Interviste L'inferno è vuoto

Published on Novembre 23rd, 2018 | by Carla De Felice

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L’inferno è vuoto – Intervista a Giuliano Pesce

L'inferno è vuoto

Cosa ti aspettavi?” chiede Beccamorto
“Il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore”.

L’inferno è vuoto, l’ultimo romanzo di Giuliano Pesce pubblicato lo scorso giugno da Marcos y Marcos, inizia in maniera folgorante: con il suicidio del papa. Si avete capito bene, il sommo pontefice, la guida spirituale della comunità cattolica, decide di farla finita lasciando la popolazione nel caos. Nel frattempo a Fabio Acerbi, che sogna di sfondare nel mondo dell’editoria, viene affidato il primo incarico importante: scrivere un libro sul papa. Quella che troverà sarà però la Roma della malavita, con a capo il Cobra, un criminale senza scrupoli, i suoi scagnozzi Bara e Beccamorto e Alberto Gasman, che riesce solo a ficcarsi nei guai. E poi membri del clero corrotti, un commissario con l’emicrania perenne, una misteriosa rossa seduttrice. Impossibile svelare di più sulla storia perché il romanzo di Giuliano Pesce è un susseguirsi di colpi di scena sorprendenti fino ad arrivare allo strabiliante colpo di scena finale.  Un romanzo dal ritmo serratissimo adatto a lettori di qualsiasi tipo: donne e uomini, giovani e anziani, lettori forti e occasionali ed in grado di rapire chiunque. E per di più scritto con una prosa ironica, pungente e travolgente. 
Carica di entusiasmo per questo libro, ho deciso di fare quattro chiacchiere con il giovane autore, per scoprire qualcosa di più sui personaggi, sulla storia, e trovare risposta alle mie curiosità.

Prima domanda a bruciapelo: com’è nato il nome del libro?

Avrei voluto chiamarlo “La vita è una merda e poi si muore”, un titolo molto d’impatto. Però con questa copertina era un po’ esagerato, perciò abbiamo puntato su questo, una citazione shakespeariana, più a tema. Si cita l’inferno, c’è un papa che si butta, quindi anche senza leggere nulla qualcuno può farsi un’idea.

Dove nasce l’idea di ambientare la storia a Roma, una città a te estranea?

Prima di tutto perché c’era il papa e quindi l’ambientazione era abbastanza inevitabile. Poi anche perché il libro è pensato per essere una lettura molto veloce, e Roma è lo sfondo cinematografico per antonomasia, tutti hanno un’immagine mentale di questa città: Vaticano, Piazza San Pietro ecc.  Se fosse stata una città meno nota, avrei dovuto descrivere meglio i luoghi e “perdere tempo”. Per questa storia serviva invece uno sfondo, qualcosa che servisse da scenografia, un luogo comodo dove muovere l’azione. La mia idea era che tutto si sarebbe dovuto svolgere in maniera rapida e veloce. Accade tutto in tre giorni, succedono tante cose, e volevo limitare lo spazio e il tempo dove agiscono i personaggi. Volevo qualcosa che somigliasse allo sparo di una pistola che arriva dritto al punto.

Ecco allora perché il libro parte con un momento topico.

Quando comincio a scrivere un libro devo avere sempre in mente due cose: l’inizio e una fine approssimativa a cui puntare. Di solito il finale resta quello che avevo pensato all’inizio ma molto dipende anche da come i personaggi  si muovono mentre scrivo. L’inizio balzava nella mia testa da anni, da quando, durante una serata goliardica con amici, uno di loro mi disse: “se diventassi papa mi lancerei dal balcone solo per destare scandalo”. Ed era da anni che pensavo che questo fosse un bell’inizio per un romanzo, qualcosa che incuriosisce. Ma avevo bisogno di un finale altrettanto d’impatto, altrimenti sarebbe stato un inganno per il lettore usare un incipit così di richiamo e non svilupparlo adeguatamente con una storia che reggesse. Quando ho trovato la fine, il romanzo ha cominciato a scriversi da solo. Può suonare un po’ psicopatico, ma sentivo come se qualcuno mi raccontasse la storia nella testa, una sorta di dettatura.

Effettivamente sia l’inizio che il finale sono veramente folgoranti.

È difficile parlare di questo libro senza spoilerare, visto che è un susseguirsi di colpi di scena. Alle interviste e alle presentazioni infatti è sempre difficile.

