Il settimo cerchio – Intervista a Emiliano Ereddia
Il settimo cerchio è il romanzo di Emiliano Ereddia pubblicato per Il Saggiatore lo scorso maggio. È il romanzo di un mondo post-apocalittico retto da guerra e violenza, potente e suggestivo, che con una narrazione viscerale ci mostra come la differenza tra uomini e bestie possa diventare la stessa tra morire e sopravvivere.
Una serie devastante di terremoti ha spazzato via ogni forma di civiltà dall’Italia. Le città sono ricordi e rovine, e al loro posto nuove inquietanti realtà hanno riempito gli spazi del potere, ristabilendo l’ordine con la sopraffazione e abbandonando interi territori all’anarchia e alla barbarie. È in questo scenario in disfacimento che si muove il mercenario Sparta, alla perenne ricerca di cibo e medicine per alleviare i propri dolori psicofisici e sulla cui testa pende una taglia voluta dal Magnifico, un dittatore grottesco e pericoloso.
Dopo il nostro incontro allo scorso FLIP Festival, ho fatto quattro chiacchiere con Emiliano Ereddia per scoprire qualcosa in più su questo potentissimo romanzo. Buona lettura.

Ciao Emiliano e benvenuto su una banda di cefali. È un grande piacere ospitarti. Il settimo cerchio, il tuo romanzo edito da Il Saggiatore è il racconto di un mondo post-apocalittico governato dalla guerra e dalla violenza. Già il titolo allude al girone dell’Inferno di Dante Alighieri in cui si trovano i violenti. Si percepisce subito, dunque, che la violenza è parte integrante della storia e viene rappresentata in modo chiaro e crudo. Come mai questa scelta del racconto distopico? A cosa ti sei ispirato?
Il genere è uno strumento. Un piano su cui stendere il lavoro, progettarlo, realizzarlo. È una macroarea del sistema romanzo in cui calare gli elementi che poi lo comporranno, e oggi, in una società umana e artistica che è andata ben oltre il postmodernismo, prescindere dal genere, dai generi, da ciò che è stato edificato e narrato in precedenza secondo appunto dei canoni, seguendoli o volutamente deludendoli, non si può. Chiedo: Faulkner è uno scrittore di genere? Sciascia era uno scrittore di genere? Elio Petri ha utilizzato il genere per fare il suo cinema? Le nature morte di Mondrian, il ritratto di Nudo (schizzo) Giovane triste in treno di Duchamp, sono lavori di genere? La risposta al lettore accorto, colto, al critico. Io la mia la conosco già, e con Il settimo cerchio mi sono mosso sul piano della, diciamo così, fantascienza, dell’ucronia intanto perché sono un appassionato fruitore e conoscitore di questo genere nelle sue varie declinazioni (letteratura, cinema, videogiochi), e poi perché era il tavolo giusto su cui poter sviluppare la mia opera al meglio, perché volevo parlare di futuro, di politica, di guerra, di violenza e inevitabilmente di comunità umane, e volevo immaginare l’Italia in un tempo vicinissimo al nostro ma non ancora fatto e servito, e quindi con gli elementi che la compongono anche adesso: il vuoto ideologico; la stratificazione sociale; un multiculturalismo fallimentare; il rischio costante di una deriva destrorsa e dispotica; la legge del più forte per le strade; la guerra (come può essere il conflitto che devasta il Medio Oriente o quello in Ucraina) non più in tv ma nelle case, in città, nelle regioni e nei territori italiani, nei paesi della nostra nazione e nei nostri corpi.
La narrazione è suddivisa in tanti capitoli che prendono dapprima il nome di animali, come sciacalli, blatte, porci, per poi arrivare a uomini, spiriti, demoni, macchine, vivi e morti. Per quale motivo hai deciso di impostare la narrazione in questo modo?
