L’ombrello dell’Imperatore: Tommaso Scotti e l’ispettore mezzosangue

Tommaso Scotti, L’ombrello dell’Imperatore, Longanesi
Avete presente quando, per esprimere un concetto che potrebbe tranquillamente essere reso con appositi e comunissimi termini italiani, usiamo invece dei termini inglesi, o peggio ancora delle storpiature italiane di termini inglesi?
Ecco, non lo avrei mai detto, ma lo stesso vizio lo hanno anche in Giappone! Un Paese che, in termini geografici e culturali, non potrebbe essere più diverso da noi.
Questa è una delle molte curiosità che ho scoperto leggendo L’ombrello dell’imperatore, giallo d’esordio del giovane Tommaso Scotti per Longanesi.
Scotti, laurea in matematica alla mano, è uno dei tanti (qualcuno l’avrete conosciuto) che, nel mezzo del cammin della sua vita, si è appassionato alla cultura giapponese (nel suo caso specifico, alle arti marziali), ha inseguito questa passione fino al luogo d’origine e poi ha finito per restarci a vivere.
Nel suo primo romanzo, Scotti decide di raccontarcelo un po’, questo Giappone, non con un dettagliato saggio sociologico, ma semplicemente attraverso il suo sguardo curioso di occidentale alle prese con lo shock culturale e con l’aiuto di un ingegnoso espediente narrativo.
La trama principale del libro è piuttosto semplice: Takeshi Nishida, ispettore della polizia di Tokyo, indaga su un omicidio. L’arma del delitto sembra essere un comunissimo ombrello di plastica, sul quale però è impressa un’impronta tanto nitida quanto assurda: quella, nientemeno, dell’Imperatore del Giappone.
Da questa intrigante premessa nasce un’indagine tutto sommato lineare nel suo sviluppo, simile ad altre del suo genere, ma comunque non banale e con i giusti colpi di scena.
Il vero protagonista della storia, però, è l’ombrello.
I suoi ripetuti passaggi di mano sono il pretesto che Scotti usa per mostrarci alcuni dei volti del Paese del Sol Levante: la competitività, la fedeltà al proprio lavoro (quasi più che alla propria famiglia), le rigide convenzioni sociali che mascherano i veri pensieri e i veri sentimenti, la tradizione che cerca di convivere con la modernità.
L’ispettore Nishida è il tramite con cui seguiamo le vicissitudini dell’ombrello, ma ha anche una sua parte attiva, in questo nostro tour del Giappone. Lui che detesta l’abuso di inglesismi (e come non capirlo?), per ironia della sorte, è a sua volta definito da un inglesismo. Nishida è infatti un hafu, storpiatura di half, ovvero metà: un mezzosangue, direbbe J. K. Rowling, nato da madre americana e padre giapponese. Questa sua natura intermedia lo rende poco incline a rispettare le convenzioni di cui sopra e molto incline, invece, alla schiettezza, cosa che lo rende un ottimo poliziotto ma… un pessimo giapponese, almeno agli occhi degli altri (tra cui i suoi capi).
Insomma, L’ombrello dell’imperatore è un bel giallo, leggero senza essere banale, e che nasconde al suo interno anche un viaggio virtuale in Estremo Oriente. Viste le scarse occasioni di movimento offerte dal periodo… mi pare un buon compromesso.
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