato Ten senza sapere bene cosa aveva tra le mani e l’ultima, in piena fase di scoperta e retrospettiva, si sono fuse in un unico inno di benvenuto.

Eravamo solo all’inizio di un lungo incipit, maturato con lentezza e concluso con la delicata disperazione di Black, dove l’universalità di ‘I know someday you’ll have a beautiful life, I know you’ll be a star in somebody else’s sky, but why, why, why can’t it be, can’t it be mine’ e la foga con cui ogni persona presente cercava di estirparsela dai polmoni, rendevano evidente la semplice necessità della musica nella vita di chiunque. Quella strepitosa capacità di esprimere con chiarezza disarmante stati d’animo indescrivibili senza sminuirne l’intensità o l’intima importanza, che nella ripetizione, da soli nella propria cameretta o davanti ai suoi autori con migliaia di persone a circondarti, si tramuta in una pulizia dell’animo, in un umanissimo gesto fatto per esorcizzare i propri demoni e andare avanti, in una preghiera singola condivisa e degna di chiunque.

È a quel punto che finalmente Eddie ha parlato con tutti noi, forse consapevole che sì, c’eravamo e avevamo carburato in parallelo con lui, Jeff, Mike, Stone e Matt.

Siete pronti? Are you ready?’, ci chiede sorridente. E allora Go. Do the Evolution. Corduroy. Tre dei pezzi più forti e intensi del loro repertorio, seguiti da due corrispettivi nuovi, Lightning Bolt e Mind Your Manners. Il confronto tra il passato che carica il colpo e il presente che lo scaglia è forte, ma non così impietoso come molti preferiscono pensare. Seguono due ‘chicche di Yield’ come Pilate e MFC, e ancora uno dei loro pezzi più evocativi e di ampio respiro, Given to fly, dove il frontman con una delle voci più importanti della storia del rock si scorda il testo, si batte la fronte e ride di se stesso, ma ci pensa il pubblico a mandare avanti il concerto.

Vedder incassa l’amore di chi ha mandato a memoria le sue elucubrazioni mentali e aumenta sempre più le marce.

Tra fogli scritti con pennarello nero in italiano e poi scanditi non troppo faticosamente, per comunicare col pubblico intero e non solo con chi riesce a seguire il suo inglese avvinazzato, il concerto decolla impercettibilmente ma inesorabilmente.

L’indianeggiante Who you are è seguita dalla nervosa Sad che cede poi il passo alla prima vera esplosione dello stadio. È il momento di Even flow e non c’è voce immobile o corpo statico, non c’è mano che non si agiti o mente che non esulti.

La risposta a un classico è di nuovo un pezzo nuovo di pacca come Swallowed Whole e l’elegante affondo di una Setting Forth sempre dolcemente incisiva.

A questo punto però il corpo è fisiologicamente pronto per la prima vera tripletta assassina della serata. Not for you scatena la rabbia, Why go l’amarezza furibonda e Rearviewmirror (la canzone più importante per chi scrive) fa letteralmente impazzire ogni astante con la sua vorace, implacabile presa di coscienza su un passato da superare.

Alla scarica segue un intervallo brevissimo da cui si riemerge con posizioni e strumentazioni da acustico. La canzone dedicata alla grossa luna che incombe su di noi è Yellow moon. E come scompare adagio mentre Eddie attacca… ‘I seem to recognize your face’. Ederly woman behind the counter in a small town è la canzone impossibile da ignorare per eccellenza, forse la loro più semplice nell’esprimere ciò che stanno tutti provando ‘I swear I recognize your breath’ continua a rimbalzarmi nella testa mentre parte un’altra perla apricuore, nientemeno che Thin Air.

E allora ditelo che volete vedermi in ginocchio.

Perché ho già rischiato di scoppiare a piangere tre volte finora, per McCready e il suoi assoli senza pace nonostante le ali grigie sulle tempie, per Jeff che salta in tondo e pare ancora il bambino che teneva banco con Ticketmaster, per Stone Gossard che guarda i suoi compari con l’aria del calmo che deve tenere a bada i matti, perché non sembra di avere davanti una band di cinquantenni ma una di adolescenti alle prime armi che tirano le canzoni più che possono perché non vogliono fare altro che suonare, suonare e poi suonare ancora e il pubblico non è una scusa, non è un intruso o un obbligo ma il motivo reale per cui possono farlo, alleggerendo se stessi e noi, le persone a cui hanno migliorato una giornata o forse salvato la vita.

È la cosa più evidente durante le tre strepitose ore di questo live. L’amore.

I Pearl Jam ci gettano addosso valanghe d’amore, di instancabile e ricercata coscienza civile, di concreta speranza per il futuro e di totale percezione di ogni cosa nella sua veste reale, come a dire ‘Sì, oggi soffochiamo per il dolore, e forse anche domani, ma un giorno we will win’ (conclude Vedder prima della coda finale).

E allora io piango silenziosamente dopo la dedica alla moglie perché mi pianta lì Just breathe.

Poi mi ricompongo per la splendida Daughter (in cui infila un pezzetto di quel W.M.A che mi ha fatto iniziare ad ascoltarli e sì, ero incredula, quando l’ha fatto virare verso un canzonatorio e brevissimo Let it go, quello di Frozen per intenderci, per poi concludere il mashup con la cover It’s Ok dei Dead Moon).

Da qui in poi è tutto in discesa e seguono Jeremy, Better Man (un altro paio di lacrime intanto che c’ero) e la seconda tripletta della morte Spin the black circle, Lukin e Porch. Non potevo davvero crederci perché le ultime tre sono tra le più consumate dal mio lettore e questo riassume, per tutti i presenti credo, che razza di setlist dei sogni ci sia stata servita, neanche fosse passata di lì per caso.

La chiusa è la storica Alive, la fississima chiusura storica Rockin’ in the free world del padre spirituale Neil Young e una Yellow Ledbetter lanciata con la scenetta del ‘dobbiamo chiudere ma… si dai facciamone un’altra’ dataci con un’onestà lucidissima e tangibile.

Eddie zoppica da un lato all’atro del palco per salutare anche chi è lontanissimo da lui, Mike scende ad abbracciare la prima fila, Matt si porta a casa un valzer con la compagna sul palco coi presenti che cantavano Happy Birthday

Il concerto è cominciato con la luce e finito nel buio della notte ma io mi sento capovolta, in netto contrasto con questa natura ironica. Torniamo alla macchina, c’è ancora! Torniamo a casa con la sosta di routine in Autogrill e continuo a pensare alle parole di un’amica che poche ore prima mi aveva detto ‘Credo che dopo averli visti dal vivo… tu non sarai più la stessa’ e mi sento felice nel constatare che, sì, aveva dannatamente, meravigliosamente ragione.

Angelica

 

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Mangio film, faccio film.



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