Recensioni

Published on Aprile 17th, 2018 | by Andrea Ravasio

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12 Monkeys e Travelers


Dal momento in cui qualcuno si è chiesto “Ma se io tornassi nel passato e…”, il tema del viaggio nel tempo è diventato uno degli argomenti più affascinanti e sfruttati della narrativa fantascientifica. L’idea di poter cambiare gli eventi del passato per modificare il presente, poter andare nel futuro e scoprire cosa succederà… spunti irresistibili per un creatore di storie. Soprattutto perché si scontra la nostra, ancora poco chiara, idea di tempo: lineare? Circolare? Tutto è contemporaneo?

Inoltre, i viaggi nel tempo hanno uno dei “motori” narrativi più potenti: il paradosso. Si può cambiare il passato? Non è tutto già successo? Se uccidessi mio nonno, cosa succederebbe? (Perché dovrei uccidere mio nonno, poi, resta un mistero a prescindere…).

Se siete fan dell’argomento, fra i tanti esempi mi sento di consigliarvi due serie TV piuttosto recenti, l’una targata Netflix, l’altra SyFy, entrambe disponibili su Netflix stesso, per ora fino alla seconda stagione: si tratta di 12 Monkeys e Travelers. (Nota: ce ne sarebbe una terza, la serie tedesca Dark! Ma di quella ne parla meglio Noemi).

12 Monkeys, Travelers, recensione, una banda di cefali

Ideatori: Terry Matalas, Travis Fickett

Genere: fantascienza, thriller

Durata: 45’ (a episodio)

Lingua originale: inglese

Stagioni: 4

Episodi: 36 puntate

Cast: Aaron Stanford, Amanda Schull, Noah Bean

Distribuzione: Syfy (in Italia da Netflix)

Prima Tv: 16 gennaio 2015, USA

Partiamo dalla prima. L’impianto narrativo di 12 Monkeys, in termini di storie sui viaggi nel tempo, è abbastanza tradizionale. Protagonista della serie è James Cole, un viaggiatore temporale che vive in un futuro post-apocalittico nemmeno troppo lontano in cui gran parte dell’umanità è stata decimata da un virus sconosciuto e letale. Scopo di Cole, degli altri viaggiatori e del team scientifico a cui fanno capo è cambiare il loro presente (e nostro futuro) impedendo che questa catastrofe.

Una trama piuttosto tradizionale, dicevamo. Ma il punto di forza di 12 Monkeys è proprio il gioco della continua intersezione tra diverse linee temporali. Il nostro focus è sui protagonisti: la nostra sequenza narrativa è la loro, ma questa non rispetta necessariamente l’ordine cronologico degli eventi, proprio grazie all’espediente del viaggio nel tempo. Così, cose “non ancora successe” influenzano eventi passati e viceversa, in un continuo gioco di incastri molto ben architettato capace di riservare più di una sorpresa e di mantenere viva la nostra attenzione.
12 Monkeys e Travelers, recensione, una banda di cefali

12 Monkeys è l’adattamento dell’omonimo film del 1995 con Bruce Willis nei panni di James Cole (qui interpretato da Aaron Stanford). Chi avesse già visto il film (o, come me, avesse ascoltato il brano Kevin Spacey di Caparezza) potrebbe pensare “Oh no, ma io so già qual è il vero colpo di scena, questo rovina tutto!”. Ebbene, niente paura: la serie prende sì le mosse dalla storia del film originale (e nella prima stagione si intravede un indizio che fa pensare al finale “già noto”… ma non dirò di più!), ma col procedere dell’intreccio prende direzioni tutte sue e introduce tutta una serie di nuovi elementi che sapranno appassionare anche chi, la storia originale, la conosceva già. Ad oggi esiste già una terza stagione (inedita in Italia) e la quarta ed ultima è già in programma… se anche nel finale la serie dovesse tornare sui passi del film, vi assicuro che vi sarete goduti comunque il viaggio nel mezzo.

12 Monkeys e Travelers, recensione, una banda di cefali

Ideatori: Brad Wright

Genere: fantascienza

Durata: 45’ (a episodio)

Lingua originale: inglese

Stagioni: 2

Episodi: 24 puntate

Cast: Grant MacLaren, Marcy Warton, Carly Shannon, Trevor Holden, Philip Pearson, David Mailer

Distribuzione: Showcase (in Italia da Netflix)

Prima Tv: 17 ottobre 2016, USA

 

L’approccio di Travelers, invece, è decisamente più originale. Qui nessuno viaggia fisicamente nel tempo: ciò che succede, invece, è che sfruttando l’odierna onnipresenza dei social media, nel futuro saranno in grado di ricostruire con esattezza il momento e il luogo della morte di una persona (il T.E.L.L.: Time, Elevation, Longitude, Latitude) e di sfruttare questa informazione per “sovrascrivere” la coscienza della persona, in punto di morte, con quella di un agente inviato dal futuro. Un futuro che, a differenza di 12 Monkeys, non viene mai mostrato; possiamo intuire qualcosa solo dai racconti e dai ricordi dei protagonisti. Un futuro, comunque, abbastanza brutto (niente, proprio non riusciamo a immaginare un futuro prospero e pacifico, eh?) perché agenti addestrati (anzi, intere squadre di agenti addestrati) vengano spediti nel nostro presente per provare a raddrizzarlo. Squadre di tipo militare, con un capo, dei soldati, un medico e uno “storico”, interessante figura il cui scopo è sapere praticamente a memoria tutta la storia dal momento d’arrivo in poi in modo da tenere d’occhio i progressi delle missioni e i nuovi “arrivi” (oltre che per vincere un po’ di “fondi” scommettendo sui cavalli!).

La trovata principale di Travelers è che i viaggiatori (i “Travelers”, appunto) assumono di fatto l’identità delle persone che hanno sovrascritto: di conseguenza, sono costretti a inserirsi nella vita di qualcun altro, qualcuno che loro conoscono solo attraverso informazioni indirette (per quanto dettagliate). Capita così che ci si trovi a dover fare i conti con problemi imprevisti (una tossicodipendenza, una malattia che non rientrava nelle informazioni) e ad interagire con familiari e amici senza avere idea di chi fosse veramente quella persona (per fortuna siamo qualcosa di più dei nostri post su Facebook).

12 Monkeys e Travelers, recensione, una banda di cefali

Questa idea rappresenta sia il pregio che il difetto della serie. La divisione tra la suspense delle varie missioni e i momenti “morti”, in cui i vari personaggi fronteggiano le difficoltà di condurre una vita che non è la loro, a volte si accentua un po’ troppo, generando puntate in cui non succede quasi nulla con puntate “fiume” che valgono mezza stagione da sole. L’amalgama, però, alla fine funziona e ci si ritrova a macinare episodi per sapere che ne sarà di Grant McLaren e della squadra; la missione cardine, peraltro, si conclude neanche a metà della prima stagione, ma anche gli sviluppi che seguono meritano la visione. Molto interessanti, infine, anche diversi episodi meno legati alla continuity in cui si gioca con l’idea di base del Traveler per creare fantasiose problematiche.

Spero di avervi messo più di una pulce nell’orecchio! E se così non fosse… beh, tornerò indietro nel tempo e scriverò un articolo migliore!

Andrea Ravasio

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