Libri possa kabul essere nostra

Published on Ottobre 15th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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Possa Kabul essere nostra di Najeeb Farzad

Possa kabul essere nostra

Najeeb Farzad, Possa Kabul essere nostra, People store

Il pretesto che diventa destino

«Ad ogni modo, decisi che era giunto il momento e mandai un messaggio a Ciro dicendogli che avremmo raggiunto Islamabad in due giorni, cascasse il mondo. Dissi lo stesso alla mia famiglia e si prepararono per il viaggio» 

Il telefono che squilla non è mai solo un telefono che squilla: è uno strappo nel silenzio, una fenditura nella normalità. Questa volta è Kabul. Una voce che non chiede un palco né un microfono né un posto in locandina — chiede solo di restare viva.
Ciro Marino — libraio di Wojtek, libreria indipendente di Pomigliano d’Arco — è quello che riceve la chiamata. O forse un’e-mail, non si è mai capito bene. Ma è il genere di persona che, se una voce arriva da così lontano, non la lascia cadere. Ciro prende quella voce e la gira a noi, come fa sempre con le cose importanti: a me, Fabio D’Angelo, che scrivo adesso, e a Mariacarmela Polisi, che con Mio nonno è Michelangelo tiene in piedi un’altra libreria, un’altra piccola postazione di resistenza culturale.
Il FLIP, il Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco, allora non era ancora un festival. Era più un’idea sospesa, un file Word salvato con un nome troppo ambizioso, qualcosa tra un progetto e un esperimento. Ma a volte bastano pochi secondi per decidere. Trenta, non di più: uno sguardo, un respiro, e abbiamo già scelto di piegare il programma dov’era possibile — i manifesti no, che erano già stampati, ma il sito internet (quello vecchio, che non esiste più) sì, pur di includere Najeeb, di avere un pretesto da sventolare davanti a un’ambasciata. Intanto, dall’altra parte del mondo, l’aeroporto di Kabul diventa un assedio: piste invase, porte chiuse, corpi che si aggrappano agli aerei e poi precipitano. Immagini che restano lì, scolpite, come fenditure permanenti nella memoria.
È lì che capiamo — senza proclami, senza grandi parole — che la cultura smette di essere un ornamento e diventa uno scudo. Che un festival che ancora non esiste può già avere una funzione: inventare un varco, trasformare un pretesto in destino.
Quando Najeeb arriva, mesi dopo, con addosso il peso dell’attesa e delle carte bollate, capiamo che la sua presenza non è un’aggiunta al programma, ma il programma stesso. La prova che la letteratura non è un passatempo inoffensivo, ma un gesto concreto. Che un libro può valere come una tanica d’acqua nel deserto, o come un visto timbrato in un passaporto. E che, a volte, basta questo per continuare a crederci.

La cronaca come detonatore

«Pensai: “Sia maledetta questa terra, siano maledetti questi leader corrotti e siano maledetti coloro che hanno giocato con la vita e l’onore di questi soldati negli ultimi vent’anni”» 

Le pagine di Farzad non raccontano soltanto: esplodono. Non fanno cronaca ma detonano. L’esercito si scioglie davanti agli occhi come zucchero in un bicchiere d’acqua calda, i soldati scalzi ridotti allo scherno dei ragazzini per strada, i generali che si arricchiscono e poi spariscono con valigie piene di dollari.

Non c’è pietà, non c’è gradualità. La maledizione che lui scrive non è una figura retorica, ma l’unico modo di dire le cose senza infingimenti: maledetta la terra, maledetti i leader, maledetti quelli che hanno ridotto tutto a un calcolo di banche e poltrone.

E per chi legge da lontano – cioè noi – la sensazione è straniante: sembra di osservare un incendio in diretta senza poter chiudere gli occhi. Una lingua che non addolcisce, non media, non ti concede l’alibi di dire “è un racconto”. È la vita stessa che implosa, messa su pagina.

Il corpo, l’archivio e l’odio per i libri

«Nascondemmo persino i libri: secondo mio fratello, infatti, era meglio fingere di essere analfabeti» 

Questa è la parte che più ci mette a disagio, noi che facciamo file Excel dei libri letti e postiamo foto di scaffali come trofei. Najeeb racconta di sé e della sua famiglia che bruciano libri, fotografie, archivi. Non come gesto allegorico, ma per necessità vitale: cancellare ogni prova che possa collegarli a vent’anni di lavoro culturale.

