Andrea Pennacchi e i suoi fratelli
Andrea Pennacchi e i suoi fratelli
Andrea Pennacchi è un poliedrico attore, regista, drammaturgo, ma soprattutto un artista di teatro, capace di usare il monologo in dialetto (quello veneto), come uno straordinario strumento d’indagine della società. Così, alcuni dei suoi personaggi rudi, arrabbiati, grotteschi e cialtroni, non sono altro che una rappresentazione fedele della pancia del Paese, piena di preconcetti e false credenze. Anche per questo, i monologhi di Pennacchi non hanno lasciato indifferenti due cefali, che si sono cimentati in una recensione a quattro mani per raccontare due sue raccolte, La storia infinita del Pojanistan e La guerra dei Bepi, entrambe pubblicate per People. Buona lettura!
La storia infinita del Pojanistan
Alzi la mano chi non si è mai sentito, ogni tanto, un po’ Pojana.
Per chi non lo sapesse, il Pojana è l’alter ego (il più noto, quantomeno) dell’attore padovano Andrea Pennacchi a cui proprio il personaggio del burbero imprenditore veneto ha permesso di raggiungere la notorietà presso il grande pubblico, prima grazie al video Ciao Terroni girato nell’ambito della campagna This is racism del 2018 e poi con la presenza fissa a Propaganda Live.
Il Pojana, però, più che un personaggio, è un’idea, un modo di pensare e di vivere che esiste da sempre e sempre esisterà, dentro ognuno di noi (in qualcuno forse un po’ più che in altri). E Pennacchi ce lo dimostra, per filo e per segno, nel suo ultimo libro, La storia infinita del Pojanistan, edito da People.
Se il Pojana è, semplicisticamente, un veneto caricaturale, materialista, sbrigativo, concreto e nostalgico della Lega di una volta (quella che aveva ancora Nord nel nome), allora potremmo dire che la sua terra d’origine, il Pojanistan, è a sua volta una sorta di Veneto immaginario fatto di lavoratori indefessi e anche un po’ ingrugniti, una Terra di Mezzo ma con i capanon al posto delle case degli Hobbit.
Ma così come il Pojana, anche il Pojanistan non si può rinchiudere nei confini di una singola regione italiana: lo trovi dappertutto, nell’Italia rinascimentale come nella Londra della rivoluzione industriale, fino all’Oriente esotico dei libri di Salgari. Basta saperlo cercare.
Ne La storia infinita del Pojanistan, Andrea Pennacchi ripercorre la storia dell’umanità con la sua sferzante ironia, cercando le tracce della stirpe dei Pojana in alcune tappe fondamentali della nostra evoluzione e tra le righe, o le gesta, di alcuni dei suoi esponenti più illustri, immediatamente rivendicati come abitanti del Pojanistan, a prescindere dalla loro effettiva venetità. Assistiamo così al soccombere dei Pojana Neanderthal per mano di quei fighetti dei Sapiens; scopriamo le origini quasi mitiche del Pojanistan nientemeno che tra le pieghe della guerra di Troia; impariamo che Shakespeare, pur non avendolo neanche mai visto, il Veneto, è innegabilmente veneto nell’anima (altro che ius soli).
Ad accompagnarci in questo viaggio è l’inconfondibile voce di Andrea Pennacchi. Occhio, dico voce non a caso: il tono serissimo, rigoroso, eppure infarcito di espressioni dialettali, commenti popolari e “Ziocrimine” vari è un marchio di fabbrica riconoscibilissimo dello stile dell’attore. Se lo avete sentito parlare almeno una volta in video, leggendo queste righe vi sembrerà di sentire la voce roca e incattivita del Pojana come se ve le stesse leggendo lui.
La guerra dei Bepi
Mettiamo ora per un attimo da parte il Pojana.
E per farlo, prendiamo proprio esempio da Pennacchi che con La guerra dei Bepi decide di accantonare la volgarità, l’avidità e la rudezza dei padroncini del Nord Est, per raccontare tutta la ferocia della guerra. Quella bestialità che attraversa chi sopravvive, piegandolo e spezzandolo.
Ecco! Perché in questi monologhi, la voce di Andrea Pennacchi rappresenta l’ago e il filo che rammenda questi corpi rotti. Come quello del bersagliere Bepi Pennacchi, nonno dell’autore, che si ritrova nel 1915 a combattere sul fronte italiano contro il nemico austriaco. Lì, lungo il confine con il Trentino Alto Adige, in quel continuo mescolio di sangue, fango e bestemmie, per tre anni Bepi Pennacchi farà da carne di cannone. Fino al 1918, quando a vincere la guerra sarà l’Italia ma pagando un prezzo altissimo in termini economici e di vite umane. Bepi Pennacchi sopravvivrà alle trincee, convivendo con il volto simbolo della vittoria del Paese: quella sotto shock di quei reduci muti, assenti, ipersensibili ai rumori, per cui fu coniato il termine “scemi di guerra”.
O come quello di Valerio Pennacchi, il padre dell’autore, che nel 1944, a diciassette anni si ritrova a combattere la guerra da partigiano con il nome di battaglia Bepi. La sua storia volge all’inenarrabile quando la brigata di cui fa parte viene fatta prigioniera e spedita in un campo di concentramento. Valerio Pennacchi entra così in un mondo a parte, in cui la quotidianità è rappresentata dall’incubo e dall’orrore. Anche lui, proprio come suo padre, ne uscirà da sopravvissuto – un cadavere ambulante – nel maggio del 1945. Bepi è anche Andrea Pennacchi quando ricostruisce e rielabora la vicenda dei militari italiani impegnati nel 1993 nell’operazione Restore Hope in Somali, coinvolti in quella che è nota come battaglia del checkpoint Pasta, il primo scontro combattuto dall’esercito italiano dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Nei monologhi di Pennacchi il Bepi è quindi un militare universale capace di rappresentare in ogni parola tutto l’orrore delle guerre. Perché come diceva il filosofo umanista Erasmo da Rotterdam, la guerra piace solo a chi non la conosce. Chi invece la conosce, la evita. Parola di Bepi.
Recensione a cura di Andrea Ravasio e Fabio D’Angelo





