Film

Published on Mar 6th, 2018 | by Davide Predosin

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Tre Manifesti a Ebbing Missouri e Lady Bird

Volevo solo parlare di tre film, anzi quattro, ma poi il terzo non me lo ricordavo abbastanza bene e il quarto non mi ricordo nemmeno che film fosse. Magari ne parlo la prossima volta se mi ricordo.

A Gennaio ho visto tre film che mi sono piaciuti. Anzi quattro. Mi sono piaciuti quasi molto e non capita spesso. È più probabile che mi accontenti.
Ma perché mi sono piaciuti? Sono avvincenti? Spettacolari? Sono esteticamente sublimi?
Sono film che lavorano ai fianchi dello spettatore come un vecchio pugile esperto, mi sembra. Attraverso ottimi personaggi, costruiti da ottimi attori che, in un film, per me, sono quasi la cosa più importante. Ci sono tante altre cose, direte voi, in un film. Certo certo, risponderei io, anche in questi film di cui vorrei parlarvi ci sono tante altre cose che contribuiscono a renderli suggestivi come una musica bellissima, ma se gli attori sono cani di solito crolla tutto, soprattutto in film come questi che evocano, suggeriscono, nascondono, più che imporsi; che è sempre facile imporsi attraverso le immagini, soprattutto attraverso grandi nomi di attori e registi, in faccia, nei titoli di testa, che se non ti piacciono o addirittura non conosci, non puoi partecipare e vieni tagliato fuori dalla comunità degli uomini e delle donne che guardano i film e conoscono gli attori bravi. Anche in questo caso, nei film di cui vorrei parlare ci sarebbe da dire qualcosa riguardo ai nomi che si impongono – solo nel primo in effetti – ma ogni tanto sono contento di essere d’accordo con la scelta e la direzione e la recitazione e l’imposizione: qui gli attori si impongono senza gigioneggiare, umilmente, come fanno quelli bravi.

Soprattutto ad alti livelli, anche gli esperti, i cinefili di professione, tra di loro, in privato, discutono sul reale valore dei più acclamati attori e, sono convinto anche di questo, spesso, ovvio, tra di loro non sono d’accordo. È come quando un cliente a lavoro mi dice – uno che ascolta musica classica dal millenovecentocinquantotto – mi dice che odia come Glenn Gould esegue le Variazioni Goldberg. Forse l’esempio più alto di roba “alta” che mi viene in mente e che vale anche nel cinema: ci sarà sempre qualcuno a cui non piace qualcuno che piace a tutti, a tutti i livelli. A volte saranno vezzi critici, a volte avversioni bifolche, ma è così, bisogna accettarlo: non a tutti piace, per esempio, Ryan Gosling; che non c’entra ma a volte mi piace nominarlo invano.
volevo essere solo un cefalo, Davide Pedrosin, Tre Manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird

Ma torniamo al busillis attorno a cui sto girando, perché mi piace girare in tondo, scaldarmi facendo skip come si usava dire negli anni novanta, forse addirittura girarci attorno fino alla fine, concludendo l’allenamento in un corroborante, quasi inutile riscaldamento; anche perché, in verità, non ricordo nemmeno nel dettaglio i film di cui voglio parlarvi. Mi ricordo a grandi linee la trama, mi ricordo esattamente cosa ho provato in certe scene, mi ricordo molte espressioni; i dialoghi potrei solo parafrasarli ma non potrei, non dopo aver visto questi film uno dietro l’altro più di quattro settimane fa, ripercorrere  momenti salienti, cosa che non vorrei fare nemmeno se potessi, perché rovinerei a chi legge le scene migliori del film. A questo proposito ho solo un alibi per questa mia smemorataggine strutturale, un alibi che non è nemmeno un alibi quanto piuttosto una specie di autorevole furbata che consiste nel ricordare a me stesso e addirittura scriverlo per raccontarlo, che anche Manganelli, Giorgio Manganelli, mi sembra ne Il rumore sottile della prosa, racconta che dei grandi classici spesso, nel dettaglio, non saprebbe nemmeno ricapitolare la trama ma di quei classici, ricorda esattamente il rumore sottile della loro prosa. E la cosa mi sembra possa valere anche per il cinema e in particolare per i film che ho appena visto e di cui mi è rimasto addosso proprio un rumore sottile, una specie di impalpabile sensazione legata a una continuità, a una discreta coesione che a volte è anche, forse, un’indefinita, ambigua e sfuggente idea.

