Libri

Published on Febbraio 5th, 2016 | by Giuseppe D'Alessandro

Orhan Pamuk – La Stranezza che ho nella Testa

Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa. Einaudi, 2015.

Mevlut Aktaş è un giovane, nato poverissimo negli anni ’50 in un villaggio dell’Anatolia, che raggiunge il padre a Istanbul per aiutarlo nel suo mestiere di venditore ambulante di yogurt e di boza, l’unica bevanda alcolica permessa negli anni dell’Impero Ottomano per la sua bassissima gradazione. Imparerà il mestiere e diventerà venditore a sua volta, e durante un ricevimento nuziale poserà gli occhi sulla bella Rayiha, cui scriverà lettere d’amore per anni, e che finirà per rapire per poterla sposare.

Hüzün, che letteralmente significa “malinconia”, “tristezza”, è la parola che nel Corano sta ad indicare un distacco spirituale o la perdita della persona amata. Secondo la filosofia sufi, che dell’Islam è il cuore mistico, questo “distacco” è inteso inoltre come la distanza incolmabile tra l’uomo e Dio, e quindi ha un’accezione in un certo modo positiva, nel senso che indica il cammino spirituale dell’uomo verso la trascendenza.
Hüzün è il termine chiave per interpretare l’intera opera di Pamuk. Con lui assume un significato leggermente diverso: non perché significhi qualcos’altro, ma perché è piuttosto riferito a una città, la malinconica Istanbul perennemente sospesa tra i fantasmi del suo passato e il sogno di un futuro che forse non le apparterrà mai. Hüzün come nostalgia di un tempo andato e come ricerca inesausta di un’identità culturale, come dubbio sulla posizione nel mondo contemporaneo di un luogo che in fondo nessuno ha mai potuto ascrivere a una cultura precisa.

Come in quasi tutti i suoi precedenti romanzi, anche in questo i protagonisti si muovono all’interno dello spazio sterminato di questa città; una città che finisce ancora col rubare la scena agli uomini, che nel perimetro sempre più ampio di Istanbul proiettano le loro aspirazioni, le loro miserie, i loro sogni.
E’ però la prima volta che la Costantinopoli descritta da Pamuk non è quella dei borghesi, degli imprenditori, degli intellettuali, (quella da cui proviene l’autore stesso). Nel precedente Il Museo dell’Innocenza il giovane Kemal, cresciuto per dirigere un’azienda, finisce per amore per scontrarsi con la crudezza polverosa della città che il suo status sociale gli ha sempre negato, mentre stavolta il nostro protagonista, Mevlut, è al contrario un innocente turco dell’Anatolia, di dickensiana memoria, quasi indifferente se non insofferente agli stravolgimenti culturali della Turchia moderna, arrivato a Istanbul solo per necessità e mai completamente integratosi con la sua società estremamente variegata. Se da un lato per la prima volta l’autore concentra la sua attenzione sugli umili, i poveri, residui ancora inestirpati della morente civiltà ottomana, dall’altro cambia prospettiva nei confronti della Città, non più vista dal suo interno con le sue contraddizioni e i suoi anacronismi, ma interpretata “dall’esterno” attraverso lo sguardo di un uomo terribilmente fiero della sua inattualità, incapace di adattarsi a tempi che lo considerano solo un relitto folcloristico di una Turchia passata. L’attaccamento di Mevlut per il suo lavoro di venditore ambulante è straordinariamente raccontato da Pamuk con infinita maestria ma soprattutto con amore e delicatezza, e con i toni distesi e sorridenti di chi non compatisce quest’uomo ma ne comprende l’identità e la personalità. Perfino la boza – la bevanda che accompagna Mevlut per l’arco di tutta la sua vita di adulto – è così minuziosamente descritta, nel suo sapore e nella sua preparazione, che si fa fatica a non abbracciare il punto di vista del protagonista, che non capisce perché sia lentamente passata di moda e si ostinerà nonostante questo a venderla per strada tutte le sere. La sua esperienza umana, descritta in un tempo lunghissimo di oltre 50 anni, attraversa come un cavo elettrico gli stravolgimenti sociali della Turchia senza che le sue convinzioni umane e religiose ne vengano più di tanto intaccate; ma non si tratta di ostinazione o di ignoranza: La stranezza che ho nella testa è quella sensazione di inadeguatezza che accompagna Mevlut da bambino, testimonianza di un uomo che, pur semplice d’animo e nel pensiero, si è sempre posto delle domande su di sé e sul mondo che lo circonda. E che attraverso le scelte della sua vita ci aiuta a comprendere un aspetto critico della Turchia moderna, e, allargando il discorso, anche al mondo islamico nella sua interezza e nella sua eterogeneità.

pamuk
Pamuk non ha mai usato la letteratura a scopi strettamente politici, anche se la sua posizione politica è nota ai più – è noto soprattutto quanto lui stia indigesto al governo turco. Non  può però sfuggire come ancora una volta Orhan abbia colto alla perfezione la crisi del modernismo laico di Ataturk, quella spinta sincera ma anche forzata che per un secolo ha tenuto “sospesa” la città di Istanbul nel tentativo di darle un aspetto e un cuore più squisitamente europei. L’hüzün che pervade queste pagine è quindi innanzitutto una confessione sul fallimento di una società che si è voluta costringere a diventare ciò che non poteva essere; e che, peggio ancora, si è convinta di esserlo diventata ignorando il fatto che il suo passato è più che mai vivo nel cuore del suo popolo, e rifiuta di consegnarsi all’idea di un progresso di cui non è mai stato convinto.
Un romanzo epocale, un affresco acuto e al tempo stesso struggente e raffinato che non può lasciare indifferenti: Orhan Pamuk ci ha consegnano l’ennesimo capolavoro.

Giuseppe D’Alessandro

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