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Published on Settembre 28th, 2021 | by Andrea Ravasio

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I gialli di Luca Wu – un vicequestore a metà

Luca Wu

Andrea Cotti, Il cinese e L’impero di Mezzo, Nero RIzzoli

Da queste parti abbiamo già incontrato almeno due investigatori dall’anima divisa a metà, per una ragione o per l’altra.

Il primo è stato Takeshi Nishida, l’ispettore della Omicidi di Tokyo creato da Tommaso Scotti per il suo L’ombrello dell’imperatore (recensito qui), diviso tra la sua natura giapponese e quella inglese, ricevuta da parte di madre.

Il secondo è stato Sam Wyndham (ne parliamo qui), il capitano della polizia imperiale che Abir Mukherjee fa muovere nell’India coloniale degli anni ’20 del secolo scorso, diviso tra il senso di superiorità della sua madrepatria verso le colonie e le istanze degli Indiani oppressi, incarnate dal suo sottoposto, il sergente Banerjee.

All’elenco si aggiunge ora un eroe decisamente più nostrano, ma altrettanto diviso.
Parlo del vicequestore Luca Wu, creato da Andrea Cotti e protagonista di due romanzi, Il cinese e L’impero di mezzo, entrambi editi nella collana NERO Rizzoli.

Il nome e il primo titolo dicono già tutto. Luca Wu è infatti un poliziotto italocinese: per l’esattezza, è nato in Cina, ma si trasferisce ancora bambino in Italia, a Bologna, insieme al padre, alla madre e ai nonni, per ragioni che scopriremo nel primo romanzo.

E proprio questa frattura è al centro delle due storie che, per ora, lo vedono protagonista.
Come il Nishida di Scotti si definisce un hafu, storpiatura giapponese del termine half, ovvero metà, Wu si definisce una banana: giallo fuori, bianco dentro. Un uomo che per gli Italiani sarà sempre un cinese, ma che per i Cinesi sarà sempre un occidentale. Un uomo che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e che vive la sua doppia natura con insofferenza, insofferenza che si ripercuote nel suo rapporto con la moglie Anna e il figlio Giacomo.

Le indagini stesse che Wu si trova ad affrontare saranno un modo per indagare su se stesso, sul suo passato e sul suo presente, perché in entrambe Cina e Italia si incontrano e si scontrano.
Ne Il cinese Wu, trasferito da poco in un commissariato di Torpignattara, a Roma, si trova a indagare sull’assassinio di un membro della comunità cinese; nel secondo romanzo, L’impero di mezzo, Wu affronta un viaggio in Cina con i nonni alla ricerca di sé, ma viene invece coinvolto in un’indagine sulla morte sospetta di un imprenditore italiano. Un cinese in Italia, un italiano in Cina: proprio ciò che Wu sente di essere.

Lo stile narrativo di Cotti è estremamente dettagliato, quasi documentaristico. Tralasciando l’azione rocambolesca, Cotti si immerge invece nella realtà nuda e cruda dell’investigazione, fatta di decreti, tabulati telefonici, interrogatori, colpi di fortuna e grandi frustrazioni. Ricorda, se mi passate un paragone azzardato, il Jiro Taniguchi di L’uomo che cammina e Gourmet: storie dove la calma la fa da padrona e l’attenzione al dettaglio è tutto.

Anche il mondo cinese con le sue mille sfaccettature e contraddizioni emerge prepotente tra le righe. Attraverso lo sguardo del suo tormentato vicequestore, costretto per dovere a confrontarsi col suo lato cinese, Cotti ci racconta la vita delle comunità cinesi in Italia, le loro reti di supporto reciproco, la profondità delle connessioni economiche e sociali (il cosiddetto Guanxi), la loro forza ma anche l’illegalità che inevitabilmente le permea. Poi, ne L’impero di mezzo, Cotti ci racconta direttamente la Cina vera e propria, spedendo Wu in giro per mezzo Paese, da Whenzhou a Guangdond, da Pechino a Hong Kong, fino alla “metropoli fantasma” Chongqing, per mostrargli (e mostrare a noi) la potenza e i segreti della vera potenza mondiale del nostro tempo. Megalopoli prospere e scintillanti, abitate da milioni di persone, con opportunità di crescita in ogni dove… a patto di saper restare al proprio posto e di non contestare l’ordine stabilito.

Non pensiate, però, che tutto questo documentarismo risulti noioso! Tutt’altro, la narrazione scorre piacevolmente e intriga proprio per la sua veridicità e, anche se il mondo raccontato da Cotti basta da solo a mantenere viva l’attenzione, non mancano colpi di scena, svolte inattese e una spolverata di action, che male non fa. Wu è un personaggio vivo e vero, che agisce, riflette, sbaglia, si incazza. Il tocco di colore della sua passione per le arti marziali, in particolare per il Ving Tsun, non mina la sua credibilità, anzi la rafforza.
Anche i personaggi che fanno da spalla a Wu risultano vivi e veri. Ci sono i membri della sua squadra, l’eccentrico questore Caruso, le altre forze di polizia. E poi c’è la famiglia: gli amorevoli i nonni, il padre e la moglie con cui Wu vive rapporti conflittuali (per motivi diversi). Quello di Cotti non è un documentario, è un mondo. Il nostro mondo.

Il vicequestore Luca Wu è figlio dell’Italia fremente e multiculturale dei nostri giorni. Se cercate un poliziesco che parla al presente, vi consiglio di passare dalle parti di Torpignattara.

Andrea Ravasio

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