Recensioni

Published on giugno 20th, 2018 | by Noemi Borghese

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Fleabag

 Ideatore: Phoebe-Waller Bridge

Genere: Dramedy

Durata: 25’ (a episodio)

Lingua originale: inglese

Stagioni: 1

Episodi: 6 puntate

Cast: Phoebe-Waller Bridge, Sian Clifford, Bill Paterson, Brett Gelman, Hugh Dennis

Distribuzione: BBC Three (in Italia Prime Video)

Prima Tv: 21 Luglio 2016, UK

La serie di oggi, Fleabag, non è una serie uscita di recente, non se n’è parlato molto, probabilmente nessuno di voi l’ha già vista e la cosa non mi meraviglia. Eppure io l’ho vista tutta d’un fiato e mi sono maledetta per non averlo fatto prima. Si tratta di un classico BBC: released nel pieno dell’estate 2016, quando eravamo intenti a correre verso le ferie (i più piccoli anche verso i Pokemon), e non avevamo voglia/tempo per il clima cupo di Fleabag. Ma in realtà anche in altri momenti, guardare Fleabag non è una passeggiata.
Tra i tanti motivi dello scarso successo, ci troviamo la breve durata, sei episodi di mezz’ora ciascuno. Praticamente si tratta di un binge interrotto, uno si piazza davanti allo schermo pensando di trascorrerci un weekend di pathos e risate isteriche e invece dopo 3 ore è finito tutto.

Fleabag

Oh fuck it, I have a horrible feeling that I’m a greedy perverted, selfish, apathetic, cynical, depraved, morally bankrupt woman who can’t even call herself a feminist.

E invece non è finito tutto manco per il ca**o: è esattamente alla fine di ogni episodio, e alla fine di tutti e sei in particolar modo, che comincia a scricchiolare un meccanismo nel cervello, meccanismo che, solitamente, le persone particolarmente narcisiste, egocentriche e vittimiste – una a caso: io – tendono a non ascoltare. Il meccanismo che regola l’autodeterminazione, a metà strada tra la zona del cervello che ti spinge a impegnarti per una promozione e la zona che ti porta a nuotare a galla quando rischi di affogare.
La serie ci parla di Fleabag, donna di 30 anni, della sua famiglia e di tutte le persone che le girano intorno. In realtà la serie non ci parla di Fleabag, ci fa parlare con lei. Scopriamo, dalla primissima scena e nei primissimi secondi, che Fleabag è quella nostra amica stramba che dice tutto quello che pensa – nella serie lo fa abbattendo la quarta parete – ed è cinica, divertente, imbarazzante, emotivamente distaccata in maniera patologica.

Che mito, pensiamo, quando lei torna con la mente all’incontro della sera prima con uno che poi è andato via, e non c’è alcuna traccia di Penelope in lei: perché nessun uomo, per andare a letto con lei, passa mai dallo stadio di eroe.

Fleabag

There’s always a stage when someone’s falling in love with you that they lose their erection. They get confused, they panic, the stakes get too high, the blood rushes from their dick to their heart.

L’autocommiserazione arriva dopo, e la troviamo esattamente dietro la sagoma del compiacimento per tutto quello che è awkward. Non credo esista un popolo più bravo nel costruire l’imbarazzo degli inglesi. Date alieni, supereroi e sfavillanti storie d’amore ai Muricans, malasciateperdio l’imbarazzo in zona UK: sono assolutamente i migliori.
Chiaramente la serie in sé non snocciola una serie di scenette comicissime fini a sé, ma lo fa con l’intento ben preciso di costruire una psicologia fatta di strati. L’ossessione per il sesso, l’incapacità di accettare – o chiedere – aiuto, la competizione con le figure paterne e materne, innumerevoli sensi di colpa e, per finire, un lutto. Fleabag ne ha di pensieri per la testa, sono pochi quelli che condivide con gli interlocutori, ma molti di questi li passa sottobanco a noi, gli spettatori.
In quell’istante, quando ci rendiamo conto di essere il suo unico confidente, Fleabag smette di essere l’amica stramba, e diventiamo noi Fleabag.

Fleabag

People make mistakes. That’s why they put rubbers at the end of pencils.

Il suo cinismo e la sua goffaggine li riserva al resto del mondo, con noi è lucida, consapevole e perfida: Fleabag sa quel che fa. Quante volte l’ho pensato anche io, fatto anche io, immaginato anche io.
Mentre lo guardavo, raggomitolata sotto le lenzuola, mi sono segnata una cosa per non dimenticarla: buttar già la quarta parete è una cosa che dovremmo fare sempre quando ci sentiamo soli, perché nel momento in cui lo si fa, si costruisce un secondo io, a cui dire sempre la verità. È un “io” finto, inventato da noi, lo possiamo disegnare come ci pare e piace perché sarà sempre costretto ad ascoltarci. Ma a lui la verità possiamo dirla, ed è dicendo la verità che si scioglie la ruggine – fatta di autocommiserazione – del meccanismo dell’autodeterminazione.

Una donna elegante e indipendente che va agli incontri sul femminismo, possiede un cafè boho chic e una famiglia chiaramente benestante, è sola e la colpa è soltanto sua. Perché l’unica persona con cui poteva parlare è morta. E lei, Fleabag, cerca noi, e sé stessa, verso la telecamera. Ci spalanca i suoi grandi crazy eyes e il suo grande sorriso, e ci fa tuffare nel Le Déjeuner sur l’herbe di Manet.

Sì lo so, ho detto una cosa spocchiosissima. Sì lo so, guardatevi la serie e poi mi darete ragione.

Avete mai incontrato uno sconosciuto per strada e ci siete diventati amici parlando ore? Dopo Fleabag vi verrà voglia di farlo.

Perché guardare Fleabag?

Perché mi sento sol*, perché mi autocommisero e non trovo la forza di smettere, perché non provo niente, perché sento il desiderio di avere amici nuovi, perché l’ideatrice e protagonista ha dato la voce al droide sindacalista-scassacatsi-cuoredoro di “Solo, a Star Wars story”.

Perché non guardare Fleabag?

Perché non reggo l’imbarazzo, perché il sesso anale mi causa scompensi emotivi, perché sono in una fase di negazione, perché sono un INCEL, perché è reso piuttosto chiaro in diversi momenti e da più personaggi che le uniche tette che vedrò in questa serie sono piccole, minuscole, inesistenti.

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Fleabag Noemi Borghese

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Ho sbagliato tutto, fatemi scendere, voglio fare la ballerina!



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