Film

Published on Settembre 12th, 2014 | by cefalo precario

I nostri ragazzi

I nostri ragazzi

Titolo: I nostri ragazzi

Regia: Ivano De Matteo

Genere: drammatico

Durata: 92′

Cast: Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Gassman, Jacopo Olmi, Barbara Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers

Sceneggiatura: Valentina Ferlan, Ivano De Matteo

Soggetto: Herman Koch

Distribuzione: 01 Distribution

Uscita nelle sale: 5 settembre 2014

La famiglia quale luogo ideale da dove tutto parte e dove tutto ritorna, luogo d’elezione per scandagliare le fondamenta, rectius, le miserie della nostra società. Partendo dalla stessa ambientazione del suo precedente lavoro, Gli Equilibristi (pellicola del 2012 con un maestoso Valerio Mastrandea), Ivano De Matteo, uno tra i più promettenti registi della nuova leva del cinema italiano, torna nelle sale cinematografiche con I nostri ragazzi.
Il cast del film è di prima scelta: attori quali Luigi Lo Cascio e Alessandro Gassman, Giovanna Mezzogiorno e Barbara Boubolova rappresentano il meglio che il cinema italiano possa offrire. A questi interpreti di conclamata fama e bravura si aggiungono Jacopo Olmi (lanciato da Bertolucci in Io e te) e Rosabell Laurenti Sellers, attori che, nonostante la loro giovanissima età, riescono a star bene dentro i personaggi da loro interpretati.
Tratto liberamente dal romanzo di Herman Koch, La cena, il film di De Matteo ha già nel suo titolo quella carica di apprensione che esploderà terribilmente nel suo corso. Quel rimarcare “I nostri” (ragazzi) sancisce il grido disperato di una società impotente nel non sapere più conoscere e riconoscere quello che genera. Il titolo è un ossimoro. Il possesso di un qualcosa che ormai risulta sfuggente e incomprensibile.
Due fratelli, due professionisti, il pediatra Paolo (Lo Cascio) e l’avvocato Massimo (Gassman) hanno mantenuto questa tradizione di ritrovarsi a cena con le rispettive mogli in un raffinato ristorante della Roma bene. Le rispettive mogli, Giovanna Mezzogiorno e Barbara Boubolova, si disprezzano cordialmente. Ognuna di queste tradizionali cene mensili procede per stanchezza. Si finisce sempre col parlare del niente. I due fratelli, per valori e stili di vita sono agli antipodi: tanto rampante e arrivista l’avvocato, quanto schivo e idealista il pediatra.
La cena, quest’unica cena mensile, va a sostituire e vale per tutte le altre cene quotidiane che non sono più consumate insieme nell’ambiente familiare. De Matteo, quasi con fare ossessivo, ci mostra gli interni delle abitazioni delle due famiglie: ognuno è solo con se stesso. Tutto ciò risulta in modo molto più marcato durante i pochi minuti della cena: ogni membro della famiglia, mesto e silente, finisce per consumarla, chi al computer, chi davanti al televisore, chi davanti allo smartphone, in perfetta solitudine.

Nelle mura di casa non ci sono più dialoghi. Il pubblico, talvolta, vede ma non sente quello che gli attori si dicono. Tra generazioni non ci sono più rapporti. L’incomunicabilità tra padre e figli la fa da sovrana e non c’è differenza di status o valori morali. Colpisce molto l’immagine di un padre medico, dedito a salvare vite e a mostrarsi sempre pronto ad aiutare il prossimo in difficoltà, totalmente incapace di allacciare un qualsiasi barlume di relazione col proprio figlio.
Poi accade il fatto. Arriva il momento che, il conto, quello vero, la vita te lo viene a servire. E quella stessa violenza che dava inizio al film, quella violenza tanto gratuita quanto perfetta, tanto lontana quanto quotidiana, entra prepotentemente nella vita delle due famiglie.
Di Matteo ci pone davanti ad una domanda cruciale che diviene tutta morale: come comportarsi quando i nostri figli, sempre vestiti di tutto punto, sempre adorabili, sempre per noi bambini (in questo la Mezzogiorno è eccelsa), sono capaci di trasformarsi, in un batter d’occhio, così, per gioco o per noia, in mostri raccapriccianti? Che fare quando quella che sembra una mera bravata è, in realtà, un crimine efferato?
La risposta dei protagonisti è confusa. Nella crisi morale collettiva risultano essere ribaltate tutte le convinzioni. Da chi ci si aspetterebbe un salto di qualità, una severa e spietata critica ed autocritica sui fatti provengono le risposte più banali e di convenienza. “È impossibile che sia stato mio figlio”, “una ragazzina non può fare questo”. Un plauso, senza dubbio, spetta ad Alessandro Gassman, una spanna su tutti gli altri attori, capace di dar vita ad un personaggio il cui travaglio spirituale risulta lacerante e fortissimamente avvertito dallo spettatore.
L’epilogo del film è uno schianto, un botto come il suo inizio. Quasi a voler rimarcare la chiusura di un cerchio, la partitura di un dramma, la geometria di un film che riflette una vita in cui tutto ritorna ed il cui filo rosso è la violenza, dalla quale nessuno di noi può chiamarsi fuori, neppure chi le vite le salva. Non ci sono risposte. Nessuno può dirsi innocente.

Dario Cetta

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I nostri ragazzi cefalo precario

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4

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