Interviste

Published on Novembre 10th, 2018 | by Andrea Femia

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Intervista a Claudio Todesco

Claudio Todesco, Pearl Jam Long Road – La storia, Arcana Editrice

Nella vita di chi scrive, i Pearl Jam hanno avuto un’importanza fondamentale, non solo come band, ma anche come accumulatore di esperienze, nonché di amicizie. Qualche tempo fa, diciamo un bel po’ di anni fa, all’ingresso dell’adolescenza, mi ritrovo prima su una chat e poi su un forum dedicato al gruppo di Seattle. Inizio a scoprire tantissime cose, molti dettagli, e così da “novizio” entro nel livello “esperto”. Per entrarci, nei fatti, ti bastava sapere che esisteva un qualcosa che, per un fan italiano della band in questione, era assimilabile a una vera e propria bibbia, e lo scrivo in minuscolo così nessuno si piglia collera. Questa scrittura sacra, che da più parti arrivava come consiglio, era il libro Long Road di Claudio Todesco edito da Arcana Editrice. No, veramente, voi non potete capire quante volte ho sentito nominare questo libro e il nome di quest’autore, quasi che pensavo “vabbè, ma questa community di fan non è altro che un ufficio marketing di questo signor Todesco”, e invece no. Semplicemente, se penso a quanto fosse più difficile reperire le informazioni vent’anni fa rispetto a oggi, quel libro era incredibilmente pieno di roba da scoprire, giusto perché non voglio usare a sproposito il termine studiare. Ok, va bene, da studiare, se me lo concedete.

grunge

Claudio Todesco, Grunge il Rock dalle strade di Seattle, Arcana Edizione

La prima pubblicazione del libro di cui vi ho appena parlato è del 1997, fate un po’ voi. Un bel po’ di anni dopo, giusto perché si rischiava di non essere più sazi, l’autore decide di ritornare nella città di riferimento e parlare non più solo dei Pearl Jam, ma più in generale del movimento che li ha visti protagonisti, quanto meno a livello mediatico. Così nel 2018 Arcana Editrice propone Grunge, una versione aggiornata rispetto a quella precedentemente pubblicata presso Tsunami Edizioni nel 2011. Il libro racconta, essenzialmente, Seattle: anche se non siete esperti di cultura musicale, potrebbe esservi capitato di vedere associata la parola grunge a questa città americana. Altrimenti non fa niente, ci piacete lo stesso. C’è in queste pagine tutta la Seattle dalla seconda metà degli anni ’80 e i pezzi di quello che fu il gigantesco puzzle che si era creato attorno allo Space Needle.

Ciao, Claudio e grazie mille per aver accettato l’invito. Vorrei partire dal chiedere se secondo te esistono possibilità che una città possa, in futuro, avere il peso che ha avuto Seattle sul mercato discografico mondiale o se, invece, considerato quanto lo stesso sia mutato nel corso degli anni, la città dello Space Needle sia destinata ad essere l’ultima grande capitale della musica.

Mettiamola così: Seattle non è stata l’ultima grande capitale della musica, ma è vero che le cose sono radicalmente cambiate da allora. Non è l’ultima capitale della musica perché in quegli stessi anni e in quelli successivi accaddero cose rilevanti in altre città come Bristol o Manchester, in Inghilterra. Erano scene diverse da quella di Seattle, ma con un simile radicamento locale. Oggi viviamo in un mondo decisamente diverso. È sempre più raro trovare comunità di musicisti con le caratteristiche di compattezza e autonomia di quella che stava alla base del cosiddetto grunge. Ed è altrettanto difficile che alle comunità locali siano concessi cinque, sei anni per crescere, mettere radici, costruire uno stile peculiare che non venga subito consumato, diluito, dimenticato.

Avevo circa tredici anni quando lessi il tuo nome per la prima volta in un forum dedicato ai Pearl Jam. Pensavi, scrivendo Long Road, che avresti effettivamente avuto questo tipo di risonanza tra i fan della band, al punto che un povero adolescente doveva sentirsi in colpa per non aver mai letto il tuo libro (grazie, eh)?

