Cefali live

Published on Giugno 27th, 2014 | by Carla De Felice

Arcade Fire – live al Rock in Roma 23 giugno

Arcade Fire live in Roma all’Ippodromo delle Capannelle.

Un solo concerto, tre cefali e tre impressioni diverse.

Buona lettura

CARLA:

Sognavo da anni di vedere gli Arcade Fire: sono tra i GRUPPI che metterei su un piedistallo e hanno un posto privilegiato nella mia classifica personale, nel mio cuore e nel mio orecchio. Da quando un amico mi disse: “Sembri la gemella di Régine Chassagne”, io la guardai e pensai “oh cazzo, mi somiglia davvero”. Da allora me l’hanno detto in tanti e per questo mi sono sempre considerata un po’ come una sorella acquisita della famiglia di pazzaglioni degli Arcade Fire. Loro sono tra i pochi che riescono ad accontentare ogni mia esigenza emotiva e musicale: posso sentirli quando sono triste, allegra, esaurita, stressata, ci stanno sempre bene, e il desiderio di vederli dal vivo mi consumava da quel concerto mancato a Berlino tanti anni fa.

Non mi sono voluta spoilerare nulla: non ho visto alcun video live di questo tour, non ho letto nessuna scaletta né recensione, volevo che il mio battesimo a un live degli Arcade fosse unico in tutti i sensi, volevo farmi sorprendere e non aspettarmi nulla.

La serata del 23 giugno è stata una di quelle serate dove si sta proprio bene perchénonfanétroppofreddonétroppocaldo, tiraunbelventicello (il mio omaggio alla settimana del luogo comune) e i presupposti erano proprio perfetti. Volevo stare davanti e ci stavo, anche se abbiamo aspettato un po’ in piedi, ogni tanto arrivavano strane zaffate e durante tutto il concerto eravamo un po’ Packt Like Sardines In A Crushed Tin Box (come direbbero i Radiohead) è stato semplicemente perfetto. Un’inizio da “wow” che mi ha attraversato per intero, dalla testa ai piedi, e che dopo aver visto prima la fake band e poi quei veri mattacchioni entrare sulle note di Normal Person non mi ha più abbandonato.

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Due ore scarse di concerto che sono volate come se fossero cinque minuti e che hanno impacchettato e regalato tutte le emozioni e le atmosfere possibili: si ballava, si pogava, si cantava a squarciagola, si saltava, si ammiravano gli spettacoli, le proiezioni e i giochi di luci, e ci si commuoveva (perché sì in un paio di punti mi sono commossa, ma io non so se faccio testo, sono un caso a parte). I miei desideri di scaletta sono stati tutti esauditi (Laika e addirittura l’intro di My Body is a cage), e loro sono stati semplicemente grandiosi: un concerto che è stato una scarica di adrenalina allo stato puro e mi ha rigenerato per i prossimi mesi. Régine Chassagne sprigiona gioia da ogni poro, ride, saltella come una bambina, fa le piroette. Ti senti felice anche solo a guardarla.  E il marito Win era scatenatissimo.

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Sono stati tutti eccezionali, uno per uno, non è mancato assolutamente nulla, neppure Papa Francesco che ormai mi perseguita in ogni circostanza (chi se l’aspettava al concerto degli Arcade Fire) e un’abbondante pioggia di coriandoli e stelle filanti che ci ha fatto ritornare tutti bambini meravigliati e giocherelloni per qualche minuto. Un concerto di riflessi e contrasti, imprevedibile e sorprendente, unico, ma in fondo se la musica degli Arcade Fire è così difficile da inquadrare, perché dovrebbe essere diverso per una loro esibizione dal vivo?

Ps. ma voi Jon Snow che suonava la chitarra nel gruppo spalla l’avete visto?

FABIO:

Quello degli Arcade Fire è stato il concerto più spoilerato dell’anno, sicuramente più del finale di stagione di The Walking Dead o del nuovo libro di Francesco Piccolo. Del palco, del look di Régine Chassagne in tema con la serata e delle sorprese si sapeva quasi tutto. Come sempre, unica incognita: la scaletta. E qui, tralasciando le voci incontrollate che facevano tanto tracce esami di stato, è doveroso aprire una parentesi. Nessuno lo spiega mai, ma è davvero difficile capire cosa spinge le persone a legare l’intero successo di un concerto alla presenza di una canzone. Sta di fatto che, memore delle delusioni passate, questa volta decido di giocare facile e scelgo come pezzo successo serata Wake up, la cui presenza in scaletta era quotata in tutti i centri scommesse della capitale 1,1. Carla invece, forse suggestionata dal luogo, si fa prendere la mano e azzarda un sistemone sospetto con ben 10 risultati esatti. Alla fine vinciamo entrambi, ma tra le varie cose, la serata svela anche una somiglianza imbarazzante e una parentela sospetta di Carla con una componente del gruppo, che finisce inevitabilmente con il generare seri dubbi sulla regolarità della sua giocata multipla.

