Volevo solo essere Cefalo – Davide Predosin
Ho provato e, lo so, mi dispiace e l’ho sempre saputo: uso categorie fuori luogo per commentare e criticare film e serie tv. Lo faccio a voce e ho incominciato a farlo anche per iscritto, per esempio provando qualche tempo fa a recensire Atlanta. Ci avevo visto addirittura, espressa al meglio e su più livelli, quell’atteggiamento morale, la sprezzatura, su cui riflette Cristina Campo nel brano Con lievi mani contenuto ne Gli imperdonabili, Adelphi. Una qualità, la sprezzatura, che la Campo descrive come “una briosa e gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza, un’accettazione impassibile” “un’arcana e leggera qualità che non è (…) inseparabile dallo stile”. “La sprezzatura (…) è certo uno dei caratteri dell’avventuriero; un carattere mercuriale, ambivalente, imponderabile, nel quale persiste tuttavia il seme della grazia”.
Volevo solo essere Cefalo
Pochi giorni dopo aver mandato la recensione ai Cefali, è uscito un articolo di Adriano Ercolani, coltissimo giornalista e scrittore, per ricordare Cristina Campo nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa.
Lo stesso giorno, inoltre, ho scoperto che Atlanta aveva vinto i Golden Globe come migliore serie 2016 e migliore interpretazione del protagonista Donald Glover.
Considerando che non si parla così spesso di Cristina Campo sui giornali e che non seguo i premi del cinema ma soprattutto considerando che non avrei mai pensato che Atlanta potesse vincere un premio del genere, le coincidenze mi sono sembrate più che significative e, nonostante la prima versione della recensione fosse viziata da pretestuosi accostamenti che avrebbero fatto rabbrividire i coltissimi e sbadigliare i giovani, ho deciso che dovevo riscriverla.
Nel frattempo Atlanta è finita e, nell’arco di un mese, ho visto anche High maintenance, Fleabag e da qualche giorno anche Baskets. Tutte e quattro, pur con le debite differenze, sono animate, credo, dallo stesso spirito.
I protagonisti, da Ben Sinclair di High maintenance – pusher ciclista alle prese con le nevrosi di molteplici tipologie di stoner della Grande Mela
a Donald Glover, Atlanta, trentenne disoccupato e separato con figlia che tenta di far decollare la carriera del cugino rapper Paper Boy
passando per Phoebe Walzer Bridge di Fleabag, black-drama-comedy che affronta temi quali sesso, relazioni ma anche colpa e redenzione
fino ad arrivare al più noto Zach Galifianakis, che in Baskets è un clown che ha studiato a Parigi ma che finisce per fare il pagliaccio ai rodei e ha un fratello gemello che ne è la nemesi frustrata
sono tutti, oltre che interpreti, anche sceneggiatori delle rispettive serie. Nel caso di Baskets, Galifianakis si avvale anche della collaborazione dell’ancora più noto Louie C.K.
Le serie citate raggiungono, a mio modesto parere, l’eccellenza soprattutto grazie alle interpretazioni di attori che sembrano avere, oltre a esperienze di vita vicine ai personaggi che interpretano, anche la precisa volontà di far parlare autonomamente le vicende che tentano di raccontare.
Ovviamente l’obiettivo è raggiunto anche grazie a scrittura, regia, fotografia, tanto che gli autori, come avviene nei grandi classici, sembrano scomparire: parla quello che sta succedendo, parlano le vicende umane di quella che possiamo definire una macro-generazione composta da cosiddetti millennials e generazione x; una generazione di perdenti privilegiati che raramente è stata raccontata con tanta leggerezza, umorismo e profondità.
Zach Galifianakis, nato a fine anni sessanta, ne è forse l’esempio più alto. È un adulto col disincanto di un settantenne e l’entusiasmo di un ventenne disincantato che fingerà sempre di non sapere di cosa tu stia parlando facendoglielo notare. Finzione consapevole giocata fino alle sue estreme, comiche e drammatiche conseguenze.
Vorrei dilungarmi ma ho finito le battute a disposizione. Nonostante questo, aggiungerò solo che ciò che rende uniche queste serie è l’umanità che mettono in scena senza risultare convenzionali né sentimentali. Si racconta un senso di estraneità al mondo e alla società che gran parte di noi ha ereditato; uno straniamento che viene trasceso attraverso racconto e forma come solo – soprattutto nei periodi di crisi – i veri divertissment, quelli seri, riescono a fare.
E in tutte le puntate aleggia anche un’ombra scura che condisce il tutto in maniera ancora più succulenta. Un’ombra appena suggerita, mai esibita, mai gratuita.
Qualcosa che si tiene a bada, come raccontava Johnny Cash in The beast in me.
…con “lieve cuore, con lievi mani (…) ” come diceva Hoffmansthal citato da Cristina Campo cercando di definire la sprezzatura. Ecco, l’ho fatto ancora.
Davide Predosin









