Il racconto dei racconti

Regia: Matteo Garrone
Anno: 2015
Durata: 125′
Cast: Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Bebe Cave, Christian Lees, Guillaume Delaunay
Musiche: Alexandre Desplat
Uscita: 14 maggio 2015
Trama: Tre regni e tre storie: una madre che vuole a tutti i costi un figlio, un re libertino e insaziabile, una principessa che sogna l’amore mentre suo padre altro non teme che la solitudine. Tre ossessioni che genereranno genuini riscatti di libertà, al prezzo di un’umanità perduta in nome dell’equilibrio che tutto comanda.
‘Ogni nuova vita richiede la perdita di una vita’
C’era bisogno di un miracolo e forse Matteo Garrone, racimolando un budget da film indipendente (almeno per la mentalità americana, visto che parliamo di quasi 15 milioni di dollari) c’è riuscito spiazzando tutti nel confezionare il primo film di genere di alto profilo come non si vedeva da tempo immemore su suolo italiano. Non contento lo ha realizzato completamente in casa sfruttando luoghi di una maestosità mozzafiato (il Castello di Roccascalegna, le Gole dell’Alcantara, Castel del Monte e il Castello di Sammezzano, per citare i più suggestivi), arricchendosi di un cast internazionale e soprattutto richiamando in patria talenti sfuggiti alla maglia sempre più larga del panorama cinematografico nostrano, per proporsi alla corte di ambienti di alto livello come la WETA (cioè di Peter Jackson se preferite).
Il regista romano, partendo da una raccolta di fiabe in lingua napoletana chiamata Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, costruisce una castello di carte prendendosi però tutto il tempo necessario e rivelando una struttura solidissima che riesce a raggiungere picchi di estetismo simbolico universalmente leggibili, senza però tralasciare quel gusto per l’umano reietto, il grottesco, l’eccesso che cela la pochezza o il disagio del vuoto che si traveste da ossessione, che da sempre vanno a permeare la sua filmografia. Ci si stupisce di ritrovarsi a ridere, in un gioco di specchi tra l’idiozia mostrata sullo schermo già dalla prima scena e quella ricercata tra chi sta seguendo il film in sala. La sensazione è pari a quella di una sfida tra diffidenza e fede, nel seguire il dipanarsi del racconto attraverso un labirinto che sembra volerci spingere a dimenticare il reale motivo per cui abbiamo deciso di accostarci alle gesta dei suoi protagonisti.
Guidando l’immagine con l’estro del solito, geniale Alexandre Desplat, fucina perenne di dettagli musicali che sembrano emergere dalla pellicola più che accostarvisi, le tre storie portano con sé l’intelligenza di non voler ambire alla classica morale per bambini, ma tentano di sviscerare qualcosa di ben più recondito e quasi vergognoso riguardo al pubblico cui si rivolge: la debolezza che si cela dietro alla forza.
Non sono sul banco degli indagati i personaggi strambi e umanissimi che interagiscono con atti fantastici come si trattasse di incubi giornalieri, quanto piuttosto le reazioni estirpabili da ogni loro scelta, goffa o esemplare che sia, perché comprensibile o meno che sia nel discorso totale, il loro cammino porterà sempre e comunque all’ambire una liberazione dal proprio doppio, incarnazione della parte più oscura ma vitale da cui prende le mosse il cuore di una vita spesa a desiderare.
Necessità di un legame e repulsione dello stesso, questi i due muscoli in costante contrazione di un film pazzesco e coraggiosissimo, raro e prezioso come oro colato in un paese dove il film di genere è percepito (e gestito) come anormale o scimmiottesco.
Garrone sembra dirlo senza timore che anche noi siamo capaci di grande cinema dal sapore di mondo, ora sta al pubblico svegliarsi e riconoscere l’occasione che gli viene data.
Sorprendente ed ancestrale.
Angelica Milia
Summary: Ogni nuova vita richiede la perdita di una vita



