Film

Published on Febbraio 18th, 2018 | by Guest

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Chiamami col tuo nome

Chiamami col tuo nome, Luca Guadagnino, recensione, Una banda di cefali

Anno: 2017
Regia: Luca Guadagnino
Interpreti: Timothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg, Amira Casar
Durata: 132 minuti



Chiudete gli occhi per un attimo e immaginate di tornare indietro nel tempo, in un pomeriggio qualunque di un’assolata estate del 1983, da qualche parte nel mezzo della pianura padana. Il caldo afoso, il silenzio rotto solo dal frinire dei grilli e dal rumore di qualche bicicletta che solleva ghiaia e polvere nelle strade di campagna, i bar di paese popolati da anziani che ingannano lo scandire lento del tempo giocando a carte, i gelati marca Eldorado, la radio che trasmette Loredana Bertè, i vecchi telefoni a gettone, le espadrillas.
Per riassumere, in poche parole, la sensazione di pacata quotidianità che oggi potrebbe vagamente essere percepita come noia da chi quel tempo non l’ha vissuto, ma che in realtà noia non era. Era semplicemente e meravigliosamente vita, prima che arrivassero gli smartphone a tenerci sempre connessi con il mondo intero anche quando il mondo intero è fisicamente molto lontano da noi.
Su questo sfondo, ricreato in modo talmente attento da farci quasi respirare nuovamente l’aria di 35 anni fa, si svolge l’ultima opera di Luca Guadagnino, ideale terzo capitolo – ma come i precedenti totalmente autonomo e legato agli altri due solo dalla tematica di fondo – di quella che lui stesso ha definito “La trilogia dell’amore” (preceduto, rispettivamente nel 2009 e nel 2015, da Io sono l’amore e A bigger splash, entrambi accolti in modo abbastanza contrastante da critica e pubblico ma che vale senza dubbio la pena recuperare.)
In Chiamami col tuo nome, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Andrè Aciman per mano del mostro sacro James Ivory (e la mano di un fuoriclasse alla sceneggiatura si sente, eccome) Guadagnino porta sullo schermo la tormentata storia di Elio – diciassettenne figlio di un professore universitario americano – e Oliver, studente venticinquenne prossimo al dottorato ospite nella loro residenza italiana per il periodo estivo. Un rapporto, quello tra i due giovani, che nasce tra indifferenze appena accennate miste a curiosità, che si trascina per lunghi tratti facendo assaporare l’attesa di qualcosa che percepiamo come imminente, e che finalmente esplode, in tutta la sua intensità, con tutte le complicazioni emotive, e non solo, che inevitabilmente si porta dietro.


È semplicemente una storia d’amore spiazzante e vera, che probabilmente, agli occhi dello spettatore, risulta ancora più struggente perché raccontata senza mai cadere nel tranello del melodramma.
Impossibile non immedesimarsi in Elio, adolescente alle prese con i primi grandi stravolgimenti emotivi, con l’esperienza totalizzante del grande amore che in un minuto può darti tutto e subito dopo non lasciarti più nulla; innaturale non provare empatia per il suo vero, grande dolore, perché tutti siamo passati attraverso quelle fiamme almeno una volta nella vita e sappiamo come ci si sente quando si pensa che niente altro al mondo avrà più la stessa importanza.
Un film di una bellezza disarmante, premiato da quattro candidature agli Oscar, in cui spicca, nella perfezione generale, l’interpretazione abbagliante del ventiduenne Timothée Chalamet nel ruolo di Elio Perlman, in corsa per la statuetta come miglior attore protagonista.
A questo proposito, vi consiglio di rimanere concentrati al termine del film (anche se le luci in sala purtroppo si accenderanno e le persone inizieranno ad andarsene) sul suo lunghissimo primo piano finale, che in una manciata di minuti vi trapasserà il cuore da parte a parte grazie all’infinità di sfumature che Chalamet riesce a trasmettere solo con lo sguardo, senza dire una parola.
Menzione doverosa per la colonna sonora, che accompagna il film tra vecchi successi dell’epoca (che per i 40enni di oggi non possono che riportare in superficie i ricordi di una vita), egregie rivisitazioni di musica classica e tre ciliegine sulla torta firmate Sufjan Stevens (cantautore statunitense purtroppo non molto noto in Italia) di cui una, la sensualissima Mystery of Love, ha ottenuto a sua volta una nomination agli Oscar come miglior canzone.
Chiudo con una citazione, che è estrapolata dal discorso finale che il padre di Elio rivolge al figlio e che vale l’intero film, ma decidete voi se leggerla adesso oppure aspettare di sentirla all’interno della storia.

«Stai male e ora vorresti non provare nulla, forse non hai mai voluto provare nulla, ma ciò che ora provi io lo invidio… Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a 30 anni siamo già prosciugati e ogni volta che ricominciamo una nuova storia con qualcuno diamo sempre di meno, ma renderti insensibile così da non provare nulla… è uno sbaglio.»

Cristina Rossi

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    • #Repost @ssimonadirosa with @get_repost・・・"Eravamo tutte esaltate e terrorizzate: si stavano avvicinando i mondiali ISI, la gara più importante dell'anno. Non capivo perché fosse così importante. Una vittoria non qualificava per nessun'altra competizione. Nessuna di noi sarebbe andata alle Olimpiadi. Eravamo solo prigioniere nel ciclo continuo del pattinaggio agonistico di medio livello."La recensione su @unabandadicefali, qui basti dire che questo mattone di 400 pagine si legge super velocemente (forse anche troppo) e racconta una deliziosa storia di formazione. Un primo passo per conoscere il talento di Tillie Walden anche in Italia 💙
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