Diario di New York
Dopo aver vinto il Premio Eisner con il graphic novel Rovine, Peter Kuper torna a Giugno in libreria con Diario di New York, un volume autobiografico che non può essere definito soltanto come un fumetto, ma che è in un certo senso un memoir di quarant’anni vissuti nella Grande Mela, fatto di illustrazioni, schizzi, ritagli di giornale e collage.

Come il precedente Rovine, anche Diario di New York è pubblicato in Italia dalla casa editrice Tunuè, che lo presenta in un formato cartonato con copertina telata, un’edizione decisamente meritoria per raccontare una città che – come fa dire lo stesso autore a uno dei tanti personaggi che incontriamo nella lettura – è “un racconto, anzi un fumetto incompiuto”.
Kuper arriva a New York quando ha diciotto anni e l’animo pieno di aspettative riposte in una città che più di tutte, nell’immaginario collettivo, incarna la Eldorado delle opportunità, brulicante di persone da incontrare e sogni da realizzare. Scoprirà ben presto che la metropoli è fatta da un universo di persone che conducono vite diversissime e coesistono all’interno di uno spazio che li rappresenta e li isola dal mondo esterno, ma che al tempo stesso li atomizza al suo interno.

Nella prima parte del libro Kuper rappresenta una città che conosciamo tutti molto bene anche se non ci siamo mai stati, perché ha una identità forte nell’immaginario collettivo; gli elementi noti della città vengono però guardati da un punto di vista diverso, soprattutto quando Kuper ci narra tutte le contraddizioni di quella che è una metropoli composta da elementi isolati, chiusi in se stessi come le finestre squadrate dei grattacieli di Manhattan. Nelle storie a fumetti – in larga parte presenti ma non preponderanti rispetto al resto – il susseguirsi delle finestre diviene griglia della tavola: ce ne sono due, in particolare, in cui l’autore segue il volo di una mosca o la vita di una banconota per aprirci scenari diversi, relegando allo spazio bianco il ruolo di teletrasportarci qui e là, dall’attico che dà su Central Park ai bassifondi, facendoci vedere tutto in pochi minuti.

Nonostante la forte componente autobiografica presente in tutto il libro, la protagonista assoluta della vicenda è la città di New York e il modo in cui viene percepita sia da chi ci vive che da chi la immagina da lontano. Emblema del progresso e di una visione del mondo ottimistica, diventa luogo di tensioni e scontri dopo gli avvenimenti dell’undici Settembre e si fa simbolo dello spirito del tempo con l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. All’interno del libro ci sono molte storie e disegni che potremmo definire di fantapolitica, tavole in cui si immagina un muro che divida Manhattan dal resto della città o illustrazioni che raffigurano disastri aerei, King Kong a forma di grattacieli, incubi angosciosi.

Per narrare questa città così sfaccettata e multiforme Kuper utilizza dunque tutti gli strumenti a sua disposizione. Questo variare di tecniche, strumenti e supporti rappresenta un elemento di forza del libro rispetto anche agli altri tentativi – da parte di altri fumettisti e creativi – di raccontare New York, oltre che un prezioso strumento per conoscere tutta la “poetica” di Kuper e seguire lo sviluppo del suo stile negli anni.
Diario di New York è dunque un libro che tutti gli appassionati della Grande Mela e non solo dovrebbero possedere, un memoir lungo quarant’anni e ricco di elementi insoliti e affascinanti, che forse avrebbe meritato anche delle soluzioni editoriali in cartotecnica, ma che si rende accessibile a tutti i lettori pur non tralasciando la qualità del prodotto.
Simona Di Rosa



