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Published on Gennaio 29th, 2019 | by Roberta Rega

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Gian Maria Volonté

“Perché è vero che la gente è disgustata, ma in giro c’è ancora tantissima speranza, e un potenziale enorme di democrazia. Perché io ho voglia di affacciarmi, appunto, a questa finestra: e non a quella di un Paese in piena implosione. Perché credo che il piccolo giudice di Sciascia, il piccolo giudice di Porte aperteavrebbe fatto una scelta così. Perché ormai siamo a un punto tale che certi nodi andranno comunque sciolti: e non è proprio il tempo di rimanere sull’Aventino […] Ai giovani si propone di sprofondare in una palude disperata: senza passato, senza futuro e senza speranza. Distruzione della memoria, appunto.”

Gian Maria Volonté, 1992

Sapevo di lui che era un attore grandioso, che suo padre era fascista, e che quando era allievo dell’Accademia d’arte drammatica dormiva in macchina perché non aveva un soldo bucato, che amava il mare e la Sardegna. Sapevo, infine, che sul set di Lucky Luciano di Rosi una vecchia amante del vero Luciano lo vide e disse con gli occhi sgranati: «è isso».
Non sapevo di lui che fosse un attore-autore che interveniva continuamente sulla sceneggiatura, che avesse abbandonato più di un progetto perché non ne era convinto; che avesse addirittura detto di no a Fellini – l’unico attore italiano, credo, ad averlo fatto – che lo voleva nel Casanova a tutti i costi, e che gli raddoppiò il cachet a 400 milioni pur di averlo, e lui rifiutò ancora. Non sapevo di lui che amasse la vela fino all’incoscienza, al despotismo, all’abbandono degli affetti: mentre era in mare, lontano e senza notizie di casa per tre mesi, suo fratello fu arrestato, e di lì a poco si suicidò in carcere. Non sapevo, infine, che erano davvero altri tempi, un’altra Italia e un altro cinema, in cui era possibile che un attore affermato come Volonté fosse condotto in commissariato per motivi politici, per una messa in scena a sfondo politico o perché aveva manifestato in piazza di Spagna insieme ai lavoratori e agli studenti. Erano gli anni di quel volto monumentale incorniciato da una massa di capelli crespi, pieno di carattere eppure capace di piegarsi al personaggio fino a scomparire e restare presente comunque in quegli occhi, quelli sì, erano sempre i suoi, lì c’era sempre lui.

Ho amato questa biografia di Gian Maria Volonté scritta da Mirko Capozzoli – con un impegno durato tre anni e pile di documenti consultati, viaggi, testimonianze – e pubblicato da add editore alla fine del 2018. Notevole è il lavoro di documentazione che arricchisce il volume con interviste, lettere, racconti, materiale d’archivio; ancora più importante è la contestualizzazione storica che introduce capitoli, decenni o frammenti di questo straordinario racconto di vita. Si parte dalle sue origini familiari per raccontare il bambino Gian Maria, il ragazzo innamorato del teatro, poi l’allievo e dunque l’attore; poi il Volonté divo insofferente, militante comunista, padre tenero di sua figlia e compagno ingombrante delle sue donne.

Il lavoro di Mirko Capozzoli, insomma, non è solo un compendio, una ricca sequela di informazioni e indiscrezioni: a tratti diventa la storia di un personaggio romanzesco che commuove, divide, intenerisce e avvince. I confini tra cinema e vita restano saldi eppure si armonizzano in un racconto che riesce sempre a dare la dimensione umana delle scelte professionali e di quanto già sappiamo di Volonté. Eppure, nemmeno stavolta Gian Maria è a fuoco: è troppo grande, trasversale, sfugge sempre e comunque.

Il cinema politico

Un altro merito di questo volume è la descrizione attenta e corale di una stagione straordinaria del cinema italiano, quella che negli anni Settanta ha visto nascere, fiorire e purtroppo finire il cinema d’inchiesta. Era la stagione di Francesco Rosi, Gillo Pontecorvo, Elio Petri, Paolo e Vittorio Taviani, Giuliano Montaldo, Damiano Damiani. Gian Maria Volonté ne è senza dubbio il volto e l’interprete, e da oggi sappiamo che ne fu anche autore e protagonista, svolgendo un ruolo attivo e decisionale, senza dubbio intellettuale, all’interno del processo creativo.
Non si può parlare di Gian Maria Volonté senza evidenziare l’importanza del suo lavoro in questo momento di oscura barbarie, in cui risulta necessario, se non vitale, conservarne e diffonderne la memoria e l’arte, e grazie a questa restare sempre desti, illuminati dal fulgore di una presenza di enorme spessore politico e attoriale.

Quando morì per un attacco cardiaco, il 6 dicembre del 1994, era in Grecia, vicino al confine con la Macedonia occidentale, per girare Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos. Gian Maria interpretava l’anziano conservatore della cineteca di Sarajevo: una lunga testimonianza di civiltà nel mezzo delle macerie della guerra. La bara scoperta fu sistemata in una piccola cappella bizantina adornata di fiori, in un giardino di pini imbiancati dalla neve. Angelica, la sua compagna, disse: “È venuto a morire qui, in mezzo alle montagne, come un partigiano, con gente forte, compagni come lui. Non ha voluto morire in Italia, non sopportava più il suo paese.”

Roberta Rega

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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