Film cold war

Published on Gennaio 13th, 2019 | by Davide Predosin

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Cold War

Ideatore: Paweł Pawlikowski

Genere: drammatico, sentimentale

Durata: 84 minuti

Dati tecnici: B/N

Cast: Joanna Kulig, Tomasz Kot , Borys Szyc, Agata Kulesza, Adam Ferency, Adam Woronowicz, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Anna Zagórska.

Produzione: Lucky Red

Anno:  2018

Cold War di Paweł Pawlikowski

L’altra sera ho visto un film polacco in bianco e nero di quel regista che ha fatto anche Ida, un film di cui ho già scritto l’anno scorso e che ormai hanno visto tutti- chi è che non ha visto Ida? Non verrete mica a dirmi che non avete visto Ida– Bè se vi piacciono i film che vi fanno sentire più sensibili e capaci di sostenere il peso dell’ingiustizia insita nella condizione umana; per non parlare delle ingiustizie perpetrate dall’uomo nei confronti di altri uomini e donne, di donne nei confronti di altre donne e uomini; le ingiustizie della storia, direbbero gli storici; ingiustizie riscattate illusoriamente attraverso l’arte – direbbero artisti, registi, scrittori – o attraverso grazia e bellezza, le skills divine – direbbero metafisici e uomini di chiesa – allora dovete guardare Ida e direi che, sì, dovete guardare anche Cold War.

C’è anche la sorella di Ida, anzi no, scusate, era la zia, sì la zia: c’è anche la zia di Ida in Cold War; una donna molto bella e forte anche se costretta a lavorare per il partito, a nascondere la sua avversione per il partito; non bella come Ida, o forse sì, nemmeno bella coma la protagonista di Cold War, o forse sì, ad ogni modo una donna tosta che fuma mille sigarette al secondo e in questo ultimo film di  Pawel Pawilowski interpreta la parte di un’etnomusicologa  che lavora con un altro etnomusicologo, una specie di Alan Lomax polacco che viaggia per la Polonia e registra la musica popolare delle campagne polacche. E infatti il film incomincia con una carrellata di canzoni tradizionali e volti polacchi, e le canzoni, soprattutto i testi, sono strazianti e raccontano di amori delusi, miserrime prospettive di gioia; roba che cantata diventa più bella, soprattutto se a cantarla sono individui che se la sono vista brutta, più brutta degli altri. Ed è proprio questo che cercano i due etnomusicologi, lui belloccio mascellone, sguardo da ragazzo, spalle larghe, serio, sognatore, lei la zia di Ida, sempre bella, sempre fumatrice olimpionica e con le rughe della preoccupazione a incorniciarle il viso: cercano dei talenti non comuni per creare una specie di compagnia itinerante con cui viaggiare ed esibirsi per far conoscere il patrimonio musicale della polonia rurale dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Dopo giorni di casting rurale in una specie di cascina, formano, infatti, una vera e propria compagnia cantanti che incomincia a esibirsi in diverse città e ad avere molto successo. L’etnomusicologo belloccio e pianista si innamora subito di una splendida ragazza bionda che ha anche una bellissima voce. Quando la scelgono, però, capiamo che la zia di Ida è un po’ gelosa; lo vede che l’etnomusicologo serio e navigato, suo collega, si è innamorato ma non può dire niente perché la ragazza ha effettivamente una bellissima voce e sa anche ballare. Si limita quindi ad esprimere le sue riserve sul passato della giovane, che è stata in carcere per avere ucciso il padre, cosa che non sembra però preoccupare il collega, che minimizza, ed è come se dicesse “poco male”.

Una cosa notevole di questo film, oltre al bianco e nero spettacolare, è che non si perde in eccessive e inutili spiegazioni. Ti mette, come direbbe Tognazzi: davanti al fatto compiuto. Ha un andamento onirico e procede in maniera ellittica facendo intuire gli antefatti piuttosto che raccontarli attraverso flashback; non sente il dovere di spiegarti o mostrarti tutto e questo mi sembra sempre, in ogni campo, un’autentica benedizione perchè la logorrea esplicativa ci sta uccidendo.

Sappiamo benissimo che la zia di Ida ha avuto una storia con Viktor; se non l’ha avuta,   avrebbero sempre almeno voluto  baciarsi. Non ce l’ha detto nessuno, non si intuisce da alcun dialogo, ma basta l’espressione contrariata della zia di Ida e i suoi fallimentari tentativi di ridimensionare il talento di Zula. Eppure ormai l’etnomusicologo è cotto e la bionda ricambia solo che, ovviamente, siamo negli anni cinquanta c’è la guerra fredda, l’Unione sovietica e la ragion di stato socialista. La compagnia o meglio gli etnomusicologi – ce n’è anche un terzo, come vedrete a breve; la quinta essenza del faccendiere furbetto – vengono convocati da un’autorevole figura ministeriale che esprime l’interesse del partito per il progetto  degli etnomusicologi ma propone di far cantare ai giovani contadini canzoni che celebrino il mito rurale sovietico. Ovviamente Viktor  dice che sarebbe come snaturare l’intero progetto, la zia di Ida si alza e se ne va indignata, mentre il furbetto realista dice che tutto sommato sarebbe un occasione per girare tutta l’Europa e fare parecchi soldi e quindi convince anche il primo ad accettare. Nel frattempo Zula confessa a Viktor che risponde ogni settimana a domande sul suo conto: è una specie di spia che ha dovuto accettare di tenerlo d’occhio per essere presa nella compagnia. Viktor si arrabbia, le fa una scenata e lei, piccata, in una delle scene più belle del film si butta nel fiume. Tu pensi per suicidarsi, invece galleggia a morto e canta; mentre si lascia trasportare lentamente dalla corrente. Scena memorabile: memorabile.

