Liliana Segre. Il mare nero dell’indifferenza
L’unica cosa oltre l’amore
Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa che si abbina in una maniera a dir poco sorprendente con il libro che state leggendo. Per cui mi perdonerete – senza assecondarmi per educazione, come si fa con i pazzi– se per introdurre Liliana Segre. Il mare nero dell’indifferenza – curato da Giuseppe Civati per People Storie – parlerò in modo spericolato di una bellissima canzone che si chiama L’unica cosa oltre l’amore di Giovanni Truppi. In questo pezzo l’autore si diverte a girare – e lo fa sin dal titolo – intorno al tema senza mai renderlo esplicito. Il succo della canzone è che sono passati i giorni, i mesi, gli anni, le epoche, i secoli, le mode, i costumi e alla fine ci siamo ritrovati tutti qui, ora, in questo momento, con le ideologie polverizzate e i millennials che nel frattempo sono diventati maggiorenni. E nonostante questo, se guardiamo bene il presente, ci accorgiamo che oltre l’amore, un’altra cosa è sopravvissuta ai cambiamenti – l’unica oltre l’amore che dice davvero chi sei, è qualcosa che oltrepassa la storia e la geografia, la religione e l’ideologia – è quel senso di civiltà, di appartenenza, che caratterizza ognuno e ci rende diversi, in modo irreversibile aggiungo io. E insomma, senza esagerare, questo pezzo potrebbe essere l’inno di tutte le epoche quando alla fine dice, citando De Gregori: “È quella che ci divide tra chi simpatizza con chi vince e dall’altra parte, ovunque da sempre e per sempre, chi simpatizza con chi perde”. Per farla semplice, messi davanti a eventi epocali, qualunque ragionamento complicato si riduce a una scelta di campo – perché è la gente che fa la storia/quando si tratta di scegliere e di andare/ te la ritrovi tutta con gli occhi aperti/che sanno benissimo cosa fare – tra chi è irrimediabilmente empatico e chi invece è indifferente. Ed è qui che la canzone si aggancia fortemente con le parole come macigni di Liliana Segre, riportante ne Il mare nero dell’indifferenza: perché quando l’empatia soccombe a favore dell’indifferenza, a spalancarsi sono le porte dell’orrore.
Chi è Liliana Segre?
«Sono stata una bambina espulsa dalla scuola, sono stata una clandestina con i documenti falsi, sono stata una richiedente asilo poi respinta dalla Svizzera. Poi sono stata carcerata, ho conosciuto la deportazione e nella deportazione sono stata operaia-schiava, poi ho conosciuto di nuovo la libertà. Sono una testimone che incontra la gioventù, che è la speranza del nostro futuro.»
Liliana Segre oggi è una Senatrice a vita. Nel 1938, a otto anni, fu vittima delle leggi razziali fasciste. Per questo fu espulsa da scuola. Nel 1943 con il padre diventò una persona che fugge. Con documenti falsi, attraversa le montagne e raggiunge la Svizzera. Qui chiese asilo politico, ma fu respinta. Il ministro della Giustizia Svizzero dell’epoca paragonò la Svizzera a una barca piena: “Das Boot ist voll”. E la stessa frase fu ripetuta dall’ufficiale che respinse i Segre: non potete entrare… la barca è piena. Se ci pensate, la metafora utilizzata è di inquietante attualità.
«L’ebreo è difficilmente assimilabile…molti di loro sono dei soggetti pericolosi per le nostre istituzioni, degli individui che hanno vissuto a lungo in paesi disorganizzati o mal approvvigionati nei quali si vive di espedienti. Sono abituati a condizioni in cui l’istinto affaristico dell’ebreo tende a sfogarsi» (Heinrich Rothmund, capo dell’Ufficio Federale Svizzero della migrazione)
In seguito, a tredici anni, la Segre fu arrestata e trasferita da carcere in carcere fino a San Vittore a Milano. Qui, nel 1944, fu deportata nel campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz con il padre e i nonni paterni. Le venne tatuato il numero di matricola 75190 e fu impiegata nei lavori forzati. Sopravvisse. Su settecentosettantasei bambini italiani deportati ad Auschwitz, Liliana fu una dei venticinque bambini reduci dell’olocausto. Dal 1990 inizia la sua instancabile battaglia di divulgazione per mettere in guardia dall’indifferenza, la causa scatenante del male assoluto.