Dell’Ippodromo delle Capannelle invece ricorderò il modo in cui all’ingresso ci siamo diretti tutti e tre verso il palco alla velocità della luce, schivando con abilità da prestigiatori qualunque  disturbatore.

Nonostante lo spoiler, il palco, forse aiutato anche dalla terra battuta e da quell’odore di cavalli che faceva tanto rodeo americano, riusciva a conservare comunque un suo effetto sorpresa. Il concerto inizia e io non posso che ammirare con entusiasmo crescente questo miscuglio incredibile di suoni, luci, balletti, strumenti e timbri. Una menzione speciale va ai momenti emozione Régine Chassagne, strepitosa quando danza con straordinaria abilità con lo scheletro più invidiato d’Italia.

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La serata scorre così, tra i vari olè di esultanza di Carla per le canzoni indovinate, gli occhi emozionati di Mariangela e quel sentimento di rassegnazione che cresceva dentro di me man mano che la scaletta andava avanti: avevo mica sbagliato di nuovo la canzone su cui puntare?
No, perché ultima ma solo per esigenze di copione,  arriva Wape Up. La mia serata perfetta.

http://youtu.be/RxXh07bVLv4

MARIANGELA:

Gli Arcade Fire sono stati una sorpresa, non nel senso artistico e nemmeno in quello dello spettacolo: la loro musica ha accompagnato intere mie estati e innumerevoli viaggi in treno, e le foto di amici fortunati presenti al Primavera Sound mi avevano ampiamente spoilerato la sfilata di teste giganti e il suggestivo “confetti party” finale. Gli Arcade Fire sono stati una sorpresa nel senso più letterale di tutti, un regalo improvviso, un giorno prima del concerto, quando ormai per mesi avevo accantonato l’ascolto dei loro dischi per non cedere alla malinconia di non poter essere lì tra coriandoli, luci e specchietti. Ci mancava poco che mi ci portassero bendata, ma sfido io a resistere alla mia molesta curiosità di bambina per l’intero tragitto Napoli-Roma.
Il resto è stata una somma di incredulità e sorrisi senza motivo che ha fatto sì che da Normal Person, che ha aperto il concerto, a Wake up che lo ha chiuso io ci abbia capito poco e niente, quasi come fossi persa in una visione mentale, una dimensione aliena.

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Anche se stretti come sardine, spalla a spalla tra il sudore dei (troppo) vicini (desnudi), la polvere dei piedi che si divincolano e l’olezzo dell’Ippodromo delle Capannelle, tempio di memorabili “mandrakate”, nulla ci ha impedito di ballare felici su quei ritmi un po’ disco music di Reflektor, quasi come fosse una festa caraibica, un carnevale a cui gli Arcade Fire ci invitano: Win con la sua presenza scenica e quell’aria che sembra sempre un po’ torva e la sua metà Régine a fargli da contraltare con i suoi sorrisi e la sua vitalità quasi contagiosa, e tutti gli altri a seguire, dal pazzo Will, ai fiati coreografici.
La scaletta è ormai collaudata in modo da non scontentare nessuno (nemmeno le scommesse musicali di cui sopra che fanno tanto Febbre da concerto), in modo che ogni pezzo sia la tappa propedeutica di un percorso imprenscindibile. E poi le luci, i colori, le immagini sui maxischermi, i coriandoli, l’uomo “reflektor”, l’ombra scheletro di Régine in quella coregrafia da trattenere il fiato in quel duetto tra lei Euredice e Win Orfeo, e poi riflessi in ogni dove, manco fossimo all’interno di una gigantesca palla di specchi e io come una piccola Alice ad attraversarli tutti.

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Nessuna cover dei Beatles, nessun ospite dell’ultimo momento a parte il testone gigante di cartapesta di Papa Ciccio, nessun dress code da rispettare come per la prossima tappa di Londra, ma niente, davvero niente da togliere a un concerto che non ci aspettavamo fosse perfetto, ma giusto, così come giusti sono sempre stati gli Arcade Fire. Ora sì, ci credo davvero.

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