Per trovare l’uomo in questo che è un lavoro sulla violenza come pulsione, nel tentativo di scovarlo nudo e primigenio, l’ho scomposto in diversi animali. Tendenze, comportamenti, nevrosi tutte umane ma con volti e zampate di bestia. L’associazione tra violenza, istinto, e mondo animale mi è parsa un tributo necessario a quello che la comunità dei senzienti immagina quando l’uomo perde appunto la sua umanità, ma chiaramente le belve sono innocenti e non possono essere sufficienti a descrivere ciò che l’essere umano è tentato o in grado di fare, e in un percorso come evolutivo mi sono appellato agli spiriti e infine alle macchine. Privato delle sovrastrutture politiche e sociali, immerso nella catastrofe, l’uomo non torna a essere una bestia naturale, perché non può più esserlo, e quindi si evolve in una bestia artificiale, per sopravvivere e per sopraffare, ma comunque parte dalla sua animalità. Questo ho trovato alla fine del mio romanzo. Il soldato Sparta è tutti questi animali, in quanto uomo di carne e sangue e muscoli, è incarnazione di elementi spiritici, pulsioni e nevrosi intangibili, ed è anche automa, macchina di morte dotato di propria vita, così com’è vivo ed è parimenti morto quando al suo corpo vengono aggiunte dotazioni cibernetiche, e tutto questo converge nel suo nuovo essere umano, nel suo essere mercenario al mondo in quanto merce, un pezzo di carne assassina sul mercato della violenza. Il nuovo animale mercenario. È l’uomo contemporaneo.
Prima di addentrarci nella storia, volevo partire dalla copertina e dalla splendida immagine ad opera di Manfredi Ciminale che preannuncia in modo perfetto le atmosfere del romanzo. Com’è nata?
Come sia nata, davvero non lo so. Andrebbe chiesto al reparto grafico e artistico del Saggiatore, quindi ad Alice Beniero e Ludovica Taddeo, e all’illustratore Manfredi Ciminale. Ma io sono uno scrittore, per cui posso mentire e organizzare una risposta che sia credibile: Il settimo cerchio è un romanzo che per come è immaginato, progettato e strutturato trova ispirazione nel bacino narrativo degli Stati Uniti, nel senso che i classici della distopia e del post-mondo se non sono tutti americani parlano comunque la stessa lingua, e anch’io immaginando un deserto avevo pensato alla Monument Valley, così come immagino abbia fatto Manfredi. Ci sono stato due volte: è il posto ideale per sentire quanto è distante l’inizio della storia del nostro pianeta e quanto può esserne vicina la fine, ed è il posto ideale anche per sentire quanto siamo irrilevanti noi esseri umani di fronte al sedimentarsi delle ere, all’incommensurabilità del pianeta su cui camminiamo e gioiamo e soffriamo e di cui in fondo così poco ci curiamo. Il settimo cerchio è una storia universale, sull’uomo e dell’uomo contemporaneo, come dicevamo, e però è anche una storia tutta italiana, di un’erosione sociale, politica, culturale tutta italiana, e allora ecco lì piazzata una bella Fiat Panda in completo disfacimento, e cioè il prodotto principe dell’industria nostrana, poi accompagnata da un masso in un impossibile equilibrio (esoterismo e magia sono componenti del mio romanzo, così come la psichedelia) e sprazzi di vita resistente qua e là in forma vegetativa; e poi, molto distante, all’orizzonte, un’immagine remota di quella che potrebbe sembrare una civiltà ancora in piedi, o il suo spettro, o forse solo un miraggio e quindi altre rocce. Perfetta.
Il settimo cerchio è ambientato in un’Italia sopravvissuta a una serie di terremoti dove non esistono più le città, la natura è devastata. Che ruolo ha giocato l’ambiente nella nascita e nello sviluppo della storia? Possiamo definire Il settimo cerchio come un romanzo in qualche modo ambientalista?
Il punto dell’ambientalismo, il suono di questa sirena che segnala un attacco mortale se non definitivo, non è che il mondo, il pianeta, sta cambiando, evolvendosi o involvendosi, migliorando o peggiorando. Il punto è che l’allarme avverte che a premere il pulsante della distruzione è sempre l’uomo, che potrebbe e dovrebbe quindi ritrarre la mano, sia che provochi un terremoto utilizzando un’arma futuribile (ma nemmeno così fantascientifica), sia che la macchina capitalista si abbandoni a una sovrapproduzione senza freni o a uno sfruttamento sregolato delle risorse provocando i cambiamenti di cui questa stessa macchina e i suoi abitanti, cioè gli esseri viventi, sono semplicemente vittime, se escludiamo