Ad ogni modo i due hanno litigato, si mollano, ma poi decidono di scappare assieme. Lei non riesce a raggiungerlo in tempo e allora lui se ne va da solo a Parigi, dove fa il pianista jazz ed entra in una cricca di artisti molto francesi, forse comunisti ma non stalinisti. Zula finalmente lo raggiunge ma litigano ancora perché lui si è un po’ imborghesito e lei glielo dice proprio: “Una volta eri un ragazzo adesso invece…”. Lei in realtà si è soprattutto offesa perché lui, cercando di renderla famosa, racconta la sua storia, raccontando a tutti che ha imparato a cantare mungendo le vacche. Lei non capisce perché debba denigrarla in questo modo ma lui le spiega che in società, a Parigi, si fa così; bisogna farsi conoscere in qualche modo. E le presenta anche un produttore che potrebbe farle registrare un disco e le dice di essere gentile, e infatti lei se lo scopa perché, dice, aveva capito così. Ma in realtà l’ha fatto solo per ripicca. Tra l’altro, prima mi sono dimenticato, si era già sposata con un siciliano quando per un po’ non si erano visti. Un siciliano che non conta una cazzo, però, perché quando torna a Parigi, glielo dice anche Victor e lo fa baciandolo in bocca. Anche Viktor però sta con un’altra, anche lei molto tranquilla. Quando lui torna a casa alle cinque di mattina, lei, distesa a letto con un babydoll di pizzo nero gli chiede: “sei stato con le puttane?” “No”, risponde lui, “non me le posso permettere. Sono stato con la donna della mia vita”. Lei non fa una piega, si gira e dice solo qualcosa tipo, “ok, lasciami dormire adesso”.

Non è bellissimo?

Succedono tante altre cose ma non ve le posso raccontare. Vorrei tanto perché mi sto divertendo a fingere di scrivere una recensione raccontando la trama di un film che mi è piaciuto – guardo sempre film belli a inizio anno, poi perdo il ritmo ma all’inizio dell’anno mi scateno proprio – ma non posso più raccontarvi niente perché poi vi rovino tutto.

Dirò solo che attualmente Pawelowski, sarà anche facile, ma è il mio regista preferito. Racconta storie d’amore, storie sull’innocenza, la solitudine e la disperazione, in un contesto storico-politico specifico ma con un respiro esistenziale universale.

Siamo in piena guerra fredda ma il titolo potrebbe alludere anche alla lotta ingaggiata dagli individui di ogni epoca per essere felici, ed è comunque il più della volte una guerra lenta e logorante, fredda, destinata alla sconfitta, di sicuro alla morte. E anche se l’innocenza non esiste, anche se nel corso del film siete portati di volta in volta, quando Zula e Viktor litigano, a pensare che lo sapevate che poi andava tutto a puttane, che è sempre così, i soldi, la sopravvivenza, la politica, i compromessi, i faccendieri – il faccendiere, il terzo etnomusicologo è perfetto, perfetto per quell’epoca, perfetto oggi: è il faccendiere per antonomasia, il faccendiere eterno, l’opportunista senza tempo, uno che ti fa quasi pena da quanto fa perfettamente schifo, ma d’altronde poi, grazie lui… basta non dico più niente – alla fine, dicevo, almeno per la durata del film ti sembra che qualcosa da salvare, qualcosa di eterno e puro, tutto sommato, potrebbe anche esistere. Almeno in un film. Giusto fino a quando non si esaurisce quella benedettissima e proverbiale sospensione di incredulità che siamo costretti ad alimentare e mantenere viva ormai tanto nella realtà quanto nella finzione.

Davide Predosin

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One Response to Cold War

  1. Angelo says:

    Zula…. Sei stata anche in Sicilia, hai mangiato le arance, spaghetti allo scoglio, visto il mare sposato un vero terrone( che ti avrà montato fino allo stremo) ma torni nella grigia Polonia passando prima dal debosciato e impotente talent scout de vo altri per ricordargli la sua condizione di uomo di merda. Che bel personaggio…. Assurdo come questo film della serie famose der male. E che cojoni sto 4/3.come mettere due cipolline in un panino con la cacca.

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