Sto menando il can per l’aia, lo so, e soprattutto sto portando le mie stesse aspettative in quel pericoloso climax che precede la delusione. Nel frattempo mi echeggiano in testa  come in una spoglia sala d’aspetto, commenti sprezzanti come bravo, lo sanno tutti che è un bel film, quello, mica serve che ce lo dici tu. Ha anche vinto diversi premi, commenti ai quali rispondo laconico, sempre tra me e me: pazienza che siamo d’accordo, pazienza che mi trovo d’accordo ancora una volta con qualcosa che è piaciuto e che ha vinto; a volte è bello essere d’accordo con qualche milione di persone. Ad ogni modo, sì. Il primo film dell’anno che ho visto e che ha vinto diversi premi è proprio Tre Manifesti a Ebbing Missouri.

volevo essere solo un cefalo, Davide Pedrosin, Tre Manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird

E mi è piaciuto, dicevo, perché  mette in scena uno spaccato di vita ad alto contenuto di umanità.

Ovvero un concentrato di rabbia frustrazione desiderio dolore e ingiustizia i cui limiti – ancora una volta gli irresistibili e proverbiali paletti amati da grandi e piccini – sono amore e morte in alcune loro più che rappresentative e rispettabili forme: roba che anche il più cinico sbruffone riconosce e gli viene all’improvviso da inginocchiarsi come davanti a una convincente immagine del proprio destino, delle proprie origini, della propria inesorabile  e necessaria sconfitta.

Così, nonostante qualche manierismo, parola che significa banalmente, in questo caso, qualche piccola furbizia drammatica, quegli ingredienti che si mettono in un piatto per far salivare anche chi ha le papille gustative interrotte (cit.), manierismi su cui possiamo essere indulgenti perché, lo sentiamo, sotto, c’è sostanza, in Tre Manifesti a Ebbing veniamo immediatamente catapultati in un contesto e in un atmosfera che ci sembra di riconoscere ma che si può parafrasare e ri-raccontare solo pagando lo scotto di uccidere il paziente, come con inutili o fatali operazioni a cuore aperto. Ma come si raggiunge tutto questo? Si raggiunge con personaggi grandiosi che sanno riscattarsi, anche decidendo di soccombere, e che, se per un attimo si sentono sconfitti, hanno la forza di reagire ricercando una loro specifica, personale e unica coerenza; qualcosa che ha più a che vedere con un qualche indefinibile principio estetico identificabile a posteriori più che con una condotta basata sul principio di non contraddizione.

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Così una donna che non è certo un’intellettuale vive dentro di sé un conflitto tragico e tenta di reagire a un’ingiustizia quasi con la stessa violenza che ha subito – quasi – ma scoprendo e accettando che non avrà mai giustizia anche se tutto quello che fa è legittimo e grandioso e ovviamente facciamo il tifo per lei

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fino a che il suo percorso non incrocia quello altrettanto tragico di un altro grandioso personaggio, anzi due, i quali sono colpevoli, forse, ma fino a un certo punto, e finiscono per scontare la propria colpa, trovando attraverso il sacrificio, ripeto, una qualche forma di redenzione.

volevo essere solo un cefalo, Davide Pedrosin, Tre Manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird

 

L’introduzione di elementi comici e grotteschi, infine, in questa sorta di tragedia greca e la scelta di un finale aperto che interrompe la narrazione lasciandoci vaghi e impliciti interrogativi – dopo che ci siamo arrabbiati ma abbiamo capito che non era poi così semplice e ci siamo ripetuti che cazzo di mondo di merda – tutto questo contribuisce a imburrare l’angustissimo accesso a quella voglia di credere che nonostante la violenza e l’ingiustizia una qualche forma di dignitosa grandezza, e bellezza, lontana da superomismi, divismi e gigionismi, forse, almeno a posteriori, può esistere.

Il secondo film di cui vorrei parlarvi mi è piaciuto quasi di più che Tre Manifesti a cui credo assomigli un po’ per un certo spirito che, come si dice, lo anima.

Ho voluto vederlo il prima possibile, Lady Bird, sì sto parlando di Lady Bird, perché sono segretamente innamorato di Greta Gerwig che quando ho visto Frances Ha,

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e anche quell’altro in cui lei si innamora del professore che fa le corna a sua moglie, quello di Noah Baumbach, quello che c’è anche Julian Moore e anche Ethan Hawke, una commedia sofisticata che parla di sentimenti, di coppie, di quanto infantili e capricciosi siano gli intellettuali e soprattutto gli scrittori che vogliono tutto e non vogliono niente e combinano disastri; quando ho visto questi film e anche altri che dovete vedervi, ho pensato che Greta Gerwig rappresenti il non plus ultra dell’iperrealismo low profile, ovvero è una personalità, una donna – in tutti i personaggi che interpreta e chissà magari anche un po’ nella vita – sempre fuori posto e con la capacità di non riuscire quasi mai a nasconderlo; di non riuscire neanche a fingere con se stessa, contraddicendosi e dimostrando una mirabile incapacità di stare al mondo, da una parte, e una paradossale capacità di essere sana nel suo essere onestamente naive. Insomma, eccola finalmente firmare il suo primo film; scritto e diretto da Greta Gerwig.