Allora raccontami un po’: è nato prima il personaggio di Fabio o quello di Alberto?

Sono nati quasi in contemporanea. Il primo capitolo è la prima cosa che ho scritto. Devi sapere che quando ho in mente un inizio di solito lo butto giù e poi lo lascio lì finché non so come evolvere la storia. In questo caso avevo scritto sia il primo che il secondo capitolo, senza una ragione precisa. I libri che porto avanti e che mi convincono sono sempre pieni di queste cose senza senso. Ad esempio scrivo un paio di capitoli, li lascio lì in sospeso e poi mi chiedo: perché? Se poi la storia si evolve continuo a lavorarci, altrimenti resta lì, nel mio archivio pieno.

Tu Giuliano Pesce a quale dei due protagonisti ti senti più vicino?

Secondo me sono una tensione tra i due, è una cosa che ho capito dopo. L’intero romanzo si basa su una serie di tensioni: tra aspirazione e frustrazione, ingenuità e furbizia, vita e morte, paura e rabbia. Tutti estremi incarnati dai due personaggi, e che ho poi notato nei giovani della mia generazione. In particolare per quel che riguarda il personaggio di Fabio. Ho fatto un master in Editoria, ho conosciuto molta gente che si è approcciata a questo ambiente con un animo ingenuo credendo che il mondo delle case editrici fosse fantastico mentre alla fine la realtà è diversa. Ho visto tanti scontrarsi con una realtà difficile: la carenza di fondi, la crisi dell’editoria. Quindi mi piaceva che un personaggio ne facesse parte. Tra l’altro, mentre buttavo giù questo capitolo, stavo finendo quel master e quindi avevo quell’immaginario bene in mente.

Quindi è un libro che hai scritto un po’ di tempo fa…

L’ho lasciato decantare per più di due anni e naturalmente alla seconda stesura somigliava poco a quello che avevo scritto prima. Ma il nucleo e la storia erano già presenti. Mi sembrava il libro giusto da continuare dopo Io e Henry. C’è chi ci vede grandi punti di contatto, chi grandi differenze, vuol dire che il passaggio era inevitabile, fa parte di un’evoluzione artistica. Quando ho buttato giù l’inizio, avevo bene in mente le aspettative di chi voleva lavorare nell’editoria. Nel frattempo avevo visto anche il dopo di quel mondo, quindi il personaggio si è evoluto. Anche l’aneddoto dell’ufficio vedove di cui si parla nelle prime pagine. Devi sapere che c’era un avvocato che aveva lavorato per anni in Mondadori che ci ha raccontato questa storia. Forse nel frattempo saranno morte anche le vedove. Quando qualcuno muore gli altri ne approfittano. Come nel libro, tutti cercano di trarre profitto dalla storia di questo papa. Una cosa che dico a tutti: “Non affezionatevi ai personaggi che poi…”

Un po’ come in Game of Thrones.

Sì, penso che il Trono di Spade mi abbia vaccinato abbastanza, ha creato generazioni capaci di vedere persone morire senza sconvolgersi particolarmente.

Come sono nati invece i personaggi secondari?

Alcuni sono palesi citazioni e rielaborazioni di personaggi cinematografici o letterari. Ad esempio Bara e Beccamorto sono una coppia gangster alla Tarantino. I due nomi vengono da un romanzo di Chester Himes, dal titolo Rabbia a Harlem, pubblicato sempre da Marcos y Marcos. Sono due sbirri neri che lavorano in un ghetto e l’autore è l’inventore del genere pulp. Mi piacevano molto e mentre scrivevo il libro ai miei due personaggi avevo affibbiato questi nomi provvisori che poi sono rimasti. Anche Marco Zapparoli è stato felice che gli avessi resuscitato quei due. C’è poi il presentatore Willie Carnaroli, una specie di Gerry Scotti, e soltanto a posteriori mi hanno detto che ha una vita distrutta proprio come quella che avevo immaginato.

E la figura del commissario De Santis è un omaggio ai grandi commissari dei gialli?