quelle oligarchie che si arricchiscono e che ormai spudoratamente governano gli stati chiave del globo, oligarchie russe, americane, arabe, cinesi, finanziarie. Il mondo finirà, come finiscono tutte le cose vive, e si può essere cinici, fatalisti, drammatici o tragici, e questo è il destino delle cose organiche, e va bene così, perché la consapevolezza e coscienza della morte non sono mai state un freno alla vita. Ma bisogna almeno chiedersi se è possibile rallentare lo sfruttamento e il disfacimento, l’arricchimento senza limiti e senza scrupoli dei pochi ai danni dei molti, dei moltissimi, e i disastri di vario genere che ne derivano, comprese le guerre che queste pulsioni al potere comportano. In questo senso la mia opera è un’opera ambientalista, perché ambiente non è soltanto inquinamento ed ecologismo, ma ambiente è più semplicemente il luogo che condividiamo con il prossimo in un arco temporale. Uno scrittore deve essere presente, rispondere alla chiamata del proprio tempo. Perché Martin Amis pubblica La zona d’interesse nel 2014 e Jonathan Glazer ne fa un adattamento cinematografico nel 2023? Per seguire il trend trito quanto modaiolo della narrazione del nazifascimo? No. Perché sono autori presenti, che vedono, capiscono e colgono quanto gli succede intorno e quanto stava e sta accadendo adesso in Europa e nel mondo. Un artista che neghi la tensione tra opera e politica, tutti quelli e quelle che oggi sgomitano per narrare queste storie melliflue di delusioni familiari e amorose o gli infiniti ispettori dottori commissari procuratori pubblici ministeri e via dicendo, possono dirsi utili alla società al di fuori del mero intrattenimento? Io faccio l’autore televisivo, di mestiere. Di intrattenimento di massa ne so qualcosa. E con quei prodotti destinati al mainstream andiamo a zonzo nei contenuti, a cuor leggero, senza sollevare questioni, offrendo qualche momento spensierato alle persone che vogliono coglierlo. Guadagno denaro, ma non ne traggo nessuna soddisfazione artistica, anzi. Invece quando scrivo romanzi mi misuro con la letteratura, lavoro all’opera d’arte, e la mia azione è politica, viva nel mio presente. Il mio obiettivo non è quello di diventare una fiction di RaiUno. Mi leggeranno in pochi, ma saranno avveduti; rinuncio a comunicare con le masse, che solitamente voglia di voltarsi verso di me e quello che scrivo non ne hanno. Mi va benissimo così.
Nel tuo romanzo anche il tempo sembra essersi in qualche modo fermato e i personaggi si muovono in un tempo quasi sospeso.
Il tempo dell’uomo moderno e contemporaneo è scandito dal calendario, dalle agende, dagli orologi (tutte cose apparentemente scomparse ma che oggi si annidano negli oggetti tecnologici e fanno capolino dai device, e che oramai hanno scomposto il tempo in battiti cardiaci). Per le intuizioni su come il calendario e la scansione/suddivisione del tempo (e il linguaggio) siano le forme di totalitarismo più potenti che il genere umano abbia mai conosciuto, basta bussare alla porta spalancata di William S. Burroughs. Il tempo che scorre è il tempo della vita, del lavoro, del progresso, giusto o sbagliato. Ma nel momento della rovina ecco che il tempo si polverizza; dividere gli anni in mesi, i mesi in settimane e le settimane in giorni con dei nomignoli non ha più molto senso, perché la sopravvivenza vive nell’istante, diventa vita contingente, e l’istante è sospensione, still frame. Per cui nel disastro il tempo implode: rimane un passato che è solo oggettistica di una qualche utilità, conoscenza della tecnica come fonte di strumenti che sostengono il presente, che nel dissesto generale è pura sopravvivenza. Il futuro non c’è, è solo un numero o un foglio del suddetto calendario, ma chi lo vede il futuro quando le iene bussano alla porta? Il futuro in fondo non è mai stato e non sarà mai, e in qualche modo anche il passato e il presente, se proprio vogliamo scomodare Sant’Agostino, ma men che meno quando le lande desolate sono il paesaggio del nostro cammino e i compagni di viaggio uomini che mangiano altri uomini. Quindi i miei personaggi galleggiano in questo stato di sopravvivenza, dove non c’è quasi più quella necessità politica e sociale di organizzare e scandire appunto il tempo, e vivono e lottano nella pura contingenza.
Un altro elemento molto interessante è questo continuo rispecchiarsi tra devastazione dell’ambiente e devastazione interiore dei suoi personaggi.
