Libri topografia

Published on Ottobre 18th, 2021 | by cefalo precario

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Topografia – Sylvie Richterová

Topografia

Sylvie Richterová, Topografia, Rina Edizioni

 

I pianeti lavorano in cerchi, anche il diavolo, si dice, lavora in cerchi, e anche la memoria, che ci riporta continuamente nei luoghi dove siamo già stati, perché proviamo di nuovo a conoscerli.

La memoria e le sue strade labirintiche, ma coerenti. La libera fedeltà alla memoria.
La memoria e la sua ricostruzione sono al centro di Topografia, romanzo di Sylvie Richterová recentemente ripubblicato in Italia da Rina Edizioni.
A dirla tutta, qualcuno storcerebbe il naso a sentirlo definire “romanzo”. Milan Kundera lo definisce, prendendo in prestito Cocteau, “poesia di romanzo” e la stessa autrice, nel “Post scriptum a mo’ di premessa” si interroga sulla sua natura. Secondo Richterová non si tratta di un romanzo sperimentale né di un romanzo psicologico: la forma di questo testo ricorda piuttosto un album di fotografie, di quelli che si sfogliano in occasioni speciali per rivivere momenti e resuscitare immagini.
Come leggere, allora, Topografia? La stessa Sylvie Richterová ci dà le coordinate per farlo, con queste poche righe:

Visto che non ci sarà racconto, qui non si arriva da nessuna parte, non si giunge da nessuna parte. Passando per di qua si traversa e si trasforma. Dovunque si passi. Magari rispondesse: è questa la forma, è questa la forma, lo vedo. Grazie a ciò saprebbe dov’è che ci troviamo in questo momento.

 Dimenticatevi, quindi, di seguire una storia, di individuare eroi, eroine, intrecci. Richterová ci accompagna piuttosto nella rielaborazione della coscienza. Una coscienza che deve fare i conti con la Storia e con il Tempo. E la forma in cui l’autrice sceglie di farlo sembra quasi l’unica forma possibile.
Dei cinque capitoli che compongono l’opera, forse solo il primo promette lo sviluppo di una storia nel senso più classico, perché è qui che ritroviamo una famiglia ceca alle prese con una rocambolesca vacanza estiva in Jugoslavia. Da lì in poi la narrazione si fa sempre più rarefatta, frammentaria. Le coordinate temporali non sono quasi mai date – solo nel primo capitolo, appunto, risalta un “Nella Jugoslavia neutrale, nell’anno 1961, balzava agli occhi che  il mondo fosse diviso”–, ma sono molti gli indizi che ci suggeriscono che ci troviamo in quella fetta di storia che vede la Cecoslovacchia fare i conti con il comunismo (l’influenza sovietica iniziò nel 1948 e fu ufficializzata nel 1960 con la nascita della Repubblica Socialista Cecoslovacca: è questo il contesto storico-politico in cui nascono i presupposti per la Primavera di Praga del 1968, cui seguirà un duro periodo di normalizzazione). E non solo: tra le righe si leggono storie di esili, di esiliati, sogni di emigrazione e urgenze di ritorni in patria. La stessa Richterová lasciò il suo paese nel 1971 per trasferirsi in Italia, a Roma, dove studiò letteratura con la guida di Angelo Maria Ripellino e dove insegnò Lingua e letteratura ceca fino al 2009.

Con quale anima, con l’anima di chi, con un’anima che si estende nella città notturna sino al fiume e ancora oltre, sull’altra riva, alle torri della Chiesa del Týn e al Carolinum, dove una notte nel fumo dei lacrimogeni due uomini stavano dicendo: dottore, in questa città anche i carri armati diventeranno presto di pietra.

Topografia (Místopis in lingua originale) si propone, quindi, come “scrittura di uno spazio”: sono gli spazi dove si è mossa la coscienza  di chi scrive, i cui tratti autobiografici, però, si diluiscono in un collage quasi fotografico di descrizione di oggetti, luoghi, situazioni che danno alla narrazione una struttura ricorsiva. Potremmo infatti dire il topos del titolo non sia solo un luogo, ma un motivo ricorrente, uno schema narrativo che si intreccia con gli altri in un gioco di corrispondenze continue. Quella di Topografia è una costruzione che, scrive Massimo Rizzanti nella postfazione, “fa sì che il lettore possa entrare nel romanzo dalla porta principale della prima parte, ma anche dalle molte porte e finestre di cui sono fornite le altre quattro”. Richterová adopera un procedimento quasi proustiano nel rievocare momenti attraverso l’ausilio di piccoli oggetti quotidiani: è così che da uno specchio nasce una riflessione sullo scorrere del tempo, un mattarello per le fettuccine richiama attimi felici con la bisnonna che impasta, che a loro volta sembrano avere così tanto in comune con il rumore delle dita che battono a macchina. E ancora fiori, tende, profumi si susseguono in una narrazione delle “piccole cose insignificanti” che ci compongono come esseri umani, ma che sono importanti perché, come scrive Richterová, “le cose conservano la memoria e ce la restituiscono”.

Un’aiuola rotonda con piccoli fiori rossi penetrava nella coscienza dall’angolo dell’occhio rassicurandolo che la sensazione di eterna vicinanza sorge d’improvviso e non dipende affatto da quanto a lungo abbiamo vissuto con uomini, piante o cose.

 Il libro di Sylvie Richterová, pubblicato da Rina Edizioni il 9 giugno, ha alle spalle una storia importante: fu stampato per la prima volta in Cecoslovacchia nel 1981 sotto forma di samizdat, nome usato per identificare quelle copie dattiloscritte autopubblicate che circolavano clandestinamente nei paesi di influenza sovietica per eludere la censura comunista. Si potrebbe dire, quindi, che  questo libro nasca già nel segno di una ribellione. Una ribellione che diventa strutturale quando rompe gli schemi narrativi e decide di portarci con sé in quello che Milan Kundera chiama “non un viaggio verso l’Io, ma un viaggio dall’io verso l’essenza di ciò che quell’io ha vissuto”. Sono queste le parole che l’autore ceco usa nella prefazione alla prima edizione italiana di Topografia, datata 1986 a cura di e/o. La ripubblicazione di Rina Edizioni, quindi, avviene esattamente a quarant’anni dalla prima edizione. Nell’epoca della produzione in serie, del mero citazionismo, del tutto uguale a tutto, il tempo della rielaborazione della propria esperienza è necessario e passa attraverso il simbolo del libro, un microcosmo a cui Richterová affida un viaggio spirituale intenso, affrontato con eleganza, impegno e creatività.

Che cosa non si fa per mendicare l’immortalità.
Mandava notizie su di sé, come fossero frammenti di un epos eroico. Frammenti di giorni normali, ordinari, interessanti esclusivamente perché parte dell’epos, capaci di illuminare dettagli di una vita straordinaria. Perché ne sono rimasta scioccata? Forse quella vita, di cui manda notizie, non ha nulla di straordinario? In fondo alla lunga lista di tracce lasciate ai posteri, ci sono anche le pentole mal strofinate.

Alessia Cuofano

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