Magic in the Moonlight
Produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2014
Durata: 97 minuti
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Woody Allen
Interpreti: Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Jaki Weaver, Hamish Linklater, Eileen Atkins, Erica Leerhsen, Simon McBurney
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografia: Anne Siebel
Produttore: Letty Aronson, Stephen Tenenbaum, Edward Walson
Produttore esecutivo: Ron Chez
Distribuzione: Warner Bros
Data di uscita: 04 dicembre 2014
Durante una luminosa estate in Costa Azzurra, il noto illusionista Stanley Crowford, in arte Wei-Ling-Soo, viene ingaggiato allo scopo di smascherare una fantomatica sensitiva, Sophie Baker, una giovane americana dalle qualità prodigiose.
Al suo quarantasettesimo (!) film da regista, Woody Allen continua ad essere meravigliosamente se stesso, con la caparbia tenace di un Giorgio Morandi o di un Claude Monet nel perseguire e approfondire la sua precisa estetica cinematografica, ma anche col talento visionario di un Mozart o di un Beethoven per la capacità di produrre infinite variazioni dei temi che ne hanno accompagnato tutta la produzione artistica.
L’essenza del suo cinema è rispettata anche qui, nonostante all’abituale nevrosi newyorkese si sostituisca la lenta quiete estiva di una scintillante Costa Azzurra degli anni ’20, in linea con le ultime produzioni europee che lo hanno visto fare tappa in molte città del Vecchio Continente. Ne nasce così una commedia dalla patina deliziosa e zuccherina, scandita dai toni garbati e affettati di una società di ricchi signori inglesi in villeggiatura in una Francia idealizzata e irreale, che Allen usa per produrre un contrasto inquietante con la profondità abissale dei temi messi in gioco: uno scontro tra la schematicità brutale dell’intreccio (a tratti, purtroppo, persino troppo ovvio), secondo cui il suo protagonista viene romanticamente attratto dalla donna che dovrebbe smascherare, e il tormento filosofico e addirittura religioso che produrrà in lui il succedersi degli eventi.
Il tema della finzione o illusione scenica, usato per generare a sua volta quelli della razionalità illuministica, della fede e della bellezza, si rifà senza troppi complimenti a Il Volto di Ingmar Bergman e a F for Fake di Orson Welles. Dai due maestri del passato Allen recupera il concetto dell’impossibilità di negare l’esistenza di un mondo “altro”, anche se non necessariamente da un punto di vista strettamente mistico: anzi la morale è in fondo che la “magia” è una componente stessa dell’umanità, e che tentare di governare pienamente le nostre azioni attraverso una scientifica applicazione razionale e matematica non può che produrre fallimento, delusione, aridità, solitudine.
Si fatica però a lasciarsi davvero trasportare emotivamente dalla complessità “ontologica” cui mira il vecchio regista, tra un cielo che più azzurro non si può, una Emma Stone troppo graziosa e simpatica, un Colin Firth di britannica eleganza e un circolo di irreali benestanti. I personaggi appaiono insomma davvero troppo idealizzati e lontani dalla realtà per farsi portatori di così profonde riflessioni sulla vita. Sia chiaro, l’abilità immensa di Woody Allen come sceneggiatore gli permette di tenere insieme coerentemente, benché opposte, forma e sostanza, mentre probabilmente chiunque altro avrebbe prodotto un’opera forzata e stramba. Ma paradossalmente quello che manca qui è proprio quella “magia” che tante volte viene evocata, ma la cui scintilla fatica ad accendersi. Se a un film chiedessimo semplicemente di passare un’ora e mezza piacevole e di tornare a casa carichi di spunti di riflessione intelligenti e significativi, Allen avrebbe sicuramente centrato in pieno il bersaglio. Ma dall’autore di Ombre e Nebbia, Broadway Danny Rose o Midnight in Paris ci si aspetta qualcosa di diverso, e cioè che i protagonisti trasferiscano pienamente agli spettatori i loro conflitti interiori mantenendone intatte le lacerazioni che producono nell’animo: questi personaggi sembrano invece schematicamente chiusi nella loro dimensione di “caratteri” e di “tipi” necessari a una commedia, così da soffocare, nell’inevitabilità dell’intreccio, il sottofondo morale della narrazione.
Di Magic in the Moonlight resterà l’impressione di aver assistito a buon film, col rammarico che il soggetto e le implicazioni tematiche messe in campo dall’autore avrebbero potuto produrre l’ennesimo capolavoro di una carriera sterminata per quantità e qualità.
Giuseppe D’Alessandro
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