I talebani odiano i libri in modo ossessivo, quasi liturgico. Non li considerano carta ma ordigni. Le biblioteche diventano bersagli, i quaderni bombe inesplose, le fotografie colpe. E allora bruciare significa sopravvivere: ridurre in cenere la memoria per impedire che diventi condanna.

E c’è in questo gesto una disperazione che noi fatichiamo a concepire: l’idea che un archivio, che dovrebbe conservare, ti inchiodi invece al patibolo. Non è più biblioteca ma arsenale. Non è più storia ma minaccia. E quando la fiamma divora i fogli, non brucia soltanto carta: si riduce in cenere il futuro, l’idea stessa di un’alternativa al buio.

Le persecuzioni e le fotografie

«Il soldato talebano aveva agito immediatamente: aveva preso le nostre foto e le aveva stracciate con rabbia, gettandole a terra per mischiare quella carta, simile per aspetto e consistenza ai soldi, con la polvere.
I ricordi della mia famiglia si erano uniti alla terra dell’Afghanistan ed erano stati distrutti dalle pedate di un gruppo di violenti.» 

«Due di loro mi avevano fatto stendere a terra e mi avevano legato le gambe con una corda, poi si erano messi ai lati del mio corpo e avevano stretto, in modo che le mie gambe si alzassero e le piante dei piedi fossero rivolte verso di loro. Un terzo talebano li aveva raggiunti portando con sé dei pezzi di legno sottili e pregni d’acqua che avevano preso dalla foresta lì vicino. Ognuno di loro mi aveva colpito ripetutamente prima di passare l’arma al compagno» 

Essere hazara significa nascere già dentro un bersaglio disegnato sulla schiena. Ogni villaggio, ogni scuola, ogni viaggio in pullman può trasformarsi in un massacro. Farzad scrive e non adotta mai il tono della statistica: è sempre corpo, è sempre cicatrice.

E allora la fotografia – quella che noi chiamiamo “ricordo”, “ritratto”, “momento” – diventa un’arma. La scena è nitida: un pullman fermato, i talebani che frugano, la foto trovata. Da quel momento la foto pesa più di un kalashnikov. Non è memoria ma accusa. Non è affetto ma colpa.

La tortura sotto le piante dei piedi dice tutto: colpiscono dove ti reggi, dove cammini, dove tieni il contatto con la terra. Non per ucciderti soltanto, ma per spezzare la possibilità stessa di stare in piedi. È l’umiliazione che si fa metodo, la memoria rovesciata in condanna.

L’arrivo e il residuo che resta

«Ben presto si fecero le quattro del pomeriggio, ovvero l’ora designata per la nostra partenza. Trenta minuti dopo, il gate d’ingresso si aprì e ci mettemmo in fila.
Quando fu il nostro turno, ci fu chiesta la destinazione; risposi: «Napoli, Italia».» 

Non un epilogo, piuttosto un’apertura che somiglia a un varco di luce. Pomigliano non è palcoscenico, ma porto. Il festival non è vetrina, ma rifugio. Najeeb diventa scrittore perché è vivo, e non il contrario. E la comunità che lo accoglie scopre che un festival può essere più di una serie di incontri: diventa uno spazio in cui la cultura protegge, restituisce dignità, tiene insieme.

Non c’è lieto fine. C’è un respiro. Un inizio di possibilità. E resta una domanda che continua a lampeggiare come un razzo rosso nel cielo: “nostra”, Kabul, di chi? Di loro che resistono, o nostra che leggiamo?

La parola “nostra” rimane lì, a mezz’aria, come un peso che non sai dove poggiare. L’unica cosa che puoi fare è tenerla stretta, come stringi una persona quando hai paura di perderla. E accettare che faccia male, che scotti, che lasci segni sulla pelle: perché lasciarla andare sarebbe peggio.

««La prego, potrebbe parlare con il mio amico Ciro Marino?»
Rispose di sì, così chiamai Ciro e discussero in italiano per diversi minuti: fu in quel momento che imparai la famosa parola “ciao”» 

Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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