Interviste

Published on Gennaio 1st, 2016 | by Sabrina D'Errico

Woody intervista a Federico Baccomo

Federico Baccomo, Woody (illustrato da Alessandro Sanna). Giunti, 2015

Federico Baccomo, Woody (illustrato da Alessandro Sanna). Giunti, 2015

Woody è un libro che non ti aspetti, di quelli che finiscono di diritto nelle classifiche delle migliori uscite dell’anno e quando lo leggi capisci perché. Narrare una storia dal punto di vista di un cane di razza basenji è un’idea originale e altrettanto rischiosa; eppure vi basterà arrivare appena alla terza pagina per soddisfare le aspettative e annullare tutti gli scetticismi. Per capire di avere tra le mani qualcosa che si distacca totalmente da ciò che avete letto negli ultimi anni.

Woody è un cane di quasi tre anni, curioso e vivace come un bambino, apprensivo e premuroso come ogni miglior amico che si rispetti. La vita del piccolo basenji scorre serena scandita dai piccoli ma grandi piaceri della vita, in una routine mai noiosa e scontata ai suoi occhi, merito soprattutto del rapporto di reciproca dipendenza tra Woody e la sua giovane ed esuberante padrona. Lo scenario cambia quando il cucciolo, ritrovandosi improvvisamente in una gabbia e ignorandone il motivo, lontano dalla sua padrona e da ogni sua piccola e indispensabile abitudine, sperimenterà il lato oscuro della vita, rimpiangendo quella passata e lottando con tutte le sue forze per riaverla indietro.

Se la trama vi ha incuriositi, sappiate che questo piccolo grande libro ha un altro asso nella manica che rappresenta il vero motivo della sua unicità: il linguaggio. Sì, perché Woody narra le sue avventure e i suoi stati d’animo in prima persona, e lo fa esprimendosi in una maniera tutta sua, fatta di verbi all’infinito e di terminologia talvolta impropria, dove la perfezione sintattica e grammaticale viene accantonata per lasciare spazio all’immediatezza di una forma di comunicazione pura, semplice, fatta di periodi brevi, senza troppi giri di parole, che arriva dritta al cuore. Il risultato è una narrazione insolita, che colpisce per riuscire perfettamente nell’intento non solo di divertire e far sorridere, ma anche di commuovere per l’innocenza e la purezza del messaggio che ne viene fuori.

L’autore Federico Baccomo dà prova di grande talento, dimostrando che non sempre serve un grande intreccio per una grande storia, ma è indispensabile rinnovarsi per riuscire a raccontare delle storie da nuove angolature, regalando al lettore spunti ogni volta diversi per guardare il mondo con uno sguardo che non sia mai lo stesso. Ho chiamato allora in causa direttamente l’autore di questo libro semplice, unico ma di grande valore, di quelli di cui il panorama narrativo avrebbe bisogno più che mai. E questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Federico, partiamo da una domanda che ti avranno posto inevitabilmente in tanti: da dove nasce questa originale trovata di immedesimarsi nei pensieri di un basenji?

Era parecchio tempo che giravo intorno all’idea di raccontare una storia con uno sguardo distante da quello più comune. In ogni narrazione, anche in quelle in cui la voce del narratore sembra farsi invisibile, c’è sempre la scelta di un punto di vista che illumina alcuni dettagli e ne oscura altri. È la famosa “versione dei fatti”, ognuno ha la sua. Raccontare un segmento umano da un punto di vista laterale, basso, stupefatto, come quello di un cane, un cucciolo di basenji, mi sembrava potesse regalarmi delle possibilità inedite, sia comiche che drammatiche: la necessità di pormi domande e darmi risposte sulle quali un occhio umano sarebbe scivolato via senza esitazioni. Ecco, mi piaceva l’idea di esitare.