«Erano quegli indifferenti, colpevoli più dei violenti. Di quell’indifferenza che ti avvolge come una nebbia e ti fa perdere l’orientamento: dove vai? Chi sei? Perché non ti guardano più? Perché il telefono è muto? Perché una bambina di otto anni non è più invitata alle feste? Perché ti segnano a dito per strada dicendo “quella lì è la Segre, non può più venire a scuola perché è ebrea?” E la tua colpa è quella di essere nata. »
L’indifferenza
«Il nesso tra allora e oggi sta proprio nell’indifferenza. L’indifferenza in ogni sua accezione: l’indifferenza verso chi soffre, verso le conseguenze delle nostre azioni, verso l’umanità e ciò che rappresenta, ma anche indifferenza come mancanza di empatia, di solidarietà, di intervento. Indifferenza che diventa disprezzo delle leggi e quindi delle persone. Il punto iniziale e la paura principale, per me, è l’indifferenza.»
In tempi non sospetti i Marlene Kuntz cantavano “nutri l’odio migliore con felicità, dagli ambascia e rancore e ti ripagherà”. Avevano in parte ragione, per il semplice fatto che l’odio è un carburante nobile, tira di più delle energie green e ci mette davanti a un’incredibile verità: nessuno è immune. Ma è una visione parziale, che guarda direttamente all’effetto e ignora la causa, perché non considera una cosa fondamentale: il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza. Un formidabile esempio ce lo fornisce la stretta attualità: generalmente, chi scredita la legge del mare attraverso la formula comunicativa – assolutamente efficace – di “Taxi del mare”, non lo fa perché odia gli immigrati, piuttosto perché dimostra una cinica indifferenza nei confronti di quelle vittime del mare di cui non si saprà mai il nome. L’indifferenza è la colpa più grande. Liliana Segre lo dice con assoluta cognizione di causa, perché parla della stessa indifferenza che le si stampò addosso a otto anni, quando i “camion della vergogna” portarono lei e suo padre dal carcere di San Vittore, attraversando una Milano muta, silente, indifferente, fino al binario 21 della stazione centrale, quella che Segre chiama «“la nostra stazione”, la stazione di ogni milanese». Qui, ad accoglierla, una destinazione ignota e un cartello crudele e beffardo nella carrozza: «Vietato trasporto persone».
“un viaggio disumano, in una distesa di indifferenza, in cui nessuno fece un gesto verso il convoglio, in cui nessuno intervenne per fermare quel treno di morte”
Il mare nero dell’indifferenza
«Il Paese di oggi mi preoccupa per il male grande che ho riscontrato: l’indifferenza, l’indifferenza regna sovrana, l’indifferenza colpisce tutte le categorie di persone, l’indifferenza è più violenta della violenza stessa perché è così facile voltar la faccia dall’altra parte, quando una cosa, anche gravissima, non succede a me, alla mia famiglia. Allora non importa, volto la faccia dall’altra parte e non mi interessa.»
Il libro raccoglie e mette in ordine fedelmente le parole tratte dagli interventi, dichiarazioni, interviste tenute in questi anni da Liliana Segre. Ne viene fuori un ininterrotto discorso pubblico, uno straordinario testo dall’insindacabile valore politico e morale, che unisce i fili dell’orrore e ne ripercorre il tragitto: “l’inchiostro nero della firma del re sulle leggi razziali era un unico filo, che man mano si era ingrossato ed era diventato una rotaia che portava ad Auschwitz”.
Un fiume, se volete, i cui affluenti costituiscono a loro volta una moltitudine di fili neri fatti da parole scritte a penna che diventato articoli, commi, disposizioni, circolari, leggi, decreti. Trecentoventi provvedimenti dal 1938 – anno delle leggi razziali – fino alla fine del conflitto. Un crescendo di crudeltà che ingrossano il fiume fino a farlo esondare. E chissà, magari dopo averlo letto – perché questo libro va letto, regalato, prestato – converrete con me sul fatto che Il mare nero dell’indifferenza è un libro di resistenza al male, che alle discriminazioni, al razzismo e più in generale, all’infamia dell’indifferenza ci insegna a rispondere con la forza prodotta da parole quali accoglienza, umanità e la partecipazione di gaberiana memoria. O come sottolineato da Liliana Segre, ricordando l’importanza dei valori contenuti nella Costituzione. Perché anche la democrazia, se trascurata, rischia di perdersi pian piano: «Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui».
Fabio D’Angelo