Dopo che ci hanno martellato le gonadi con teen movies stereotipati ecco un film che parla della fine dell’adolescenza e della scioccante progressiva e mai conclusa entrata nell’età adulta; un film che può finalmente rivaleggiare ad armi pari con Ghost World di Terry Zwigoff con Steve Buscemi e una giovanissima Scarlett Johansen.

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Come nel caso di Enid (Thora Birch) in Ghost World

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anche la protagonista di Lady Bird, la bravissima Saoirse Ronan,

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dovrà fare i conti con le proprie ambizioni adolescenti, ideologiche e preconfezionate, e accettare che la realtà è molto più complessa delle proiezioni da adolescente di provincia appartenente a una middle class che, per fortuna, non può permettersi di soddisfarle.
La cosa che rende il film ancora più interessante è il fatto che sia ambientato nel 2002, quindi potremmo dire che è uno dei primi film a raccontare storicamente il passaggio fondamentale di un millennial dalle superiori all’università. La cosa in America è strutturata diversamente e non è completamente sovrapponibile a un qualsiasi caso italiano, anche se rimangono notevoli somiglianze, sia con un millennial italiano che con, diciamo, un individuo appartenente alla cosiddetta Generazione X di qualche anno più vecchio.

I conflitti coi genitori, l’ossessionato bisogno di piacere anche a chi non ci assomiglia e appartiene a un mondo completamente diverso dal nostro, la progressiva scoperta della proverbiale importanza delle proprie origini da cui non si può mai scappare e prima o poi ci si scopre felici di riconoscere come le nostre origini; tutto questo odora di classicità, ma ovviamente, in questi casi, per fuggire agli stereotipi quello che conta non è il cosa ma il come.

volevo essere solo un cefalo, Davide Pedrosin, Tre Manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird

Il primato di film del genere, autoriali-indipendenti-americani, oltre al gusto sopraffino della fotografia, alla cura nella composizione delle inquadrature e delle immagini è che si respira qualcosa di abbastanza verosimile da sembrare autentico. Si parla di cose conosciute, facendo ridere e inorridire, perché di volta in volta, lo spettatore che le ha vissute, riconosce se stesso; si vergogna ed è capace finalmente di ridere. Oppure è un po’ come in certi western davanti ai quali non serve essere stati cowboy per riconoscere e apprezzare la metafora della frontiera, il passaggio all’età adulta e il conflitto tragico tra sguaiato desiderio adolescente da una parte e invecchiamento, vecchiaia e morte dall’altra. Aggiungeteci un montaggio particolare che gioca spesso anche con la musica extra e intradiegetica e che a volte ha un ritmo sincopato rispetto allo sviluppo della vicende, e avrete un grande film su miti al tramonto come il mito della grande metropoli; un film sul pericoloso mito del successo a tutti i costi, sull’importanza degli affetti e dell’amicizia. Sì, l’ho detto, l’ho proprio detto e lo ripeto: amicizia. Affetti. Amicizia. Affetti. O non si può neanche dire amicizia e affetti senza essere tacciati di essere degli inclassificabili sempliciotti? No, eh? Addirittura sempliciotto tenerone, eh? Ok.

volevo essere solo un cefalo, Davide Pedrosin, Tre Manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird

 

Non sappiamo o forse qualcuno lo sa, io non ho letto niente a riguardo e non mi interessa molto, se ci sia sul serio qualcosa di Greta Gerwig nella sceneggiatura, saremmo tentati a crederlo. Non sappiamo se Lady Bird sia più o meno Greta Gerwig ma poco importa. Ci rimane una storia credibile sugli stessi principi, raccontati senza retorica e forse quell’iperrealismo low profile* di cui parlavamo prima, non è altro che un possibile e auspicabile destino per Lady Bird stessa, dopo il bagno di realtà e di umiltà di cui ha bisogno; qualcosa di ben più reale, consapevole e onesto che ha a che vedere con il proverbiale nietzschiano diventa ciò che sei.

*Ovviamente riguardo a questa  definizione a-cefala mi prendo tutte le responsabilità del caso: ovvero tutte e nessuna, convinto di dover solo rendere conto alla legge dell’acqua e dell’acquario in cui nuoto, al sicuro nella boccia come un pesce rosso delle giostre.

Davide Predosin

 

 

 

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