Lo stile e il linguaggio che usi rappresentano senza dubbio la punta di diamante di questo preziosissimo racconto, rendendolo speciale e unico. Se i pensieri di Woody fossero stati espressi in maniera “tradizionalmente umana”, credi sarebbe stato più difficile riuscire ad empatizzare in maniera così naturale (come sarà accaduto per gran parte dei lettori) con le sue gioie/sofferenze?

Forse è un po’ di deformazione professionale, ma mi sto convincendo che l’aspetto che più di ogni altro (più di un titolo di studio, di un vestito, di un tatuaggio o di un’acconciatura) racconta chi siamo è la lingua: le parole che usiamo, il modo in cui le usiamo, le pause che ci concediamo, le sospensioni. Per Woody mi sembrava importante sviluppare una lingua tutta sua, che ne rendesse un identikit molto più della descrizione del colore del pelo o dei tratti del carattere. Così è venuto fuori questo linguaggio bizzarro, ingenuo, sincopato. Non so se una narrazione più “tradizionalmente umana” avrebbe avuto lo stesso effetto, narrativo ed emozionale, ma confesso di non averla mai considerata una possibilità: la più grande persuasione a scrivere questo libro, mi viene da dire la conditio sine qua non, è stata proprio l’opportunità di sperimentare un linguaggio speciale, diverso, come una melodia mai sentita, che prima spiazza, poi seduce.

Hai mai temuto che questo libro potesse essere considerato come un prodotto rivolto ad un pubblico esclusivamente più giovane, e che la semplicità espressiva in qualche modo finisse per sminuire i temi più seri che si nascondono tra le righe?

Mi sono accorto del rischio solo una volta che avevo finito il libro. Ho visto un po’ di confusione nelle persone cui lo raccontavo. “Ma quindi è un libro per bambini?” è stata la domanda più comune. E ancora oggi a volte mi capita di vederlo in libreria negli scaffali della letteratura per l’infanzia (in qualche caso, addirittura a fianco dei manuali per la dieta vegana del cane). Temo sia un oggetto un po’ difficile da catalogare: c’è un cane per protagonista ma al cuore della storia troviamo un evento tutt’altro che innocente, è scritto con parole semplici ma combinate in uno stile che all’inizio confonde, è illustrato ma allo stesso tempo contiene due o tre parolacce. Mi sono un po’ complicato la vita, devo dire. 

Sono riuscita a trovare un unico difetto a questo romanzo: è troppo breve! Come mai non hai deciso di dilungarti maggiormente sull’intreccio, regalandoci il piacere di poter passare più tempo in compagnia del tenero Woody?

Mi dici una cosa molto bella, quel desiderio di pagine in più è forse l’effetto migliore cui può ambire una storia. Non sei la prima a dirmi che avrei potuto dilungarmi, mi è stato anche suggerito qualche aspetto della storia di cui avrei potuto svelare di più. In realtà, la cosa buffa è che, nei primi appunti di questa storia, mi ero annotato: “un racconto breve, quattro o cinque paginette”. Poi, mentre scrivevo, il personaggio correva, le vicende si moltiplicavano, le pagine son diventate quasi cento. In qualche modo avevo accolto il suggerimento prima di riceverlo.

Il personaggio che hai creato è talmente riuscito che mi riesce difficile pensare di non poterlo ritrovare in qualche altra nuova avventura in futuro. Lasciaci sperare in un ritorno…

Chissà, devo dire che ci son così tante storie che mi piacerebbe raccontare, così tanti personaggi attraverso cui spero di guardare, che per ora non ci sono in programma avventure future. Però, qualche giorno fa, per ringraziare una maestra che aveva provato a leggere il libro insieme ai suoi alunni e mi chiedeva di mandare loro un saluto, ho provato a rimettermi addosso la pelliccia e scrivere qualcosa nei panni di Woody. Sono uscite quattro o cinque righe che mi son piaciute. Ho scoperto che di cose da dire ce ne sarebbero ancora parecchie, per cui, davvero: chissà.

Grazie mille Federico; ce ne fossero tanti altri a “scrivere da cani” come te!

Grazie di cuore a te, è stato un piacere.

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