Scrissi quel libro perché mi sentivo isolato e pensavo che non fosse stata fatta giustizia alla storia e alla musica dei Pearl Jam. C’è stato un periodo, negli anni ’90, in cui erano considerati un gruppo costruito “a tavolino” dall’industria discografica, modello Spice Girls. Detto che i Sex Pistols furono effettivamente costruiti “a tavolino” e mi pare che un disco epocale l’abbiano fatto, quella percezione era frutto di informazioni approssimative e di un’idea sbagliata di purismo. Il libro uscì nel 1997 e già allora i Pearl Jam riempivano i palasport in Italia, ma non mi aspettavo che suscitasse tanto entusiasmo. Sapevo che raccoglieva una mole notevole di storie sulla band in un periodo in cui le informazioni scarseggiavano, così come sapevo che nessun altro al mondo aveva fatto un lavoro di quel genere. Ho compreso solo in un secondo tempo che il mio tentativo di raccontare lo spirito del gruppo in modo appassionato aveva toccato le corde giuste.

C’è una forte incertezza sul significato effettivo del termine “grunge” come modello di riferimento musicale. In effetti, immagino che se un marziano ascoltasse alcuni album e li vedesse associati allo stesso genere, presumibilmente penserà “questi terrestri sono pazzi”. Davvero una città può avere un così forte impatto sulle vite dei protagonisti della scena, al punto da rendere futili e dimenticabili le effettive differenze di genere musicale?

In una scena musicale piccola come quella della seconda metà degli anni ’80, ai concerti andavano poche decine di persone, sempre quelle. C’era una promiscuità che legava gruppi che facevano musica anche diversa l’uno dall’altro. Sono stati i media a enfatizzare la comune provenienza geografica e a caricare di significati il termine “grunge”. E la cosa, all’epoca, non faceva granché piacere ai musicisti. La parola grunge per alcuni era persino tabù. Ognuno, com’è comprensibile, voleva essere raccontato per le proprie specificità.

Hai in cantiere altre fatiche con le quali far sentire in colpa i tredicenni impreparati?

Long Road è uscito nel 1997, Grunge. Il rock dalle strade di Seattle nel 2011, ho tempo fino al 2025 per pubblicare il terzo libro… Seriamente, se mai dovessi scrivere un altro libro musicale tratterebbe tutt’altro argomento.

Scrivi di musica anche diversa rispetto a quella di cui abbiamo fino a ora parlato, siccome non si finisce mai di imparare, te la sentiresti di dare tre consigli su band/artisti da ascoltare?

Il primo è Jack White. So che è un nome scontato, ma mi piace citarlo perché è uno di quelli che cerca, credo con successo, una via contemporanea alle forme e alle pratiche del rock – si ascolti ad esempio l’ultimo album Boarding House Reach. Il secondo nome è quello di Esperanza Spalding, musicista a cavallo fra rock e jazz che è un fenomeno, anche dal punto di vista progettuale. Se n’è parlato quando vinse il Grammy sette anni fa e nel frattempo è cresciuta tantissimo. Consiglierei Emily’s D+Evolution. E poi, per non sembrare filoamericano, ecco un italiano: amo i progetti di Enrico Gabrielli, fra cui i Calibro 35. Gestisce anche un’etichetta, che si chiama 19’40”, di musica anti-classica. A livello mondiale, c’è una generazione di musicisti cresciuta fra il pop e la classica che non fa più distinzione fra le due cose ed è uno dei fenomeni più interessanti che stanno accadendo da un po’ di tempo a questa parte. 

Per finire. Confermi che, anche a tuo avviso, i Pearl Jam sono la migliore live band del pianeta? Mi serve per bullarmi, quindi dici di sì anche se non lo pensi. Vabbè, dai, puoi rispondere secondo coscienza.

Ma scherzi? La migliore live band del pianeta sono i King Crimson. Il loro concerto è impressionante, roba da restare a bocca aperta per due ore… Ma no, non è vero. Col tempo, ho imparato che non esistono cose come «la migliore live band del pianeta», «il disco dell’anno» o «la canzone del secolo».

Intervista a cura di Andrea Femia

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