Serie TV

Published on Aprile 13th, 2016 | by Noemi Borghese

Girls

 

Ideatore: Lena Dunham

Genere: Drama, Comedy

Durata: 26-31 (a episodio)

Lingua originale: inglese

Stagioni: 5

Episodi: 50 puntate

Cast: Lena Dunham, Adam Driver, Allison Williamd, Jemima Kirke, Zosia Mamet

Distribuzione: HBO

Prima Tv: 15 Aprile 2012, USA

La recensione di oggi non riguarda una serie uscita nel 2016, e nemmeno una serie uscita negli ultimi 12-24 mesi sui nostri nowvideo – sì ok hainetflix e infinity e skyboxset ma non ti crede nessuno che non fai più uso di streaming, siamo seri -.

La serie in questione ufficialmente è di casa HBO ma è il frutto della mente di una ragazzina – oddio forse all’inizio era una ragazzina, adesso ha quasi trent’anni perché è dell’86 -, Lena Dunham, uscita quasi dal nulla, che di questo sceneggiato è ideatrice e regista.
La serie ormai la conoscono quasi tutti e forse non c’è bisogno di recensirvela perché avrete tonnellate di blog da consultare che ci hanno già pensato prima di me.

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I don’t like women telling other women what to do or how to do it or when to do it.

Ma oggi te ne parliamo perché Girls ha fatto il suo ingresso in scena e nei nostri portatili il 15 Aprile 2012, esattamente alla fine della prima fase del boom delle serie tv e poco prima che il fenomeno serie tv si estendesse a chiunque, cani e porci, quelle persone che per strada ti citano Gomorra e Trono di spade e fino a ieri se guardavano Centovetrine e Colorado Cafè, per capirci.

Girls, as simple as that, è il nome della serie che ruota intorno alla vita di Hannah, interpretata proprio da Lena, e dalle sue tre amiche Marnie, Jessa e Shoshanna.

Probabilmente ti sarà capitato di leggere da qualche parte che Girls è il Sex and the City delle ventenni, e allora terrorizzato all’idea di discorsi su scarpe e sesso orale fatti brandendo calici da Martini, te ne sei tenuto a distanza.

Male: la città è la stessa, il numero di ragazze è lo stesso e sì, sono tutte ventenni.
Ma, senza nulla togliere alla giornalista Carrie Bradshaw che ha quanto meno insegnato a tutte le mie coetanee (chi più chi meno) quanti abbinamenti possibili di scarpe, amiche e relazioni sentimentali il vostro armadio e la vostra sopportazione dell’alcol siano capaci di contenere, Hannah e le sue amiche le incontriamo sotto la pedante, paranoica e ripetitiva luce della realtà.

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I just wish someone would tell me, like, “This is how the rest of your life should look.”

Le quattro ragazze, e tutti i loro conoscenti – fidanzati, amici, genitori, insegnanti e acquaintances di passaggio – sono, seppur talvolta caricaturati, profondamente veri.

Tutti i nomi e i volti che incrociamo di puntata in puntata sono volti di persone, e mai personaggi: gli unici personaggi di tanto in tanto sono proprio le quattro amiche, ma soltanto perché la realtà permette, ma solo a vent’anni, che in un ristretto gruppo di giovani donne ci siano quattro elementi diametralmente opposti tra loro.

Ecco che allora assistiamo all’evoluzione dei quattro personaggi e alla crescita delle quattro amiche, le cui vite sono inizialmente saldamente incrociate, e con il tempo un po’ meno. Questo, in realtà, è esattamente quanto accade a tutti gli amici dell’università che una volta trovato un lavoro non si frequentano più, al tempo libero che diventa tempo per riposarsi, al ti scrivo io ad allora richiamami tu.

Si cresce, ma non tutti insieme sul divano del bar sotto casa: si cresce conducendo una vita profondamente solitaria, che talvolta qualche buon amico ha voglia di condividere in parte.

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It’s hard to tell someone so young that things don’t always end up the way you thought they’d be.

L’assoluta mancanza di remore nell’esporre il proprio corpo nudo non certo da sfilata di Victoria’s Secret della regista rientra tutta nella decisione precisa di accendere la luce sul mondo interiore reale di una generazione monca, a metà tra gli anni della scuola e quelli della maturità, che cresce lentamente e troppo in fretta e rischia di lasciarsi scavalcare da quella successiva.

Le luci cupe lasciano parlare i colori delle ragazze e ci mostrano le persone di Brooklyn, ma potrebbe essere Berlino, Milano o Londra, culla di migliaia di vite così giovani e così affannosamente paranoiche, che nel complesso vivono però in una delle zone che qualcuno – non io, unsiamai – definirebbe trend setter.

La serie è l’ennesimo regalo che la TV fa ai millennial, ragazzi miei, e lo fa in un periodo in cui le serie non erano ancora così mainstream. Questo ci porta a due conclusioni:

  1. Una serie trendsetter che parla dei trendsetter: tutto chiaro, no?
  2. Questa TV pare che parli solo di noi: ma fosse fosse che siamo la prima e ultima generazione per cui la TV è stata non più un’innovazione e non ancora un pesante bagaglio, ma una specie di nonnina buona cantastorie?
  3. Terza conclusione: erano solo due, ma sarebbe così banale non aggiungerne una terza: viva le tette.

 

Perché guardare Girls?

Per Adam Driver e Gaby Hoffman, perché non c’è una sigla, perché Hannah mi fa sentire migliore di quanto non faccia una qualunque altra protagonista, perché Kylo Ren mi manca, perché finalmente una serie che posso citare senza risultare mainstream.

Perché non guardare Girls?

Perché è troppo realistico, perché ho scoperto che Brooklyn fa schifo, perché il mio ex somiglia a uno a caso dei protagonisti maschili autolesionisti, perché Sex and the city fa schifo con le quarantenni e con le ventenni di certo non migliora, perché le ventenni dovrebbero avere tette sode, grosse, rifatte.

Noemi Borghese

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Ho sbagliato tutto, fatemi scendere, voglio fare la ballerina!



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