Film Roma

Published on Gennaio 21st, 2019 | by Andrea Femia

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Roma

Ideatore:Alfonso Cuarón

Genere: drammatico, sentimentale

Durata: 135 minuti

Lingua originale: spagnolo, indiano, nordamericano, inglese, norvegese, giapponese, tedesco, francese

Cast: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Daniela Demesa, Latin Lover, Nancy García García, Jorge Antonio Guerrero, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta

Produzione:  Netflix, Cineteca di Bologna

Anno:  2018

 



Ero in macchina, un viaggio di qualche ora, e sentivo in radio l’audiofilm del Grande Lebowski, giusto per testare se davvero sapevo le battute a memoria o no. Finito l’audiofilm, citato con il solo scopo di farmi bello, trovo due voci squillanti parlare dei film più belli dell’anno appena passato, e si trovano a discutere su quanto Roma possa o meno definirsi capolavoro in senso stretto. Ecco, non ho capito moltissimo di tutto quello che provavano a dire, c’era molta confusione nei concetti espressi, ma tanto più loro si allontanavano dall’accostamento tra il film ed il termine capolavoro, tanto più io mi convincevo del contrario.

Roma è un capolavoro, non c’è nulla che non si incastri perfettamente in questo film girato in bianco e nero che richiama il Messico di qualche tempo fa – ma che non è poi così lontano. Esistono due elementi che descrivono Roma in maniera netta. Il fuoco centrale del film è la contraddizione semantica tra ricchezza e povertà che non riesce comunque a scalfire la condizione femminile, così brillantemente descritta in ognuno dei suoi tratti. Debolezza, quale che sia il campo. Forza disumana, quale che sia l’input esterno più o meno angoscioso da fronteggiare. Potrebbe apparire una riflessione neofemminista, ma non lo è affatto, o per lo meno non vuole esserlo, giuro. E però, va detto, il modo in cui viene raccontata la necessità di emancipazione, l’eterna questione dell’istinto materno e delle responsabilità del futuro padre – la scena di Cleo che va a cercare Fermìn è probabilmente il punto più alto del film – finanche l’affetto e la stizza tra donne appartenenti a categorie differenti; è come se tutto fosse posto esattamente sotto la luce più chiara. L’impatto sensoriale è sorprendente, coadiuvato dal fuoco laterale che è nella bellezza estetica che lascia sbalorditi.

A dimostrazione di ciò, premete il tasto pausa in 10 punti casuali durante la riproduzione del film: le scene sono così lente nel girato che non dovreste avere problemi a tirar fuori dei frame da ammirare come se foste a una mostra fotografica, seppur digitale.

Ed è proprio a tal riguardo che nasce il dibattito che rischia di diventare epico nonché sostanziale per le generazioni di film a venire. Roma è una delle più grandi produzioni di vero e proprio cinema che siano state prodotte da Netflix, con l’intento di diventare immediatamente una punta di diamante del network statunitense, negando, o comunque rendendo molto più improbabile, la visione di un film così bello in un vero e proprio cinema – tra l’uscita nelle sale cinematografiche e la fruibilità sui dispositivi domestici sono passate giusto due settimane.

Vivendo in un mondo così ancorato alla convenzione, in ogni ambito, non è difficile immaginare quanto sia stata osteggiata questa scelta; lo stesso Cuaron è dovuto intervenire a seguito della vittoria dei due Golden Globe dicendo delle parole molto semplici a riguardo. A chi gli chiedeva se Netflix potesse contribuire alla morte di un certo modo di concepire il cinema – specialmente indipendente – il buon regista, snervato dalla polemica, ha risposto dicendo, semplicemente: “quante possibilità avrebbe avuto un film girato con attori sconosciuti, recitato in spagnolo e mixteco, di essere distribuito in maniera dignitosa in tutto il mondo?”.

Certo, rispondere ad una domanda con una domanda non è mai carino, ma quando la retorica è di tale livello, lo possiamo anche concedere.

Andrea Femia

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