Cinecefali

Published on Luglio 12th, 2016 | by Guest

Anomalisa

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Anomalisa

Regia:Charlie Kaufman, Duke Johnson
Durata: 90 min.
Genere: animazione
Distribuzione: Universal Pictures
Trama: Michael Stone, un consulente motivazionale, batte la crisi di mezza età e una routine claustrofobica grazie all’incontro con una donna di nome Lisa.

L’ultimo film di Charlie Kaufman è stato, come i suoi precedenti, snobbato o quasi dalla distribuzione italiana, nonostante abbia girato vari festival e accolto larghi consensi da parte della critica (dal premio della giuria a Venezia alle nomination agli Oscar e ai Golden Globe). Ci sono vari motivi per spiegare questa anomalia tutta italiana: Kaufman è un autore considerato ancora di nicchia, e sul quale si punta poco, nonostante (o magari proprio per questo) vanti una cifra stilistica propria e riconoscibile, e ogni sua pellicola tradisca un notevole sforzo creativo. A metterci il carico da novanta, poi, è il fatto che questo suo ultimo film sia d’animazione: uno stop-motion per adulti è, a quanto pare, un ulteriore disincentivo.

Kaufman, prima che un regista, è uno sceneggiatore che ha selezionato il proprio pubblico da sé. Che scrive le proprie storie lasciando sia il pubblico a inseguirlo, e non viceversa. Cosa che lo distingue rispetto a tanti (troppi) altri colleghi, e lo rende sempre, come minimo, apprezzabile. In Italia l’abbiamo conosciuto con Essere John Malkovich, un thriller psicologico difficilmente dimenticabile, che conteneva tracce di Ionesco e di Kafka, per gli eventi scatenanti e le illogiche consequenzialità, e del realismo magico per le reazioni dei personaggi. Il tutto innaffiato (come ovvio dal titolo) da una spruzzata di postmodernismo per la tendenza meta-testuale – nella quale oggi troppi si cimentano e molti scivolano.
Questo suo topos verrà ripreso e messo al centro della riflessione sull’arte e i suoi autori nel suo esordio alla regia, altrettanto invisibile sugli schermi italiani: Syneddoche, New York, una delle migliori – se non la migliore – performance del compianto Philip Seymour Hoffman. Ma Kaufman resta noto oltreché per quella con Spike Jonze, per la sua collaborazione con Michel Gondry che ha dato vita a un altro classico moderno: The Eternal Sunshine of a spotless mind, che permise a Jim Carrey di esprimere tutto il suo potenziale. Gli attori riconoscono il talento di questo story-teller sicuramente più dei nostri distributori italiani. Al di là dei generi con i quali si cimenta, Kaufman traccia storie costellate da personaggi introspettivi, dediti alla riflessione, sensibili e disadattati, con una relazione conflittuale verso la realtà e non di rado al centro di rapporti sociali tutt’altro che sereni, in grado di far emergere la ferocia involontaria degli uomini. Anche di coloro che si amano.
Per chi ha imparato a conoscerlo, quindi, Anomalisa non è tanto una sorpresa quanto una piacevole conferma. Il protagonista di questo cartoon è Michael Stone, consulente di mezza età chiamato a tenere una conferenza a Cincinnati. Quasi tutta la storia è ambientata nella sua stanza d’albergo. Strappato alla sua routine, solo in una sorta di limbo, in un ambiente alieno e irreale, il nostro eroe, scontroso, poco flessibile, contraddittorio, verrà assalito da dubbi sulla propria vita e su se stesso, che lo porteranno a una serie di disavventure claustrofobiche e inconcludenti. Nulla è lasciato al caso, e tutto, o quasi, troverà una spiegazione, dal solco che sega a metà il viso dei personaggi, come proseguendo la linea degli occhiali, a quei visi tutti simili, che ci riportano alle atmosfere inquiete di Being John Malkovich. Un personaggio in bilico, poco piacevole, reale nei suoi tentennamenti morali, che seguiamo, come sotto un vetrino, compiere una serie di sbagli, per quanto in buona fede. Kaufman non ci regala facili soluzioni, ma si limita a descrivere il saliscendi umorale lungo l’ottovolante psicologico del nostro antieroe, fra incubi e sedute spiritiche nelle quali rievoca fantasmi dickensiani degli amori passati, che trascina con sé estranei e affetti, che è capace di atti di coraggio e di vigliaccheria. Ammirandolo e detestandolo, parteggiando e scostandoci da lui, lo seguiamo, incerti fino alla fine. Ma più che la fine, più che i dettagli nebulosi, più che la storia, quel che resta sono le emozioni che dispensa (più che la meta vale il viaggio, qui come altrove).
Per definire questo cartone, la critica ha più volte usato il termine “umano“, ed è proprio questo il merito più grande del film: quello di riuscire a portarci a una mimesi completa con personaggi che ogni momento ci ricordano la loro artificiosità. Personaggi e dinamiche che restano impresse nello spettatore, e continueranno a seguirlo anche dopo i titoli di coda quando gli capiterà, osservando amici, passanti, cari o familiari, di spiarne gli angoli degli occhi alla ricerca di quella fenditura nella plastilina che l’artefice ha voluto lasciare come una cerniera, per ricordarci che siamo tutti frangibili, e basta saper attendere che la vita, con la sua pressione debole ma costante, ce ne faccia rendere conto.

Gustav Berenson

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