Bojack Horseman
| Ideatore: Raphael Bob-Waksberg
Genere: Serie animata, Sit-Com, Dramedy, Black comedy Durata: 25’ (a episodio) Lingua originale: inglese Stagioni: 2 Episodi: 25 puntate Cast: Will Arnett, Amy Sedaris, Alison Brie, Paul F. Tompkins, Aaron Paul Distribuzione: Netflix Prima Tv: 22 Agosto 2014, USA |
Ipotizziamo che tutti gli show anni novanta siano magicamente caduti tutti in un calderone, poi in una centrifuga, e successivamente smarmellati per bene su una tela: Quale show ne uscirebbe fuori?
1. Probabilmente, sarebbe una serie con i tratti chiari ed evidenti della sit-com; pubblico in sala, risate, gag. Sarebbe una sit-com calda, divertente, colorata – vestiti colorati, persone colorate, ambienti colorati -.
2. Inoltre sarebbe una sit-com dall’umorismo semplice, niente non-sense (che ormai ci piace così tanto e che pare che se non fai umorismo non-sense non fai ridere, ma dato che è la cosa più complessa del mondo, allora quasi tutte le reti preferiscono fare i drama che tanto a farci commuovere o scervellare sono bravi tutti).
3. Ma il terzo elemento che si salverebbe dalla centrifuga, l’elemento che più ci manca degli anni ’90 e non ne siamo neanche al corrente, sarebbe l’animazione: la sit-com sarebbe una serie animata.
Perché? Perché che è quel sottobosco fitto fitto di cartoni animati diversi, quei cartoni animati che quando li guardavamo ci sentivamo grandi perché dicevano le parolacce, si parlava di droghe e sesso e noi non ci capivamo granché ma sapevamo che era sbagliato, quel sottobosco, senza fare troppo rumore, ci ha accompagnato tra i ’90 e il 2000, ci ha contagiati con le risatine beffarde di Beavis and Butthead, ci ha fatti diventare tutti outsider come Daria e Jane, e poi ovviamente tutti, almeno una volta, abbiamo citato una battuta dei Simpson, ed abbiamo pensato che fosse una cosa veramente figa (ma solo negli anni ’90, poi è diventato lame) dire “ciucciati il calzino!”.
Fatta questa lunga premessa, ora sapete perché la serie di cui vi parliamo oggi è Bojack Horseman.
Prima di tutto, è una serie animata, è una serie di casa Netflix (quindi nasce in partenza come non-mainstream), e sembra colorata con la tavolozza default di Paint.
È una serie il cui protagonista è un cavallo, circondato da altri animali ed esseri umani, e ruota intorno alla vita di Bojack, ex-attore di sit-com degli anni 80-90, sull’orlo della depressione, che vive in una hollywoodianissima villa a Hollywood, con un coinquilino fattone, Todd – doppiato da Aaron Paul, che poi sarebbe Jesse Pinkman, Bitch! – un’assistente-manager-ex fidanzata Gatto rosa, Carolyn, un rivale buontempone Labrador, Peanutbutter, e una ghostwriter saggia e attenta, Diane.

I’m not afraid of committing! I commit to things all the time! I just don’t follow through with any of them!
La storia comincia quando Princess Carolyn fa pressioni su Bojack per rilanciare la propria carriera e smettere di vivere nel passato; il cavallo allora decide di scrivere la storia della sua vita, affidandosi all’editore Penguin – l’editore manco a dirlo è un pinguino, già. – e alle doti di scrittrice di Diane che gli farà da vera e propria biografa.
Inutile specificarlo, nel tentativo di superare il complesso della star fallita e provando a raccontare a Diane tutta la sua vita, il continuo scavare nel suo passato è un vero e proprio lavoro di auto analisi per Bojack, che di episodio in episodio conosciamo sempre meglio: e così ci troviamo a guardare una specie di Hank Moody di Californication, che ricorda un po’ Matt le Blanc di Episodes, Earl di My Name is Earl, nei panni di un cavallo disegnato dagli autori di Daria.
Oltre a Bojack, però, l’altro protagonista della serie è senza dubbio la sit-com Horsin’Around, croce e delizia del povero cavallo che non riesce a liberarsene.
La sit-com era proprio la cretinata per eccellenza del pomeriggio su Italia 1: un cavallo single che adotta tre bambini, dando via a una serie di simpatiche, tenere e formative gag estremamente sdolcinate e naïve: ed eccoli i primi due elementi che saltavano all’occhio dalla tela: sit-com e umorismo da commedia buona.
Ma ad osservare meglio quella tela su cui abbiamo spiaccicato gli ultimi dieci anni di serie tv del ventesimo secolo, scopriremmo che Bojack Horseman fa quello che mancava a Horsin’ Around: ricalca perfettamente quei cartoni che ci hanno accompagnato dall’infanzia all’adolescenza verso il decennio dei pantaloni a vita bassa, degli SMS e della fibra ottica.
E lo fa nel modo più crudele possibile, cioè ricordandoci che quel cavallo sull’orlo della depressione potremmo essere noi – o, in alternativa, possiamo accontentarci di essere il coinquilino fattone -.
Buona visione!
Perché guardare Bojack Horseman?
Per Bojack, perché tutti hanno un amico Labrador e un amico fattone, perché da piccolo mi piaceva andare allo zoo, perché voglio festeggiare adeguatamente l’arrivo di Netflix, perché nessun animale è stato maltrattato durante la realizzazione di questa serie.
Perché non guardare Bojack Horseman?
Perché i cartoni sono per bambini, perché mamma dice che non devo guardare Netflix, perché il sesso tra umani e cavalli è sba-glia-to, perché non esistono gatti rosa, perché le tette dei gatti non sono un motivo valido.
Noemi Borghese
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