Perché ambiente è ecosistema, e per me è un unico grande abbraccio, lo dicevamo prima, che non escludo possa diventare letale per l’essere vivente in generale, e non solo per l’uomo, per il personaggio. Ambiente è quello che abbiamo intorno, è l’aria politica che respiriamo, è il vento della guerra, l’ardere della violenza sul corpo umano, il tramonto della ragione, l’oscurità, la notte, l’oblio dell’ignoranza, è ciò che sta fuori di noi, anche adesso, anche fuori dal mio corpo, dal tuo, da quello dei lettori, e inevitabilmente ci modifica e ci rende quello che siamo. Ripeto, ambiente nel mio romanzo non è solo puro ambientalismo, ma è il rapporto tra quello che c’è fuori dal corpo umano e quello che riposa e ribolle dentro. Distopia, oltre che a essere una forma letteraria che rappresenta un futuro all’opposto dell’utopia, è un temine medico: indica lo spostamento di un viscere o un organo dalla sua naturale sede, ed è proprio per questo che i corpi che rappresento sono vittime dei cambiamenti politici e sociali. Questa compenetrazione tra dentro e fuori è inevitabilmente parte del gioco dell’arte di raccontare storie, dell’attenzione che uno scrittore ci mette nel costruire le sue narrazioni, e narrare questi due deserti, questi sfaceli, quello esterno della rovina e quello interno al protagonista del romanzo, il soldato Sparta, è stato il motore di tutta l’opera, da quando l’ho pensata e perché l’ho pensata fino all’ultimo punto dell’ultima pagina.
Sparta è un militare mercenario, perennemente in fuga e alla ricerca di cibo e medicinali per questi dolori che lo opprimono. È interessante perché non possiamo definirlo né un eroe ma neppure antieroe. Come hai sviluppato questo personaggio? Che ruolo svolgono nel suo percorso gli altri personaggi che incontra?
Di questo stiamo appunto parlando. Sparta è un ragazzo che ha un vuoto dentro, e sono partito proprio da lui nell’ideazione del Settimo cerchio, perché volevo raccontare l’ondata di nichilismo, di anomia nei comportamenti delle nuove generazioni che sembra investirli in maniera sempre più pressante da qualche anno a questa parte. Vuoto ideologico, omicidi immotivati, in famiglia e fuori, un percorso che io stesso non riesco a vedere che direzione stia prendendo, e credo di non essere il solo. Cosa sta succedendo al genere umano, cosa succederà da qui a vent’anni? Possiamo tentare di scoprirlo guardando alle nuove generazioni, che da un lato sono straordinarie, hanno cervelli e corpi magnifici, ma dall’altro sono profondamente ferite, segnate, in crisi, lontani anni luce dai corpi e dai cervelli di quei genitori che li hanno letteralmente fatti e messi al mondo. Il soldato Sparta è uno di loro, un mercenario come potrebbe essere un assassino a pagamento del gruppo paramilitare Wagner che fugge da un mondo che non conosce e che non gli somiglia affatto, quello di provenienza, per immergersi nel calderone bruciante della guerra e della violenza. Cosa succede però quando un perfetto assassino che non è integrato con il mondo di provenienza si trova armi in pugno di nuovo a casa che nel frattempo si è tramutata in un paese devastato, in uno di quei teatri di guerra in cui il mercenario sa muoversi così bene? Avviene la storia del Settimo cerchio.
Nel settimo cerchio, credi che ci sia, oltre alla lotta per la sopravvivenza, anche un piccolo barlume di speranza per una rinascita dell’uomo?
L’uomo rinasce ogni giorno più longevo, più sano e più intelligente. Da questo punto di vista quella dell’uomo è un’evoluzione continua, una rinascita senza fine, e attraverso l’integrazione con le macchine il dispositivo umano continuerà a evolversi. La speranza, il futuro, è già qui. Ed è perfettamente inevitabile, inarrestabile. Va capito quanto sperare in questa speranza e quanto roseo sia questo futuro.
Ti ringrazio per la pazienza e la disponibilità e ti saluto con un’ultima domanda di rito: a cosa stai lavorando adesso? Quando potremo rileggerti?
Uscirà nel 2025 un mio romanzo per la collana Interzona curata da Orazio Labbate per Polidoro Editore. È appunto una storia che parla del rapporto tra l’uomo e le macchine, tra magia e algoritmo, resistenza e totalitarismo, e ho lavorato in modo da potermi stupire io stesso, in assoluta libertà creativa e artistica, come sempre ma senza quei vincoli e quelle paure, attenzioni, che riservo al me lettore, e ne sono molto contento. E poi, da qualche tempo, da più di un anno, sto studiando, lavorando e scrivendo il romanzo sulla mafia che non ho mai letto, il lavoro che racconti la mafia come quell’evento umano che è, e non come qualcosa di epico da adattare a una struttura in tre atti o a un viaggio dell’eroe. Per essere presente al mio tempo e alla mia storia. Per rispettare quella tensione politica tra opera e società di cui si diceva prima. Alle fiction non ci penso, e poi quelle italiane non le guardo.
Grazie a te, Carla.
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