Film

Published on Apr 20th, 2018 | by Guest

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A beautiful day

Regia: Lynne Ramsey
Genere: Drammatico – USA/UK/Francia
Durata: 95’
Distribuzione: Europictures
Uscita nelle sale: 1 maggio 2018

You were never really here è il titolo originale del quarto lungometraggio dell’autrice scozzese Lynne Ramsey: un brutale noir che si è aggiudicato due premi alla 70° edizione di Cannes, per la sceneggiatura e per la migliore interpretazione maschile.

In una New York sporca, spettrale e irriconoscibile si aggira Joe (Joaquin Phoenix), un detective privato dalle maniere brusche e dalle poche rarefatte parole. La sua missione è quella di restituire al padre la figlia scappata di casa e finita in un giro di prostituzione minorile.
La trama non suona particolarmente innovativa e i paragoni con Drive e Taxi Driver non si sono certo sprecati. Ma sarebbe meglio dire che, con i film di Winding Refn e di Scorsese, non condivide altro se non una vaga linea guida. Sì, il protagonista è un solitario, ossessionato dal suo incarico che vive come una responsabilità di redenzione. Ma la regista qui è molto attenta a soffermarsi su tanti piccoli dettagli e mai sulla violenza in sé. Tanto è vero che quella che dovrebbe essere la scena d’azione più cruenta, viene frammentata tramite 4 videocamere di sorveglianza dove i personaggi entrano ed escono senza lasciar vedere l’esatto percorso che intraprende la vendetta, ma lasciando allo spettatore il compito di ricucire quello che sta accadendo. Il sangue c’è, è presente in tutto il film come un vero e proprio fil rouge, ma la violenza viene messa a tacere, non è glorificata. E allo stesso modo Joe è intimamente ripugnato dalla brutalità del mondo in cui è immerso. Lo vive come se fosse assuefatto, come se non volesse davvero trovarsi lì. È una ricerca impossibile di riscatto da parte di un giustiziere che non è in grado di salvare nemmeno se stesso, oppresso da una miriade di frammentati ricordi di violenza che tornano a galla nei momenti più inaspettati e imprevisti.

In ben 20 anni di carriera, ma in appena 4 lungometraggi, Lynne Ramsey è diventata un’autrice dal tocco ben riconoscibile dove a parlare non sono tanto le parole e neppure la storia, ma la sua telecamera che scandaglia l’animo e i pensieri dei personaggi tramite immagini e sonoro.
I traumi del protagonista non vengono narrati in una maniera convenzionale, è lo spettatore che viene chiamato a reagire e interpretare le reazioni viscerali scatenate da immagini come polaroid sparpagliate in un arco temporale che non sempre è lineare. Ed è in più la musica di archi e sintetizzatore di Jonny Greenwood che aiuta a costruire un percorso labirintico che porta lo spettatore in luoghi inesplorati con improvvise esplosioni inaspettate. Un sistema complesso che rende la visione un viaggio personale e molto intimo nella mente del protagonista.
Non c’è niente di descrittivo o di suggerito: le metafore presentate sono a completa destrutturazione del singolo testimone di questa odissea cinematografica che non lascia tempo per respirare. Quanti minuti è possibile resistere prima di sentirsi soffocare o prima di essere presi dal desiderio di uscire, per vedere quanto è bella la giornata là fuori?

Elena Rebaudengo

 

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