Lady Dynamite
Volevo solo compiere un infanticidio ma poi mi sono dovuto accontentare di vezzeggiare una splendida neonata.
Più volte mi sono espresso in maniera poco gentile nei confronti di Netflix. Eppure continuo a pagare questo modesto abbonamento perché Netflix è pieno di roba, e, ogni tanto, oltre ai film che ha visto anche mia nonna, in mezzo al guano del “nuovo”, ogni tanto spunta qualcosa di buono, a volte addirittura ottimo. Bisogna aver pazienza, leggere recensioni anche se le recensioni sono sempre meno utili perché “ufficialmente” non si parla più male di niente. Se c’è un prodotto qualsiasi per cui, nonostante i risultati, hanno lavorato “professionisti”, attori, registi eccetera eccetera eccetera, un intero esercito di affamati può trarre beneficio da una promozione, più che da una stroncatura; come se, manco fossero bambini – film, serie tv o dischi, concepiti e “nati” – andassero necessariamente coccolati, vezzeggiati, solo per il fatto di essere neonati indifesi che fanno lavorare; come se ogni stroncatura corrispondesse a un infanticidio.
In questi termini mi dichiaro favorevole all’infanticidio. E nella prima bozza di questa predorecensione avevo parlato malissimo di una serie celeberrima che forse non capisco ma che non posso nemmeno nominare dopo averne parlato male perché sono stato ripreso dalla caporedattrice cefala Carlita De Felix aka “staje cuntent” perché Una Banda di Cefali è contro l’infanticidio e ogni volta me lo dimentico e tento di sfogare le mie frustrazioni lanciando strali contro quello che non mi piace perché semplicemente capisco poco. Ad ogni modo, bacchettato, mi limito a parlarvi, bene, di una serie solo apparentemente molto stupida che, almeno in Italia, mi sembra, finora, è passata abbastanza inosservata e inrecensita.
Niente per cui gridare al miracolo, eppure qualcosa di semplice, spartano, con contenuti abbastanza coraggiosi e molto interessanti e intelligenti e, ripeto, solo apparentemente molto stupidi.
La serie si chiama Lady Dynamite e la creatrice si chiama Maria Bamford, una standing comedian che è stata realmente ricoverata diversi anni in una struttura psichiatrica per bipolar disorder second, una forma di bipolarismo in cui si alternano momenti di ipomania seguiti da stati di profonda depressione – mi sembra esattamente quello che credevo accadesse nel bipolarismo classico ma di certo non ne so abbastanza. La Bamford racconta in Lady Dynamite la sua esperienza non ancora conclusa con la depressione, disturbo che non le ha impedito di riprendere la sua attività, anzi, l’ha esattamente rilanciata dandole nuovo materiale… comico. Molte cose, per quanto paradossali, sembrano abbastanza verosimili. Altre, ovviamente, come i carlini telepatici – sì, ci sono dei carlini telepatici – no.
La Bamford ci racconta di rapporti familiari e amicali sclerotizzati. Non sappiamo se Maria abbia dei genitori e delle amiche così imbecilli e superficiali ma nel complesso, per quanto spietato e parossistico, sembra tutto abbastanza verosimile. Il contrasto stridente tra la visione paranoica della realtà di Maria e una realtà affettiva e relazionale realmente crudele in cui è il dolore e la frustrazione che fanno comportare amiche e familiari in maniera perversa e inconsapevole ci dice molto sulla malattia reale della protagonista che si mette a nudo, ma ci dice altrettanto di una sorta di silenziosa deformazione ipocrita e schizofrenica del mondo “sano” in cui Maria prova a reintegrarsi.
Il mondo del cinema Hollywoodiano è il microcosmo in cui piccinerie mostruose, difetti, tic e manie sono più evidenti e facilmente raccontabili ma l’inconsapevolezza e la disonestà intellettuale che sembra affliggere la borghesia media californiana hanno un respiro universale e ci raccontano anche del nostro mondo e del nostro più o meno latente malessere.
Da che mondo e mondo, lo sanno anche i polli con l’aviaria, l’artista sta male. E solo perché sta male, spesso più male degli altri, ha la forza, la fortuna e spesso il privilegio di raccontare il proprio malessere, trovando la forza di renderlo comunicabile, oggi, nel migliore dei casi, senza patetismi romantici; rendendo un insostituibile servizio al mondo civile sano; mondo che a testa bassa, con le unghie e con i denti cerca di sopravvivere fingendo di essere normale. Ovviamente, sembra superfluo aggiungerlo, parliamo di malesseri del benessere ma che, anche attraverso la televisione, internet e i social si diffondono a macchia d’olio in quasi tutte le fasce di reddito sopra il mero livello “sopravvivenza sine internet devices”: l’unica fascia che non ha tempo di trastullarsi con serie e contenuti di questo tipo.
C’è una frase di una postfazione di un libro di Sergej Dovlatov, un giornalista dissidente dell’ex Unione Sovietica emigrato negli Stati Uniti a fine anni ’70 inizio anni ’80, in cui il recensore e critico ravvisa in questo squisito autore la capacità di esprimere dentro a un profondo malessere anche una misteriosa forma di gioia. Non si tratta del proverbiale riso tra le lacrime ma proprio di una qualità ontologica per cui, dentro di sé, nonostante la noia, lo schifo, lo strazio per la propria condizione, l’autore in questione, e l’eroe comico messo in scena, trova, alimenta e – diciamo – fa annusare al lettore, anche una misteriosa, disperata e inespugnabile gioia. Ecco, credo questo sia esattamente il caso di Maria Bamford e del suo Lady Dynamite. Che piacerà a pochi, ma piacerà parecchio.
Davide Predosin