Non essendo grande cultore di gialli temevo di fare plagi involontari. Perciò ho chiesto ai miei genitori che sono grandi appassionati del genere. Volevo sapere se esisteva già questa tipologia di commissario con la madre malata di cancro e forti emicranie e mi hanno detto di no. Mi piaceva l’idea di questo commissario immerso in un ritmo frenetico, ma il personaggio aveva bisogno di qualche problema altrimenti sarebbe stato troppo perfetto. Doveva essere bravo abbastanza da mettere insieme i pezzi inizialmente scomposti e tenere il filo della trama, ma ho deciso di farlo un po’ svantaggiato ed ecco che è da solo a lavorare in tutta Roma, ha questo mal di testa devastante, il pensiero della madre. Insomma il commissario perfetto per NON risolvere il caso. L’unico investigatore che avevo in mente era una sorta di Doctor House. Poi mi è sempre piaciuta l’idea di un aiutante che dice qualcosa di apparentemente irrilevante ma fondamentale nella risoluzione del caso. È un gioco che ho cercato di ripetere. Ecco che è arrivato quindi l’assistente Mancini, una sorta di segugio ma con il naso malato. Tutti i personaggi di questo libro sono sul punto di essere quello che vorrebbero ma non ci riescono: Alberto Gassmann vorrebbe fare l’attore ma non ci riesce, Fabio vorrebbe essere scrittore ma non ci riesce, il cardinale vorrebbe essere papa ma non ci riesce, il cobra vorrebbe essere più potente ma non ci riesce… insomma tutti i personaggi sono e restano sempre sul punto di, ma sono destinati a fallire.

Da dove nasce invece l’idea dei giochi di parole con gli hashtag?

Quando ho cominciato a scrivere il libro, tre anni fa, c’era solo Facebook. Poi con l’avvento di Instagram e Twitter ho pensato di aggiungere gli hashtag per aggiornarlo. L’epoca storica in cui ambientare un romanzo in realtà è sempre un problema per me. Non mi piace dare troppi connotati temporali perché è come se gli eventi perdessero significato quando si legano ad eventi concreti. Essendo però una storia che potrebbe accadere oggi, domani, mi sembrava giusto metterci questa cosa dei social. E quindi ho cercato di giocarci in modo ironico.

E se il tuo romanzo diventasse una serie TV chi vorresti che la dirigesse? E con quali gli attori? Le mie proposte sono:

Cobra: senza dubbio Francesco Pannofino
Alberto Gassman: Alessandro Tiberi aka lo stagista di Boris
La Rossa: qualcuna tipo Julianne Moore

Che domanda difficile. A pensarci bene potrebbe diventare una miniserie da 4 – 5 puntate ma non mi sento molto esperto di cinema italiano contemporaneo quindi non saprei a chi farla dirigere. Un regista giovane e talentuoso è Sidney Sibilla (Smetto quando voglio), è un po’ ironico, un po’ tarantiniano. Forse lui andrebbe bene. Sugli attori  invece non saprei: è difficile dare una faccia ai personaggi dei libri perché quando poi li vedi scopri che li immaginavi diversamente. Poi non conosco abbastanza attori italiani, e neppure stranieri. Ho molte difficoltà a dare dei volti ai personaggi, se ci fai caso non ne descrivo mai le sembianze.

Ho notato, io leggendoli li immaginavo tutti così come ti ho detto.

Io preferisco lasciare quello spazio vuoto, perché secondo me quando il lettore completa con l’immaginazione si affeziona di più ai personaggi.  Se li faccio parlare e muovere in un modo, alla fine esce fuori una faccia, anche se non la descrivo. Se invece dico che uno è biondo con i capelli lunghi, ma tu lo immagini diversamente alla fine cambia poco, quindi meglio lasciare aperto quello spazio.

Io e Henry parlava per citazioni, qui si vede che citi e omaggi, però è sempre una rielaborazione, non disturba. Quali sono state le tue ispirazioni?

Le mie ispirazioni cinematografiche principali sono state Quentin Tarantino e Guy Ritchie mentre Chester Himes è stato la prima ispirazione letteraria. È un autore sfortunatamente poco noto, eppure ha inventato quel genere che poi è diventato il genere pulp che tutti conosciamo. Consiglio sempre a tutti di leggere questo autore: accattivante, con pistole, droga, sesso, malaffari, intrecci strani, anticipatore dei suoi tempi. All’inizio mi hanno detto che sembrava una sceneggiatura più che un romanzo.

Intervista a cura di Carla De Felice, presso la sede milanese di Marcos y Marcos

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L'unico vero realista è il visionario.



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