Figli di un libro minore

Published on Aprile 9th, 2016 | by Flavia Peluso

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Vangelo Yankee – Recensione

Nicolò Gianelli, Vangelo yankee, 'round midnight edizioni

Nicolò Gianelli, Vangelo yankee, ’round midnight edizioni

 

 

Vangelo Yankee – Nicolò Gianelli

“Tutto quello che resta di me è solo un nome. –

 Aveva ragione.

Perché molte storie partono e finiscono con un nome, compresa questa.

Kristof Katrakowsky Kazachenko era soltanto un nome.

Il nome da dare a tutto ciò che non ho visto.

E questo nome non si toglie, sono anni che non viene via non verrà mai via non c’è modo,

non c’è alcun cazzo di modo.”

 

 

 

La prima volta che ho sentito parlare di Nicolò Gianelli è stato il giorno della sua morte, fino ad allora associavo il suo nome ad una locandina, con gli angoli un po’ piegati, affissa sul muro di una camera in montagna.

Pochi mesi più tardi è arrivato anche Vangelo Yankee e di Nicolò hanno cominciato a parlarne in tanti.

La mia copia di Vangelo Yankee, fresco di tipografia, è stata per settimane a impolverarsi silenziosa sul mio comodino. Qualcosa mi diceva che non era il momento per cominciare, una sorta di sesto senso e mezzo da lettrice che non mi ha mai tradito. Poi sono arrivati i biglietti per un paese lontano ed ho pensato che forse quel libro stava aspettando un viaggio per essere letto.

Nicolò ha cominciato a farmi compagnia nelle lunghe attese a Pechino, lungo la Grande Muraglia, nelle ore di treno per arrivare a Xian. Pagina dopo pagina mi sono affezionata a quel libro scritto di getto, con frasi a tratti ingenue e descrizioni un po’ ruvide che avrebbero meritato una limatura, una rilettura più attenta ma non c’è stato tempo, lui ha voluto così.

Vangelo Yankee è il racconto di un viaggio ma è anche un viaggio di racconti.

Ad ogni tappa tra Los Angeles e il deserto dell’Arizona, la Durango Bianca si ferma, parte la musica e comincia una storia. Sono storie apparentemente senza alcun filo logico, storie tristi e malinconiche, come Non è che Arizona, quella del cactus disegnato in copertina

“ Milu’ abbassò l’arma e capì  che non era l’unico cactus al mondo. Capì che il mondo era pieno di cactus soli, ognuno con i suoi pensieri; capì che se mettevi cento cactus insieme non ottenevi una foresta di cento cactus ma cento singoli cactus da soli. Il deserto non è mai troppo stretto perché ognuno porta con sé un nuovo deserto. Ognuno è solo in mezzo al suo deserto.”

Sono storie di gente che non ce l’ha fatta o che arranca, si dibatte, cerca di non farsi sopraffare dalla vita e dai ritmi che ci impongono.

E poi c’è il deserto, con la sua sabbia rossa e le birre e la musica e la leggera incoscienza di un gruppo di amici allo sbaraglio. Ti fa venire voglia di viaggiare questo libro, di conoscere gente, di bere e divertirsi come se fosse questo l’unico scopo della vita.

Non è facile affrontare un libro postumo di uno scrittore suicida, vuoi o non vuoi questa cosa te la porti dentro mentre leggi e vi assicuro che anche scriverne è difficile.

Vangelo Yankee però non è un necrologio, non ci sono messaggi nascosti che in qualche modo l’autore voleva inviare ad un lettore più attento.

Vangelo Yankee è un bel libro, un po’ acerbo ma un libro che vale la pena leggere. Certo, si parla spesso di morte ma di morte, Nicolò ne ha scritto anche prima, era un’ombra che si portava addosso.

Nel suo primo libro, Brutto vizio di morire, edito sempre dalla ’round midnight edizioni, c’e un racconto che mi è piaciuto più di tutti, Il Bello della morte (contiene tracce di nicotina).

Il protagonista, suicida per amore, guarda la vita delle persone sulla terra attraverso delle videocassette.

Ecco, io immagino che Nicolò sia in questo strano riempimento solido del nero e metta nel televisore questa cassetta di tutta la gente che parla e parla di lui e della sua morte, che cerca di analizzare Vangelo Yankee parola per parola, per cercare un accenno al suicidio o forse un addio. Lo immagino così, con cinque sigari in bocca mentre si appunta una frase da dire il giorno dopo a Ramsete (e un po’ a tutti noi).

Il bello della morte è che ognuno se la tiene per sé.

Quindi godetevi il libro senza farvi troppe domande.

Flavia Peluso

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